FABIO GENOVESI.
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CHI MANDA LE ONDE.
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Parte 2.
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2015. Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Tu sei romantica
Bambina bellaaa
sono l'ultimo poeta che si ispira ad una stellaaa.
Bambina miaaa
sono l'ultimo inguaribile malato di poesiaaa.
E voglio bene a te, perch sei come mee
romanticaaa...
Mi sveglio cos, dopo una notte che ho sognato tantissimo. Eravamo io e Tages nel mare, il sogno  durato tutta la notte ma non ci siamo detti niente di niente, nuotavamo e basta. Poi di colpo queste parole urlate nell'orecchio, insieme a una specie di fisarmonica scassata.
Mi tiro su per lo spavento e picchio la testa contro quella della mamma, che anche lei  scattata su terrorizzata, poi ci ributtiamo sul materasso e la mamma si copre la testa col cuscino, ma da l sotto la sento che dice: Io lo ammazzo, io lo ammazzo. Perch va bene che svegliarsi la mattina  sempre dura, per la voce di Zot che canta e il casino della fisarmonica sono impossibili, e invece di sentirli preferiresti stare in mezzo a un incubo tremendo dove ci sono dei lupi mannari che ti mangiano pezzetto per pezzetto, e se nell'incubo cominciano ad arrivare le note disgraziate della sua canzone guardi i licantropi e li preghi: Mangiatemi prima le orecchie, per piacere, prima le orecchie!.
Invece  da luned che la nostra sveglia  questa, da quando siamo venute a stare nella Casa dei Fantasmi. Io avevo paura di sentire rumori di catene, di porte che scricchiolano e i lamenti degli spiriti, ma le serenate di Zot al mattino sono molto molto peggio.
La prima sera, quando siamo venute a vedere il signor Ferro svenuto per la Morte Secca, io non l'avevo mica capito che restavamo qui. Siamo andate a fare la spesa dalla Teresa e abbiamo comprato un bel po' di roba, siamo tornate alla Casa dei Fantasmi e la mamma ha preparato i tordelli. Somigliano ai tortelli dell'Emilia, solo con la D al posto della T, e la carne al posto di qualsiasi cosa.
Da queste parti i tordelli sono il mangiare delle feste, Natale, Pasqua e purtroppo anche Ferragosto, e infatti quel giorno i bagnini si ritrovano sulla riva e ognuno se ne mangia una pentola intera. Proprio a Ferragosto che il mare  cos pieno di gente che ti viene paura che l'acqua esca dai bordi come nella vasca da bagno e allaghi il paese, proprio a Ferragosto che i turisti devono tuffarsi per forza, non importa se nuotano come i sassi. I bagnini lo sanno, ma la pentola di tordelli se la mangiano lo stesso perch  tradizione. La mandano gi con un fiasco di vino nero e dopo stanno l a guardare il mare e respirano male, e se vedono delle braccia alzate che chiedono aiuto gli ci vuole un po' per ricordarsi cosa devono fare.
E infatti a Ferragosto muore sempre qualcuno, c' un detto che fa Santa Maria uno ogni anno ne porta via. E a me ha sempre messo paura, da piccola immaginavo la Madonna che scendeva dal Paradiso e guardava tutta quella gente allegra in costume, signore e babbi e bambini, e sceglieva chi portarsi via quell'anno. Poi ci ho pensato meglio e l'ho capito che era solo una scusa, un modo per scaricare sulla Madonna una colpa che invece era dei bagnini e della loro indigestione di tordelli.
Che l'altra sera erano buonissimi. Io nemmeno sapevo che la mamma era capace di cucinarli, il suo piatto pi complicato erano i bastoncini di pesce con le sottilette sopra, e anche quelli di solito li bruciava. I tordelli invece erano squisiti, il signor Ferro li ha ripresi tre volte e dopo si  quasi sdraiato sulla sedia. Si teneva la pancia e alla fine ha fatto un rutto cos forte che l'ho sentito dentro lo stomaco, poi ha guardato Zot e ha detto: Bimbo, ma che modi sono, vergognati!, e Zot: Non sono stato io,  una calunnia! Luna, lo sai che non sono stato io, vero?.
Il signor Ferro si  alzato e ha fatto per andare in camera, poi si  fermato sulla porta vicino alla mamma che toglieva i piatti dal tavolo.
Insomma, ti sei venduta la casa anche te come tutti gli altri, eh?
No, io non ho venduto nulla. Sono i fratelli di mia mamma, quelle merde.
Ma non stanno a Milano? Che cazzo vogliono?
Vogliono i soldi. Hanno aspettato che moriva il babbo, e ora o si vendeva o gli pagavo le loro parti.
Figli di puttana.
Esatto. E pensa che da quando  morta la mamma pretendevano pure che gli pagavo l'affitto, tutti i mesi.
Che merde. E quanto gli davi?
Non gli ho mai dato una lira, per erano un sacco di soldi. E ora dicono che glieli devo, e se li tengono dalla mia parte di vendita, quindi non mi viene quasi nulla.
Erano cose che io sentivo per la prima volta, ma lo capivo al volo che non erano buone. Mi sono alzata, ho preso la zuppiera di plastica vuota dove prima c'erano i tordelli e l'ho portata all'acquaio. Zot ha fatto uguale coi bicchieri, poi ha detto: Ma  una vera e propria ingiustizia, non c' nulla che si possa fare? Insomma, la legge vi deve proteggere.
Stava per rispondere Ferro, ma la mamma  stata pi veloce: Ma quale legge, bimbo. La legge la scrive della gente di merda, per proteggere altra gente di merda.
La mamma ha lavato un piatto e gliel'ha passato insieme a questa secca verit. Zot l'ha preso e asciugato, poi l'ha dato a me che lo dovevo mettere al suo posto. Ma il posto dei piatti non lo sapevo mica dov'era. Insomma, non sapevo nemmeno qual era il mio posto. Non eravamo a casa nostra, e forse una casa non ce l'avevamo pi.
La mamma aveva gi telefonato alla signora Gemma, che aveva risposto con sua figlia sotto che piangeva forte, perch aveva litigato col fidanzato e la notte prima era tornata a stare da lei. E allora la mamma non le ha chiesto proprio nulla. E magari dormivamo per la strada, o nel giardino gigante di qualche villa vuota, chi lo sa.
Ma non  possibile ha continuato Zot. La legge vi aiuter per forza, la legge serve a punire i malfattori.
S bimbo, la legge punisce i malfattori ha detto la mamma. Ma il problema  che quelli per la legge non sono mica malfattori. Li lasciano fare le loro porcate, anzi, li proteggono. Se per io prendo una pala, vado e gliela pianto nel cervello, ecco qua che subito la legge trova il suo malfattore e io finisco dritta in galera. Sei contento, amico della legge?
Parole d'oro ha detto il signor Ferro, sempre l alla porta. Poi l'ha ripetuto con tutto il sentimento: Proprio cos, parole d'oro.
Zot invece non ha aggiunto nulla. Cio, ha asciugato un piatto e me l'ha passato, e tra le labbra ha soffiato qualcosa che suonava tipo No, non sono contento, proprio no.
Oh, via, vado a letto ha detto Ferro alla fine. Non fate casino e non intasate il cesso. La vostra camera  di l, le coperte sono nell'armadio, il fucile  alla finestra.
Mi sono voltata di scatto verso la mamma, e davvero fino a quel momento non l'avevo mica capito che restavamo qui, nella Casa dei Fantasmi. Ma c'era poca luce e non potevo vedere se era contenta o no, solo lavava la zuppiera di plastica e forse ha fatto di s con la testa. Poi ho guardato Zot, e lui aveva un sorriso cos largo che vedevo il bianco dei suoi denti piccoli e storti, buttati a caso nella bocca.
E li rivedo adesso, mentre canta a squarciagola la sua serenata di stamani.
Tu sei romanticaaa
amarti  un po' rivivereee
nella semplicit, nell'irrealt
di un'altra et.
Tu sei romantica
amica delle nuvoleee
che cercano lass
un po' di sol, come fai tuuu...
Ho anche provato a dirgli che magari potrebbe cantare e basta, senza fisarmonica, ma lui c' rimasto malissimo perch ha imparato a suonare da solo, dice, col talento che gli viene dal suo babbo violinista che girava tutta la Russia suonando e chiedendo l'elemosina. A forza di girare ha incontrato una baronessa giovane e bellissima, hanno passato una notte insieme ed  nato Zot. Ma lui non ha mai conosciuto nessuno dei due, gli ha raccontato tutto una suora, Madre Anna, l'unica buona dell'orfanotrofio. Gli ha detto che il suo babbo e la sua mamma non si erano rivisti pi, lui il giorno dopo stava gi a suonare in un altro paese, e per lei un figlio cos dal nulla era uno scandalo e i suoi familiari cattivissimi l'avevano dato alle suore. Il suo babbo nemmeno sapeva di avere un figlio, non ha mai potuto giocare con lui e non gli ha insegnato le cose della vita. Per gli ha lasciato questo grande talento per la musica, dice Zot.
E a me sembrava cos ingiusta questa cosa, essere figlio di una baronessa e finire all'orfanotrofio. Ma non si pu ritrovare almeno lei? ho chiesto alla mamma e a Ferro, un attimo che Zot era in bagno.  cos difficile? Quante baronesse ci saranno mai a Chernobyl?
Nessuna, Luna ha detto la mamma. Nessuna.
Ma come nessuna? Ma allora il suo babbo violinista con chi l'ha fatto Zot?
La mamma non ha risposto, Ferro nemmeno, e a volte quando vuoi far capire davvero qualcosa a qualcuno il modo migliore  proprio non rispondere. Cos quello sta l e aspetta, nel silenzio pensa a cosa ha chiesto e piano piano ci arriva da solo. E infatti io cominciavo a capire. Per non volevo. Io voglio che la baronessa passi tutte le notti pensando al suo bimbo che chiss dov'. Voglio che nella musica del babbo violinista ci sia sempre della tristezza in pi per quel figlio che non sa di avere.
Ma quello che voglio non conta nulla, e allora resto a letto e mi sforzo di ascoltarlo fino alla fine mentre Zot canta, anche quando la mamma si toglie il cuscino dalla testa, si alza e corre in bagno, e lui smette un attimo per farla passare nel labirinto stretto degli scatoloni che riempiono la nostra stanza.
Ce li siamo portati da casa, dentro praticamente c' solo roba di Luca. Tutto quello che c'era in camera sua l'abbiamo messo negli scatoloni, il resto l'abbiamo lasciato a casa. Abbiamo fatto finta che fosse come portarlo in soffitta, che le cose stavano l ad aspettarci, ma tanto poi passa il camion e porta tutto alla discarica.
La prima sera tornavo dal bagno e ho trovato la mamma che li guardava, gli scatoloni. Era seduta sul letto e li fissava al buio, poi si  accorta che stavo l e mi ha detto: Forse  anche un bene che non siamo pi a casa, sai?.
Dici, mamma?, e lei: S, dico, tutta tremolante, poi ha cominciato a piangere. E lo so perch piangeva. Perch aveva intorno le cose di Luca, ma le mura della sua camera no, la cucina dove mangiavamo insieme no, il giardino dove teneva la tavola da surf no. Da quando Luca non c' pi, a noi sono rimasti dei pezzi, e di questi pezzi abbiamo potuto mettere nei cartoni solo pezzi ancora pi piccoli: andando avanti cos presto non ci rester pi nulla. Secondo me  questo che pensava la mamma quella sera, o almeno lo pensavo io.
E anche adesso che ci ripenso, un po' mi prende voglia di piangere. Ora per ogni volta che succede lo so cosa devo fare: mi volto verso lo scatolone pi vicino al letto, che fa da comodino, allungo la mano e carezzo il mio osso di balena. Cos mi ricordo questo fatto pazzesco, che tante cose di mio fratello le sto perdendo, s, ma me n' appena arrivata una nuova e meravigliosa.
Gliel'avevo chiesto cos tanto che lui anche se non  tornato da Biarritz me l'ha portato lo stesso, io ero svenuta nel mare e lui me l'ha nascosto tra i capelli. E allora oggi che  sabato quasi quasi prima del catechismo vado sulla spiaggia, per camminare e sentire la sabbia sotto i piedi, ma anche perch ho in testa questa idea assurda e segretissima, che magari mio fratello mi regala qualcos'altro.
Tu sei la musica
che ispira l'anima,
sei tu il mio angolo di Paradiso,
per meee.
Ed io che accanto a te
son ritornato a vivere
a te racconter, affider
i sogni miei.
Perch romanticaaa
tu seeee...
La canzone di Zot si tronca cos, insieme alla sua voce, mentre il signor Ferro entra di corsa, gli strappa la fisarmonica dalle mani e la butta fuori dalla finestra. Poi si affaccia e la guarda l nell'erba, prende il fucile e le spara.
La mamma arriva dal bagno, ma vede che sono le solite fucilate del mattino contro la fisarmonica e sparisce di nuovo. Perch  cos ogni giorno. La camera prende subito odore di bruciato, Ferro posa il fucile, dice: La prossima volta non me la prendo con la fisarmonica, e se ne va.
Ma non  vero. Ha detto la stessa cosa ieri e ieri l'altro. Poi Zot la va a riprendere, copre i buchi col nastro isolante e non cambia nulla. Anzi, peggio, perch la fisarmonica ha un suono sempre pi schifoso e storto, ma Zot non si arrende.
Nemmeno adesso, che gli  rimasto in gola l'ultimo pezzetto della canzone. Prende fiato, allarga le braccia e conclude.
Perch romanticaaa, tu seeeiiiiiii...
E io resto qui, con la testa sul cuscino, e lo guardo. Ma c' poca luce, e l'unica cosa che riconosco  il sorriso pieno di Zot, cos grande che copre tutto il resto. Come un cartellone gigante con una pubblicit che ti dice di essere felice. Ma il cartello sta piantato in un paese tutto distrutto e scassato, pieno di cose rotte, macerie, polvere e alberi secchi, dove essere felici  proprio un casino. Eppure il cartello  colorato e insiste a stare l dritto davanti a te, e un po' di allegria te la mette davvero.
Ti  piaciuta la canzone di oggi, Luna?
Non rispondo subito. Cerco una cosa da dire che sia un po' vera ma insieme non faccia male a Zot. Non trovo niente, e allora sto zitta. Faccio solo s con la testa.
Evviva! Ero indeciso tra questa e Sapore di sale. Per Sapore di sale  una canzone marinara,  pi adeguata se te la canto oggi pomeriggio al mare.
Ma oggi  sabato, c' il catechismo.
S, certo. Ma prima andiamo al mare, cos vediamo se tuo fratello ti regala qualcos'altro.

Cosa ti dicono le pentole
Ma  proprio una vela? mi chiede Zot. Rispondo di s. Una vela trasparente che hanno sul dorso. Per questo si chiamano velelle.
Sono tipo delle meduse piccole piccole, piatte e blu. Sembrano lenti a contatto. Stanno sul pelo dell'acqua e questa cosa sottile sopra gli fa da vela, e la brezza le muove di qua e di l. Alla fine le onde le portano a riva e finiscono sulla spiaggia, e quel giorno l tutta la riva diventa blu, una lunga strada blu fatta di velelle dico, e la indico, anche se adesso ci siamo solo io e Zot che camminiamo.
E da dove vengono queste creature prodigiose?
Non lo so.
Ma come mai se si muovono a caso arrivano tutte insieme cos precise?
Non lo so. So solo che hanno questa vela e vanno col vento. Me l'ha detto mio fratello.
Allarme! Allarme rosso!, di colpo Zot urla, mi prende per il braccio e fa per tirarmi via dalla riva. Perch ha visto un'onda pi grande, ma  gi la terza volta che urla Allarme quando ormai l'acqua ci arriva alle caviglie.
Che poi per me non  un problema, anzi mi piace, mi sono tolta le scarpe e cammino scalza. Lui invece insiste a tenere gli stivaletti di pelle, che sono zuppi e a ogni passo fanno il rumore di un'anatra che muore schiacciata in fondo a un pozzo.
Gi quando venivamo al mare, Zot pedalava davanti a me e non la finiva di dire Allarme, dosso! Allarme, curva insidiosa! Allarme, asfalto particolarmente granoso!.
Colpa mia, che gli ho raccontato di quella volta che avevo visto un palo della luce e volevo legarci la bici, mi sembrava lontano e andavo veloce, invece era vicinissimo e dopo due passi ci ho picchiato contro e sono caduta. Da allora Zot pedala sempre davanti a me e mi annuncia il percorso, io gli urlo di stare zitto e lui fa di s, alza la mano e mi chiede scusa, per dopo un attimo ricomincia.
Come adesso sulla riva con le onde pi grandi.
Attenta Luna che ti bagni!
Ma sono scalza, non succede nulla, mi piace.
L'acqua fredda cos fuori stagione non fa bene, dopo sai che dolori alle articolazioni.
Ma quali dolori.
Eh bimba bella, facile parlare alla tua et, ma il giorno che ti verr l'artrite allora alzerai gli occhi al cielo e dirai Ah, quanto aveva ragione il mio povero Zot, pace all'anima sua.
E che ne sai che muori prima di me?
 normale,  la natura,  il ricambio delle generazioni.
Zot, abbiamo la stessa et, magari muoio prima io.
Oh no Luna, non lo dire nemmeno per scherzo. A parte che all'orfanotrofio mi hanno spiegato pi volte che essendo nato nelle zone del disastro nucleare non durer tantissimo. Ma poi, se tu muori, morir subito anch'io per il dolore. Quindi al massimo moriremo a pari merito.
Io resto zitta, perch mi dispiace per questa cosa del disastro nucleare. Ma vorrei dire a Zot che non si muore di dolore, questo lo so. Senn io sarei gi morta, la mamma sarebbe mortissima. Non si muore di dolore, punto e basta.
Zot si ferma perch cammina male, e io ne approfitto per sistemarmi gli occhiali da sole e il cappuccio della felpa, ma c' poco da fare, un po' di luce passa lo stesso. Lui intanto si toglie uno stivaletto e lo rovescia, acqua e pezzetti di alga cadono sulla riva. Poi se lo infila di nuovo, ma il calzino bagnato  pieno di sabbia e non scivola. Perde l'equilibrio, io provo a prenderlo per un braccio ma sbaglio mira e stringo l'aria, mentre Zot cade di faccia. Finisce di infilarsi lo stivale cos, spinge e gli viene una specie di urlo. Poi si rialza, si aggiusta l'impermeabile color topo morto e ricominciamo a camminare sul bagnasciuga con gli occhi fissi a terra.
Facciamo pochi passi, poi si ferma di nuovo. No, non  possibile!, e prende una cosa tonda e argentata dalla sabbia. Luna, un'altra pentola, non ci credo!
Saranno dieci minuti che camminiamo sul bagnasciuga per vedere se le onde hanno portato qualcosa di interessante, e questa  la quinta pentola che troviamo. Zot la rigira, il metallo luccica ancora un po' anche se  mangiato dal sale e coperto dai denti di leone.
Cosa ne pensi? mi chiede, e me la avvicina alla faccia. Sento l'odore dolce e amaro delle alghe. Questa pu essere interessante?
Cerco di guardarla, ma il sole picchia sull'acqua e si spacca in mille pezzettini saltellanti che mi arrivano addosso da tutte le parti. Non riesco a tenere gli occhi aperti, la pentola non la vedo nemmeno, vedo solo le scintille del mal di testa.
No,  spazzatura e basta.
Sicura? Guardala meglio, toccala.
Ma chi se ne frega,  una pentola. Secondo te Luca mi manda una pentola? Cosa ci devo fare?
Non so. Per abbiamo trovato cinque pentole e tre coperchi... magari ti sta mandando un set completo.
Certo, come no. Mio fratello dall'Aldil mi regala un set di pentole. Che senso ha?
Zot non risponde subito, abbassa la testa alla sabbia. Non lo so. Forse vuole che impari a cucinare, per una brava donna di casa  importante dice. Poi per fortuna arriva un'altra folata di libeccio e si porta via quelle parole sceme. Soffia forte e mi passa sotto la giacca a vento, che si gonfia tutta e quasi mi alza da terra.  larghissima, perch  la giacca di Luca.
Stamani cercavo la mia negli scatoloni, ero in ritardo per la scuola e allora la mamma mi ha detto: Prendi questa, me l'ha infilata e ha chiuso la zip davanti, e lo sbuffo d'aria mi ha portato su l'odore di mio fratello. L per l ho pensato che forse era solo una mia idea, che non era mica vero. Ma la mamma  rimasta cos, immobile come me, con la zip in mano. Ci siamo abbracciate, ci siamo strette, io sentivo gli occhi che mi frizzavano, ma la mamma mi diceva: Luna, non piangiamo, va bene? Facciamo che non piangiamo, eh?  una bellissima giacca e ti sta bene, e noi non piangiamo.
Ma adesso il profumo di Luca non lo sento pi. Anzi, di colpo mi arriva una puzza amara, tipo legno marcio. Mi volto e Zot mi sta agitando davanti al viso una roba scura, che appunto  un legno marcio.
E questo Luna? Guardalo, secondo me  interessante, no?
No.  un pezzo di legno, buttalo via.
Ma guardalo bene, lo vedi che forma strana?
 un pezzo di legno e basta, buttalo.
Ma guardalo bene, non pensi che...
No! Non lo vedo Zot! Oggi con questo sole non vedo niente! Sono tre ore che mi chiedi cosa vedo, ma sei te che ci vedi, io non vedo nulla!
Per un attimo stiamo zitti, solo il rumore delle onde che si allargano sulla sabbia vicino ai piedi. Mi spiace aver urlato. Per insomma,  vero, io non vedo quasi nulla, e certe volte mi ci arrabbio proprio.
Scusami Luna, non volevo. Cio, non volevo che tu guardassi, volevo che sentissi.
Io sento solo puzza di legno marcio.
Ma non col naso. Io dico sentire, sentire coi tuoi poteri.
Poteri?
Zot fa un altro passo, nei suoi stivali un'ultima anatra muore schiacciata, poi ci fermiamo. S dice. Tu hai dei poteri Luna,  chiaro. Come il tuo amico Tages.
Dice cos, io alzo la testa e lo guardo. Non vedo nulla perch dietro ci sono il sole e il mare, ma in qualche modo lo fisso lo stesso.
L'hai sognato ancora?
Resto ferma, non dico nulla, non faccio n s n no.
L'hai sognato, vero?
Due volte.
Ecco. E che succedeva?
Una volta non me lo ricordo. Ieri notte per stavamo insieme nel mare.
Ah! fa Zot, gli occhi cos a palla che riesco a vederli, due tondi bianchi dritti su di me come palline da ping-pong che rimbalzano a caso. E me lo dici cos?
E come te lo devo dire?
Ma  sensazionale! Proprio nel mare. Lo vedi che ho ragione?
Ma ragione su cosa? chiedo. Anche se mi sa che lo so. So tutto. Pensi che Tages mi vuol dire qualcosa, vero?
No Luna. Penso che Tages sei proprio tu.
Tages sono io? Che idea cretina, che scemenza, una roba del genere poteva venire in mente solo a Zot. Solo a Zot e a me, che ci avevo gi pensato, per non volevo finire al manicomio e allora non l'ho mai detta a nessuno, anzi non me la sono mai detta bene nemmeno da sola. Ora per, a sentirla da un'altra bocca, non suona mica cos assurda.
Pensaci Luna. Hai i capelli bianchi come lui, siete due bambini coi capelli bianchi.
Io non sono una bambina, sono una ragazza.
Certo, una bellissima ragazza, la pi bella di tutte. Ma comunque hai i capelli bianchi, e poi sei nata qui, e dunque hai nelle vene il sangue etrusco.
E che c'entra?
C'entra, perch loro parlavano coi fulmini, col volo degli uccelli e quelle cose l, giusto? Ecco, e tu invece parli con le cose del mare.
Te sei pazzo dico. Ma il problema  che siamo pazzi tutti e due, perch io vorrei che smettesse di dire queste cose assurde e insieme aspetto solo che continui a raccontarmele, anche se le so benissimo da me.
Pensaci bene. Tutta la roba che venivi a raccogliere sul mare, cosa la prendevi a fare, perch era bella?
S, esatto, perch era bella.
Mi dispiace contraddirti, ma suvvia, pezzi di legno, lattine vuote, giocattoli rotti... sono cose belle?
Sono particolari.
Esatto, sono particolari, ma per te! Ai miei occhi sono tutte uguali sulla spiaggia, ma tu senti che certe cose sono speciali.  vero o no?
No. Voglio dire di no. Ma invece s. E allora sto ferma e non dico nulla. Tanto Zot parla per tutti e due.
Anche la cosa dell'osso di balena, secondo te non  un segno?
No. S. Non lo so. Ma poi l non c'entro nulla, mi sono svegliata e ce l'avevo addosso, che c'entro io?
C'entri eccome! Proprio quel giorno dopo tanti mesi sei venuta al mare, giusto?
Faccio di s.
Era freddo, c'era il vento, eppure ti sei tuffata lo stesso. Giusto?
Rifaccio di s.
E come mai?
Ci penso, scuoto la testa, non lo so. Cio, un pochino pensavo di s, ma invece no.
Certo che non lo sai, perch non volevi mica, l'hai fatto solo perch hai sentito che lo dovevi fare. E se non venivi al mare, se non ti tuffavi, l'osso di tuo fratello non l'avresti trovato mai. Invece lo dovevi trovare. E infatti ti sei tuffata. E oggi secondo me devi trovare qualcos'altro.
Cio, ma secondo te mi devo tuffare un'altra volta?
No, cerchiamo qua sulla spiaggia. E non ti preoccupare se non ci vedi, ti faccio io da occhi, le vedo io le cose per te. Tu devi solo concentrarti e sentire. A meno che non senti che ti devi tuffare eh, perch in quel caso tuffati subito!
Scuoto la testa, guardo l'acqua coi pezzetti di luce che ci ballano sopra, guardo la sabbia e vorrei dire che sono tutte scemenze. Che non  vero niente, che a queste cose non ci credo e non ci penso nemmeno, perch sono una persona normale che crede solo alle cose normali.
Solo che insomma, qua di cose normali non ce n' pi da un sacco di tempo. E le cose normali dovrebbero essere appunto cos, robe che succedono sempre, invece qua  tutto assurdo. E allora guardo la spiaggia e i legni e le pentole che il mare ci ha lasciato sopra, guardo Zot tutto insabbiato e guardo me. E cosa c' qua intorno di normale per davvero?
Noi sicuramente no.

L'odore di casa tua
Cammini piano e ti guardi intorno, arrivi all'incrocio e prima di andare a sinistra su via Donati ci pensi un po': la tua unica fortuna  che in giro non c' nessuno. Le case tutte vuote e chiuse, i giardini zitti e per la strada solo le foglie che cadono senza rumore.  una fortuna, perch altrimenti chiederesti Scusi, mi pu dire dove siamo, che mi sono persa?. E quello penserebbe che lo prendi in giro, qui nel quartiere dove hai passato tutta la vita.
Ma non  colpa tua. Sai dov' la Casa dei Fantasmi e sai come arrivarci,  che ti fa troppo strano tornarci dopo un pomeriggio passato a casa tua. Che adesso non  pi tua. Per entrarci hai dovuto chiamare la tipa dell'agenzia, perch la serratura l'hanno cambiata e le tue chiavi non aprono pi nulla. Le hai detto che ti eri scordata delle cose dentro, sapeva mica se stavano ancora l? Lei ha risposto di s, che Per le cose passano luned, e intendeva che luned passano quelli della spazzatura, portano tutto alla discarica e i ricordi della tua vita saranno solo un problema di smaltimento per il comune.
Eppure non  per salvare altra roba che sei tornata a casa. Ci sei andata e basta, perch avevi bisogno di entrarci per l'ultima volta. Ti eri ripromessa di resistere, poi hai pensato che tra poco la svuotano, la buttano gi e non ci sar pi niente a cui tornare, e allora resistere sar semplice.
E insomma ci sei venuta con la tipa dell'agenzia e le hai chiesto di darti un'ora, con uno sguardo che non sai nemmeno tu ma ha funzionato, perch lei ha alzato le mani ed  sparita, e ti ha lasciata sola con la tua casa.
Sei entrata, e nel buio delle stanze, nel silenzio dei muri, quello che ti ha presa forte  stato l'odore. Ogni casa ha un odore suo. Quello di casa tua per  il pi unico di tutti.
 il frutto di tanti anni, di tante vite diverse e di quello che ognuna ci ha portato dentro. I bisnonni che l'hanno costruita con le loro mani, in fondo a un pezzo di terra sperso che non era di nessuno, coi soldi guadagnati alla polveriera che stava poco sopra. Riforniva l'intero esercito italiano, la polveriera. Assumevano sempre, perch un paio di volte l'anno scoppiava, i lavoratori morivano e ne servivano altri, e l'economia girava. Che poi era un mistero come mai fosse cos facile morire dentro la polveriera, mentre le granate che uscivano non facevano male a nessuno: quelle tedesche, quelle americane, loro s che erano tremende. Le granate italiane invece, il nonno diceva che se te ne buttavano una addosso bastava avere il cappotto e non ti succedeva niente.  per questo che d'inverno la guerra andava sempre male.
E insomma, nell'odore di casa tua c' anche la polvere da sparo dei bisnonni, il letame e l'erba tagliata dai nonni, la pelliccia degli animali selvatici che erano la cena in questo posto che adesso  pieno di villette e villone ma al tempo era una jungla, e infatti ancora il babbo, la sera quando usciva, si portava dietro il fucile o - se il fucile serviva ai suoi fratelli - un bastone con un chiodo che spuntava in cima. E poi gli alberi sono caduti, sono venuti su i muri, sono passate tante vite che hanno messo qualcosa di loro in questo odore. Resina di pino, patate lesse, stoppa, grasso di motore, olio, altre cose che non riconosci di vite che hai appena sfiorato ma che resteranno per sempre nel tuo naso, insieme alla cera che Luca stendeva sulla sua tavola da surf, insieme alla crema protettiva di Luna, insieme a quello che hai messo tu dentro questo odore, e cos' non lo sai mica, ma lo sentivi insieme al resto mentre respiravi l, immobile nel corridoio di casa tua.
Solo che fra poco questo odore se ne andr, come la cucina, il bagno, camera tua e di Luna e quella di Luca. La ruspa butter gi tutto con una carezza, pezzo per pezzo, solo mattoni rotti e calcinacci. L'odore si perder per sempre, mescolandosi al puzzo dei motori delle ruspe, alle sigarette degli operai, alla terra rivoltata per smantellare il vialetto e scavarci una piscina.
No, non poteva succedere cos, non doveva. E allora sei andata alla finestra, a tutte le finestre, hai aperto le persiane e i vetri e la luce  entrata insieme all'aria, poi sei tornata nel corridoio, ti sei sdraiata sul pavimento e sei rimasta l, la faccia al soffitto, e ti sei accesa una sigaretta nella corrente che cominciava a girare per le stanze.
Perch se il vostro odore doveva proprio sparire, allora volevi farlo uscire tu, senza casino, senza roba che crolla, tranquillo verso il cielo. Cos le ruspe arriveranno e non troveranno pi niente da distruggere, solo mattoni e legno e tegole, niente di vero, niente di vostro.
Sei rimasta l per terra a pensarci, e fumavi, il fumo saliva un attimo e subito l'aria lo prendeva e lo spingeva in ogni direzione, lo portava via con s e non lo vedevi pi. Il vento si divertiva a entrare dalle finestre, si divideva per le stanze e si incontrava di nuovo l in mezzo, prendeva l'odore della casa, il vostro odore, lo portava via e lo mescolava al resto del mondo, e insieme a quello alla fine diventava niente, o forse chiss, forse diventava tutto.
No, no, diventava niente.
Adesso comunque sei arrivata, stai nel buio tra i rami intricati degli alberi, che si intrecciano come dita e lasciano fuori la luce e il resto del mondo, qua nel bosco intorno alla Casa dei Fantasmi.
Camminando tieni gli occhi in alto, alle teste di questi alberi storti, nodosi e sbilenchi. Sembra che proprio non gli riesca di venire su normali, come se la regola qua dentro fosse essere strani. E in effetti funziona, perch il bosco cresce, il vento li sposta di qua e di l ma questi alberi storti si reggono uno all'altro e stanno ancora tutti in piedi, anche dopo i temporali di fine estate e le trombe d'aria che hanno spelacchiato i giardini della zona e buttato gi i pini e i lecci dritti e potati precisi.
E allora fai gli ultimi passi con la faccia in su e una smorfia per i pezzetti di sole che arrivano ogni tanto, e le gocce di resina sulla pelle, e questi alberi intrecciati ti fanno stare quasi bene. Cio, bene no, bene  troppo. Diciamo non male, ecco, o comunque un po' meno male di prima, che  gi qualcosa.
Altol, chival!, un urlo dalla fine del bosco. La voce grossa di Ferro, l fuori davanti alla casa.
Tranquillo Ferro, sono io!
Io chi!
Io Serena.
Ah, ci si conosce da due minuti e mi rispondi Sono io, andiamo bene. Ferro non dice altro, ma senti uno scatto e dev'essere il fucile che torna disarmato, il suo modo per darti il benvenuto.
Il bosco finisce, ti avvicini alla casa, Ferro  l con un vecchio boiler rugginoso aperto in due, un martello gigantesco in mano. Studia il boiler, lo rigira sull'erba, poi sceglie un punto e comincia a coprirlo di martellate.
Che fai? chiedi. Cio, ci provi. Alla terza volta riesci a infilare la domanda tra una martellata e l'altra, e allora Ferro ti sente. Si tira su, ti guarda col fiatone.
Costruisco un barten dice. E gi un'altra martellata.
Un che?
Un bardeg, barben, una griglia per fare la carne. Come cazzo lo chiamate!
Ah, un barbecue!
S, preciso, quello, e un'altra mazzata sul boiler.
Guardi quel coso ammaccato, i pezzi arrugginiti per terra, a vederli cos non capisci come possa venirci fuori un barbecue. Soprattutto se l'unico trattamento di Ferro  ricoprirli di martellate.
Ho voglia di carne alla griglia. Ieri sera l'ho detto e subito i bimbi sono impazziti. Facciamo una grigliata! S! Compriamo la griglia e facciamo una grigliata!  questo il guaio di oggi, la gente quando ha bisogno di una cosa pensa subito che deve trovare i soldi e comprarla, non ci pensa che invece se la pu fare da s. Ma stai a vedere che lavorone che viene, viene un barbesc meglio di quelli dei negozi, parola di Ferruccio. Si alza, si asciuga il sudore dalla testa con una manica della maglietta, che  bianca con sopra scritto ROSTICCERIA PIZZERIA IL FAGIANO - PRANZI E MERENDE.
Fai di s, e pensi a quello che ha appena detto: Parola di Ferruccio. Suona proprio bene, ti fa quasi sorridere.
Che ridi? Pensi che non mi riesce?
No, no,  solo... pensavo che  proprio bello Ferruccio come nome.
Eh, grazie al cazzo,  il nome pi bello del mondo. Infatti la mia mamma mi ha chiamato cos, e quando  nato mio fratello ci ha chiamato anche lui.
Ma come, tutti e due con lo stesso nome? Ma non era un casino?
No. Per sei anni la mamma ci ha chiamati Ferro e Ferrino.
Bello, Ferrino dici, e ti viene da sorridere ancora. Ma perch sei anni soli?
Perch dopo Ferrino  morto.
Morto?
S. Gli piacevano troppo i trattori. Ci girava sempre intorno, ci saliva sopra, alla fine c' rimasto sotto dice. Poi ricomincia a dare martellate. Le senti nella testa, nelle ossa. Per un attimo non chiedi altro.
Poi: E voi?.
E noi cosa?
Non lo so, tua madre? Che ha fatto quando  morto Ferrino?
Nulla. Ha chiamato me Ferro e basta.
Cio, non ha fatto nulla, non ha...
Non c'era tempo bimba, c'era il granturco da seminare, bisognava muoversi. Io ero sempre l, e pure le mie sorelle. Poi ne  nata un'altra, era il momento della vendemmia, la mamma stava nella vigna,  andata in casa un attimo, l'ha fatta e poi  tornata a cogliere l'uva. Erano altri tempi, la gente era seria. Mica come ora, che le donne per partorire vanno all'ospedale, come se fosse una malattia. Nasci, e la prima cosa che vedi  una stanza di ospedale, quei letti, quel puzzo di medicine. Ma cazzo, gi tocca morirci all'ospedale, almeno quando uno nasce  meglio uscire in un bel posto, no?, e fa un verso di gola misto a catarro. La vita va avanti bimba, quello che succede succede. Va sempre avanti e se ne frega se te vuoi andare da un'altra parte o se vuoi stare ferma per conto tuo. La vita ti porta dove gli pare a lei.
Ferro ti guarda un attimo, ti fissa, stringe gli occhi in un'espressione che forse  serissima, o forse  solo il sudore che glieli fa bruciare.
Poi alza di nuovo il martello e riparte coi colpi. Stavolta  chiaro che non smetter pi finch non ha finito, finch quel bombolone rugginoso non sar un barbecue. Guardi il boiler e ancora non capisci come potr mai diventarlo. Ma a ogni colpo cambia forma, a ogni martellata di Ferro il boiler diventa una cosa nuova. E allora chi lo sa, magari a un certo punto diventa davvero un barbecue, con la griglia e tutto il resto.
L'unica cosa  continuare, e vedere che succede.

Dove sei andato, Checco
Colombaccio? dico, con la bocca che mi si storce per lo schifo. Io il colombaccio non lo mangio.
E perch? chiede Ferro.
Perch non mi piace.
L'hai mai mangiato?
Lo guardo, siamo seduti vicini, lui a capotavola con una specie di coperta verde sulla pancia che gli fa da tovagliolo. Poi mi volto verso la mamma che sta ai fornelli, nella luce al neon la vedo male ma mi sembra che faccia no con la testa.
No dico, non l'ho mai mangiato, ma vabb, non ho mai mangiato nemmeno... nemmeno un porcospino, per non  che allora mangio un porcospino.
Che cosa? Guarda che il porcospino  buonissimo! fa Ferro. Anzi, avercelo adesso un bel porcospino. Ma anche il colombaccio  buono, non sai cosa ti perdi.
Scuoto la testa, incrocio le braccia e tengo la bocca chiusa stretta, nel senso che non parlo pi e non ci faccio entrare pezzi di uccello morto. Anche perch prima di sedermi sono passata davanti ai fornelli e ho visto quell'animale stecchito e nudo nella pentola, col petto in fuori e le gambe secche, affogato nel sugo di pomodoro che bolliva. E io non so cucinare bene, ma se c' una cosa che so  che il mangiare pi  scuro e pi  amaro, e allora il colombaccio deve essere proprio amarissimo.
Va bene, peggio per te dice Ferro. Cos ce n' di pi per noi, vero bimbo? E guarda Zot, seduto accanto a me.
Zot, ma te mangi quel povero uccello? chiedo, e solo adesso capisco come mai finora  stato zitto, senza infilarsi nel discorso come sempre.
E infatti rimane immobile, forchetta e coltello gi in mano, la faccia al piatto. Poi dice piano: Luna, una volta il piccione selvatico era il cibo dei re.
Sentito? fa Ferro. Una volta lo mangiavano i re, e te non lo assaggi nemmeno. Sai che ti ci vorrebbe bimba? Un po' di guerra ti ci vorrebbe. Oppure di essere nata in un posto di merda come lui. Allora sai che salti facevi se sentivi questo profumino.
Io stringo la bocca un'altra volta e cerco solo di non pensarci, a questo profumino, che non profuma per niente e anzi  il problema pi grande. Perch una cosa brutta puoi chiudere gli occhi e non vederla, puoi starci lontano e non toccarla. Ma l'odore non chiede permesso, l'odore arriva, si infila nel naso e non puoi farci niente. E questo odore riempie la cucina e mi scende in gola, amaro come quell'uccello nero e secco.
Io non lo mangio dico. Mangio un pezzo di pane se c', ma il colombaccio no.
Non c' problema Luna dice la mamma. Ho comprato i bastoncini di pesce, accendo il forno e te li faccio in un secondo.
Bastoncini di pesce? E che cazzo sono? chiede Ferro.
Roba buona dico. E penso alla crosta dorata e croccante, che la alzi con la forchetta e sotto c' il pesce, cos morbido, cos bianchissimo.
E dove li hai trovati?
Dalla Teresa, ho fatto la spesa dice la mamma. Zot, li vuoi anche te?
Zot ci resta secco, le posate sempre strette in mano. Guarda la mamma tutto emozionato, guarda Ferro. Che risponde: No, lui no! Dopo lo viziate e non mangia pi quel che c' in casa.
Nonno, ti scongiuro, una volta sola, stasera solamente!
Non se ne parla.
Giuro che non mi vizio, lo giuro sul Signore nostro Dio.
Non me ne frega un cazzo, stasera c' il colombaccio, gli ho sparato per nulla?
Gli hai sparato? chiedo.
Certo bimba, ho provato a farlo scendere dall'albero a parole ma non mi dava retta.
Io rimango cos, non dico altro, nessuno dice altro. Poi la mamma: Via Ferro, solo per stasera, una volta e basta.
Ferro resta fermo un attimo, poi fa un rumore con la gola, a met fra un colpo di tosse e un rutto, che  il suo modo per dire Chissenefrega, fai come ti pare. E mentre Zot urla Evviva!, lui si versa un bicchiere di vino pieno fino all'orlo, lo beve in un colpo e gli viene una faccia strana, tipo uno che sta pensando un pensiero cos grosso che gli fa male. Poi apre la bocca e fa un rutto per davvero.
Bastoncini di pesce, che stronzata. E con che soldi li hai comprati?
Non ti preoccupare Ferruccio, sono soldi miei dice la mamma. Controlla ancora il colombaccio, e ogni volta che toglie il coperchio si alza una nuvola di fumo a forma di fungo. Un fungo bollente che sale nell'aria, come quello della bomba di Hiroshima che a scuola la professoressa di storia ci ha portato una foto e l'ha fatta passare tra i banchi e intanto spiegava i pericoli dell'energia nucleare. Parlava della bomba e ha raccontato anche di Chernobyl, dove c' stato un incidente cos grave che pure in Toscana per dei mesi la gente non ha mangiato l'insalata.
A quel punto tutti hanno guardato Zot, Maicol Silvestri gli ha detto: Grazie di averci avvelenato il mangiare, bastardo, e gli hanno tirato un libro, due penne e una calcolatrice, e cos nel casino mentre la foto girava qualcuno  riuscito a disegnarci sopra un pisello.
Be', che hai pagato coi tuoi soldi mi sembra il minimo dice Ferro. Ma dove li trovi i soldi, che non lavori?
Abbiamo ancora qualcosa da parte.
Ah, allora ti puoi trovare anche una bella casetta in affitto, no?
No. I soldi per i bastoncini ce li abbiamo, per un affitto no.
Ecco, e allora lo sai cosa fa uno quando non ha i soldi? Si cerca un lavoro!
Ma la mamma ce l'ha gi un lavoro dico. Fa la parrucchiera.
Ah s? E allora si vede che anche i parrucchieri sono cambiati dai miei tempi. Una volta mi ricordo che andavano al negozio e tagliavano i capelli. Oggi invece si sta a casa a non fare un cazzo?
La mamma richiude la pentola, si struscia le mani sui pantaloni militari.  un po' che non vado dice senza voltarsi.
 da marzo che non vai, Serena. Da marzo non fai un sacco di cose, e anche adesso che un pochino hai ricominciato a uscire, al negozio non riesci ad andarci. C' troppa gente che conosci, e gi chi conosci poco ti ferma per strada, chi prima nemmeno ti salutava si sente in dovere di dirti Forza e coraggio, o peggio ancora ti guarda con quei sorrisi dolorosi, come quando vedi passare uno sulla sedia a rotelle o un cane con tre zampe.
Ma oggi  andata pure peggio. Oggi hai lasciato Ferro a battere sul boiler per tirarci fuori il suo barbecue, sei andata dalla Teresa a comprare i bastoncini e sei finita dritta in bocca alla Vera. Una signora che aveva una figlia che d'estate faceva la cameriera in un ristorante di pesce sul lungomare. La notte di Ferragosto aveva lavorato fino a tardi, la Vera a casa la aspettava e si sentiva qualcosa di strano dentro al pensiero della sua figliola che tornava a casa cos tardi in motorino. Allora ha chiesto a suo figlio di andarla a prendere in macchina e lui si era incazzato, stava gi a letto a guardare la tv, aveva sbuffato un sacco ma alla fine era andato a prendere la sorella. Erano quasi arrivati a casa, poi a un incrocio una jeep non si era fermata al rosso, erano cos ubriachi che non avevano visto neanche il semaforo, e addio figlioli della Vera. Che da quel giorno gira per le vie del paese e la gente scappa perch se ti becca ti parla per un'ora delle solite cose, tipo che le jeep non le dovrebbero vendere, e l'alcol nemmeno, e i ristoranti non  possibile che siano aperti fino all'una di notte, chi  che cena all'una di notte?
Appena ti ha vista entrare all'alimentari, la Vera ti  venuta incontro con gli occhi a palla e ti ha abbracciata stretta, come un sasso pesantissimo che ti si lega al collo e ti porta in fondo al mare. Quando finalmente si  staccata, ti ha guardata coi suoi occhi sempre rossi e ti ha detto: Coraggio, ci vuole coraggio. Ora  dura, lo so, ma col tempo diventa anche peggio. Molto molto peggio. Questo ti ha detto, con un sorriso che non c'entrava niente. Poi  tornata a fissare il formaggio e il prosciutto di l dal vetro, mentre tu agguantavi i bastoncini di pesce e via, col respiro piantato tra stomaco e gola.
E se tornassi a lavoro, Serena, lo sai che ogni minuto sarebbe cos. Abbracci, sguardi, parole. E non ce la puoi fare. Per ora no. Magari un giorno, forse, ma non lo sai. Sai solo che per ora no.
Allora menomale che la Gemma ha preso questa ragazzina in prova, ha appena finito quella grandissima stronzata che  la scuola per parrucchieri, e anche se non sa fare niente si impegna tanto, lavora praticamente gratis nella speranza che un giorno la Gemma la assuma davvero, anche se lei in realt aspetta solo che tu ritorni al negozio e poi la saluta e la rispedisce sulla strada, in cerca della prossima illusione.
Intanto apri il freezer, e dopo il vapore bollente dalla pentola, il gelo in faccia ti riporta a quello che sta succedendo adesso, nella cucina della Casa dei Fantasmi. Prendi i bastoncini, lo richiudi, torni ad ascoltare Ferro che sta dicendo: Insomma, gli davo da mangiare cos. Masticavo bene, poi lui mi infilava la testa in bocca e mangiava.
Non capisci. Ti sei persa un pezzo del discorso. Chiedi chi mangiava dalla sua bocca, e i ragazzi con le loro urla emozionate ti staccano dall'ultimo pezzetto di altrove dove ti eri persa.
Checco, mamma! Gli mangiava proprio da dentro la bocca!
E chi  Checco? chiede la mamma.
Checco era il colombaccio del signor Ferro!
Ma un colombaccio vivo?
Io faccio di s con la testa e pure Zot, fortissimo e tantissimo.
Viveva col nonno. Vero nonno? Diglielo!
Ferro sbuffa: Via, riparto dall'inizio, tanto qua la cena non arriva mai. Per te la faccio corta perch non ho voglia. Si mette comodo sulla sedia, appoggia la schiena e si toglie il tovagliolo-coperta dal petto, la maglietta sotto  cos piena di macchie che non capisco a cosa gli serve un tovagliolo.
Allora, un giorno esco di casa e vado al cesso.
Ah fa la mamma. Avevi il bagno fuori?
Certo. Era un capanno, era grosso e andava benissimo. Poi quella cretina della mia figliola ha cominciato a lamentarsi e l'ho dovuto mettere dentro, ci ho speso un sacco di soldi e lei se n' pure andata. E mi ha lasciato con quel bagno scomodo e con questo rompipalle in casa dice, e non c' bisogno che indichi Zot. Comunque, esco e vado al cesso, e per terra trovo una pallina di pelo. Era un colombaccio cascato dal nido. L'ho preso in mano, volevo picchiarlo contro un albero cos smetteva di soffrire. Per ho visto che era vivo abbastanza, alzava la testa, mi ha guardato...
E allora il nonno l'ha portato in casa! si entusiasma Zot.
S, l'ho portato a casa e volevo allevarlo. Ma non  mica facile, il colombaccio non  come gli altri uccelli. I merli, i fringuelli, quelli aprono il becco, stanno l a bocca aperta e aspettano che la mammina ci butta dentro il mangiare. E infatti se li vuoi allevare basta che gli metti del pastone su uno stecco, glielo infili in bocca e loro ingollano. Il colombaccio invece no.  un uccello tosto,  orgoglioso, appena nato vuole mangiare da solo. La mamma sta l col cibo in bocca, lui allunga il collo, ci infila dentro il becco e se lo prende. E allora io che facevo, io pranzavo e cenavo normale, poi l'ultimo boccone lo masticavo per bene e lo tenevo in bocca, mi avvicinavo a Checco e lui allungava la testa e lo mangiava cos.
Ma proprio cos nonno? Proprio dalla bocca? chiede Zot, e prova a mettersi un dito in bocca come fosse il becco di Checco. Solo che ha ancora la forchetta in mano e quasi se la pianta in un occhio.
S, cos, per un mese e mezzo. E intanto Checco cresceva, ha messo le penne, ha cominciato a volare. Mi seguiva da tutte le parti, sempre vicino. Una cosa incredibile. Andavo in cucina e lui veniva. Mi mettevo in poltrona e si posava sul bracciolo. Anche quando andavo al cesso stava per terra davanti alla tazza, tanto gli uccelli non sentono gli odori. Cio, almeno credo che non li sentono, perch senn non so come faceva certe volte a stare l. Ma comunque, sempre dietro a me, come un cane. Poi un giorno che stavamo nel giardino a cercare i funghi  arrivato un altro colombaccio e si  posato su un pino lass in cima. Checco se n' accorto, ha guardato su,  volato sul pino e c' rimasto un po'.  tornato da me, mi ha strusciato la testolina sulla gamba come faceva sempre, poi  volato via con quell'altro, e addio Checco dice Ferro. Ci guarda per un attimo, poi abbassa gli occhi al piatto vuoto.
E dopo? domanda Zot.
Dopo nulla, se n' andato. Ma  giusto cos,  la natura. E per sapete che  successo?
Scuotiamo la testa veloci, contenti che comunque sia successo qualcosa. Qualsiasi cosa  meglio di Checco che se ne va e non torna mai pi.
Sar passato un mese. Ero in giardino a segare un legno, me lo ricordo come fosse ora. Sento un suono, e riconosco il verso di Checco. Glu gluuu, glu gluuu. Alzo la testa e sullo stesso ramo c'era lui, insieme a quell'altro colombaccio e a due piccolini. Era venuto a farmi vedere la sua famiglia, capito?  sceso un attimo, mi ha toccato la gamba con la testa, e intanto stava sempre attento alla famiglia lass. L'ho accarezzato, gli ho detto che era un bravo colombaccio, poi sono volati via tutti.
E dopo? chiedo, la voce cos debole che quasi muore prima di uscire di bocca.
Dopo cosa?
Dopo quella volta non  tornato mai pi?
Lui scuote la testa.
Signor Ferro, mi dispiace tanto.
Ferro non risponde subito, prende il bicchiere e lo appoggia alle labbra, anche se  vuoto. Tossisce: Ma di che cazzo ti dispiace bimba?  la natura, va bene cos. Era nato con le ali, doveva volare. E poi da quel giorno c' un sacco di colombacci che vivono fissi qui intorno. Ferro alza la mano e la sventola nell'aria, come se la cucina fosse piena di colombacci in volo.
E sono i figli di Checco? chiedo.
Certo. E i nipoti.
Mi volto verso la mamma e la pentola che sbuffa il fumo mentre cuoce un figlio o un nipote di Checco. Adesso s che sono proprio sicura che non lo mangio. Penso a Ferro che mastica la cena e poi si piega su un uccellino per farsi prendere il cibo dalla bocca. Poi penso a Ferro che carica il fucile, mira tra i rami e quello stesso uccello lo butta gi, lo raccoglie da terra, lo spenna e se lo cucina col sugo. La stessa persona, gli stessi uccelli, cos' che cambia? Non lo so, ma non sono l'unica a non saperlo. Perch la mamma smette di mescolare, si accuccia davanti al forno per rigirare i bastoncini, poi dice: Per Ferro, insomma, Checco l'hai salvato e l'hai curato come una persona. E ai suoi nipoti invece gli spari e te li mangi?.
E perch, che c' di strano? Ferro si versa il vino e beve ancora. La sua voce  sempre pi alta e impastata, e le parole che dice sono sempre pi spesso parolacce. La vita  questa qui, ragazzi,  meglio che lo imparate subito. La vita  un temporale,  una burrasca.  una tempesta di schiaffi, con dentro ogni tanto, per sbaglio, una carezza. Ma  una su centomila, quegli altri sono solo schiaffi dati bene e forte. Infatti Checco io l'ho aiutato, nel senso che l'ho preso, l'ho allevato e l'ho rimesso in mezzo alla vita, ma la vita  questa qui. Gli volevo bene, ma al tempo stesso erano cazzi suoi. E cazzi dei suoi figli, e dei suoi nipoti... un giorno qualcuno ti d da mangiare, un altro ti spara e ti cucina per cena. Sono cose che succedono, succedono sempre. Sono schiaffi ragazzi, schiaffi tutti i giorni:  meglio che imparate subito a prenderli.
Ferro dice cos e poi si butta indietro sulla sedia, si volta verso la mamma, chiede quando si cena che muore di fame.
S nonno, per... fa Zot. Per secondo me l'importante  non abituarsi mai a questi schiaffi. Non giungere al punto in cui il nostro viso diventa insensibile, perch poi quando finalmente arriva quella carezza meravigliosa, ecco, dobbiamo sentirla bene e godercela fino in fondo dice, con un sorriso pieno e gli occhi fissi al piatto. Anche la mamma si gira per guardarlo, e per un attimo in cucina c' solo un grande silenzio che nessuno vuole rompere.
Poi arriva la voce di Ferro, che invece spacca tutto: Io non ci posso credere bimbo, ma l'hai detta veramente questa stronzata? Te non sei normale, cazzo, nella vita hai preso solo schiaffi, e quando non sono schiaffi sono calci nel culo, e mi vieni a parlare di carezze, di faccia sensibile... oh, sveglia! Sei nato a Chernobyl, Maremma Cane, ti hanno chiuso in un orfanotrofio, ti hanno spedito qui e non sono pi venuti a riprenderti... ma che ti deve fare la vita per svegliarti? Io non lo so come cazzo fai. Non so nemmeno come fa questa bimba qui a essere la tua fidanzata.
Io apro la bocca, sto per rispondere secca per la milionesima volta che no, non sono la sua fidanzata. Ma Zot  l con la testa gi tutta bassa sul piatto, la forchetta ancora in mano, qualcosa che gli trema in faccia e mi sa che non  un sorriso. Allora non dico niente e resto cos.
E ci pensa la mamma a sbloccare tutto. Spegne il fuoco sotto il colombaccio, che magari non  cottissimo ma insomma, adesso  proprio il caso di portarlo in tavola e mettere qualcosa nella pancia di Ferro che non sia vino.
Richiude il coperchio, prende la pentola per i manici e la alza dal fornello, viene verso di noi e dice: Ecco, ci siamo, state attenti che bru....
L'ultima parola le si spezza in bocca, mentre la pentola si rovescia e cade per terra. Anzi, non per terra, cade addosso alla mamma. Col colombaccio e il sugo bollente. Sui pantaloni militari, sui piedi scalzi. E il sugo cola gi, e dove tocca brucia, e la mamma urla.
Mi alzo di scatto e corro da lei, e anche Zot. Cerco uno straccio, Zot me lo passa, glielo poso sulla caviglia e la mamma urla ancora pi forte.
Scusa mamma, scusa scusa scusa!
L'acqua fredda fa Ferro, che sta cercando di alzarsi dalla sedia. Acqua fredda sul piede!
Zot corre al lavabo, prende un'altra pentola e la riempie d'acqua, poi la rovescia dall'alto sulla gamba di mamma, ma oltre al piede la bagna tutta, pantaloni e maglia, e bagna pure me.
Ma che cazzo fai! grida Ferro. L'acqua sul piede, mica un gavettone!
No Ferro, va bene dice la mamma, va bene cos.
Mi tira via lo straccio dalla mano e se lo mette sul piede. Fa un rumore a denti stretti come se succhiasse l'aria.
Bimba, ma cazzo dice Ferro. Stai attenta con la roba calda,  pericoloso.
Attenta una sega! risponde lei. E sventola una cosa nera che ha in mano. Si  staccato il manico, le tue pentole del cazzo!
Ferro non dice nulla, solo un rumore con la gola, e resta l mentre la mamma alza un po' lo straccio per vedere l sotto. Io non ci guardo, non ce la faccio. Io guardo solo Zot, e Zot guarda me. Gli occhi fissi, le bocche spalancate. Non ci diciamo niente, ma non ce n' bisogno, tanto nella testa abbiamo gli stessi pensieri che si agitano, sparsi e rotti e in certi punti luccicanti, come le pentole, i manici e i coperchi che oggi il mare ci ha portato sulla riva.
Il mare me l'aveva detto di stare attenta. Ci ha provato, e siccome non lo capivo me l'ha urlato, con centomila pentole e coperchi sparsi sulla spiaggia. Li rivedo adesso, anche se chiudo gli occhi e li stringo. Anzi, pi li stringo e pi le pentole scintillano sullo scuro dietro, e quanto posso resistere ancora con gli occhi chiusi io non lo so.

Le mutande bagnate di Dante Alighieri
Gucci  un barboncino toy, grande come un topo di fogna ma con due occhi a palla giganteschi, che usa per guardare male il mondo dalla borsetta della sua padrona quando gira i negozi del centro. Mami e Papi lo amano alla follia, ma vivendo tra Londra, New York e la Costa Azzurra si possono godere il cucciolo solo un mese l'anno, nella loro villa a Forte dei Marmi, dove lo fanno arrivare da San Pietroburgo su un jet privato.
Gucci viaggia coi suoi collari di brillanti, con due borsoni di Louis Vuitton pieni di giochi e cappottini su misura e con la sua tata, che  filippina e nessuno sa come si chiama. Gucci la detesta, la sua tata, come detesta il resto del mondo a parte Mami e Papi. Un disprezzo verso la totalit dell'esistenza, che esprime in un unico modo: Gucci abbaia. Sempre. Apre la bocca microscopica e sputa fuori questo suono acuto e insieme rauco, che si ficca come tanti chiodi appuntiti nel cervello.
Gucci abbaia al mondo, cos triste e mediocre e inferiore, che insiste a proporsi al suo sguardo annoiato tentando di fare bella figura. Abbaia quando fa i suoi bisogni, abbaia quando mangia i bon bon di pollo con cuore di tonno, Gucci abbaia pure quando dorme. Abbaia alla tata filippina, al pilota del jet, alla hostess e al personale dell'aeroporto quando arrivano a Pisa, abbaia all'autista che lo porta a Forte dei Marmi, a ogni singolo palo della luce che incontrano per arrivare fino qua. E questo devasta la vita di chi gli sta vicino, e la tata filippina la mattina si ritrova in mano ciocche di capelli sempre pi grandi.
Per Rambo invece quell'abbaiare  una benedizione. Perch cos, se Gucci arriva a casa con la sua famiglia, lo sente da un chilometro di distanza e pu schizzare fuori dalla piscina, scavalcare la siepe e sparire appena in tempo. Anche se in due anni di allenamento nella piscina dei russi  successo una volta sola. La villa  sempre vuota e chiusa e la piscina sta qui tutta per lui. Basta che ogni cinque vasche si fermi un attimo, tiri fuori la testa e ascolti l'aria: se dentro ci sente solo il canto dei merli e dei fringuelli che si attorcigliano tra loro  tutto a posto, e Rambo continua a nuotare.
Che gli fa troppo bene. Da quando viene qui sente l'addome pi tonico, le gambe toste, chiss che fico diventerebbe se in autunno quegli scemi non ordinassero agli operai di svuotare la piscina.
Finisce le sue vasche, poi si asciugher, si infiler la tuta mimetica e andr all'ospedale a trovare Marino, che ha chiesto se gli portano La Settimana enigmistica, una ricarica del telefono e un pacco di Biscotti della Salute. Roba di cui dovrebbe occuparsi sua madre, ma la vecchia perde colpi e si scorda tutto. E Rambo ci pensa, si incazza e pianta le braccia nell'acqua come per prenderla a schiaffi, perch la vita  una merda: nasci, cresci e schizzi su fino al punto che sei forte e scattante, poi un giorno qualcosa cambia, sei arrivato in cima e comincia una discesa fatta di fango e piena di buche, a ogni buca perdi un pezzo e in un attimo diventi un vecchio rottame che tenta di andare avanti in qualche modo.  cos che funziona,  la natura che ti frega, la natura insieme alla societ. Una ti invecchia, l'altra ti soffoca con le sue regole e le sue convenzioni del cazzo. Ma Rambo non ci sta, Rambo combatte, lui resta in forma e risponde all'attacco colpo su colpo, prendendo la natura a calci nel culo e spaccando il muso alla societ. E infatti ora si allena tutti i giorni, si ferma solo ogni tanto per capire se quel canetto di merda sta arrivando oppure no, poi riparte.
Anzi, da qualche giorno  ancora meglio, perch nel parco della villa insieme a lui c' Sandro. Rambo nuota e intanto lui sta laggi alla siepe altissima che stacca il parco dalla strada, e praticamente gli fa da palo. Perfetto, anche se la ragione che ha portato qua il suo amico  cos triste e patetica che in teoria Rambo dovrebbe incazzarsi e sputargli in faccia.
Ma non ha tempo, adesso esiste solo il nuoto, i polmoni pompano come mantici, i muscoli lavorano duri e maestosi e l'acqua intorno fa un rumore come un nemico sbaragliato che si arrende, Rambo spinge e sente questo piacere dentro che meglio non ce ne pu essere. Lui non ha mai fatto l'amore e quindi non dovrebbe dirlo, ma non c' verso che andare a letto con una donna possa essere un piacere pi forte e pieno di cos.
La siepe di alloro  altissima, tre metri o forse quattro, spessa come un muro. Per l'alloro  fatto di foglie e rami, e se ti sforzi di guardarci in mezzo riesci comunque a vederci attraverso. Infatti Sandro  qua per questo, perch se infila la testa tra le foglie riesce a vedere la strada, il muretto di fronte, riesce a vedere Serena.
Che ogni giorno verso le tre va al cimitero. L'ha saputo da Zot, che al catechismo racconta a tutto spiano cose assurde, si ferma un attimo solo quando gli altri ragazzi gli danno uno schiaffo o un calcio in culo, poi riparte coi suoi discorsi senza filo. Ma questi discorsi sono come la sabbia inutile sulla riva del mare, che se la passi tutta col metal detector ogni tanto riesci a trovarci qualcosa di interessante. Cos Sandro ha scoperto questa cosa qua, che Serena adesso esce di casa, e ogni giorno verso le tre viene a piedi fino al cimitero.
E al cimitero si arriva solo dalla stradina di l dalla siepe, che  stretta e deserta e si chiama appunto via del Paradiso, e allora Sandro ogni giorno viene qua e la aspetta. Rambo nuota e conta le vasche a voce alta, mentre lui sta con la testa infilata tra i rami scuri e appuntiti, e vigila.
Certe volte sente dei passi e il cuore gli batte pi forte, ma poi  una vecchia coi fiori in mano o col cane al guinzaglio. Invece quando arriva Serena per davvero non c' verso di sbagliarsi: un giorno ha le scarpe da ginnastica e un giorno gli anfibi, ma i movimenti sono sempre rapidi e armoniosi, si mescolano al battito del suo cuore mentre la gola si chiude e gli occhi si spalancano per guardarla tutta, spalmarsela sulla retina pi che pu mentre i passi le fanno ballare i capelli lunghi e morbidi, che dalle spalle alla schiena si muovono con onde tutte uguali e tutte uniche, onde calme e insieme inarrestabili, che rubano l'aria intorno e la risucchiano in un vortice. Sandro la guarda e non respira, agguanta i rami di alloro e li stringe finch non sente che gli entrano nella pelle, con la tentazione sempre pi forte di scavalcare questa siepe, tuffarsi addosso a Serena e - al di l del romanticismo dei capelli come onde e del passo fatato -, prenderla per i fianchi, sbatterla al muretto di via del Paradiso e scoparla finch l'uccello non gli si consuma dentro di lei come una gomma per cancellare su un quaderno.
Gi, cos, proprio cos, pensa Sandro. Ma sa che non lo far, che questo  solo un pensiero finto, e sale tipo un ultimo schizzo dal fondo dell'orgoglio maschile che gli  rimasto, per fargli scordare la realt di questa situazione patetica. Di quest'uomo tutto solo, con intorno un mondo pieno di panorami di occasioni e opportunit, qui nascosto a fissare una via deserta sperando che prima o poi arrivi lei. Senza poi andarle davanti, senza saltarle addosso, solo restando a guardarla in segreto per qualche secondo. Uno sfigato incredibile, uno squallore da record, degno del campione assoluto di sfiga con le donne, che per Sandro  sempre stato il sommo poeta Dante Alighieri.
Che amava Beatrice e ci perdeva la testa, ma invece di andare l e dirle: Senti Beatrice, mi prendi bene, vieni con me una sera che ti faccio divertire, Dante stava l ad ammirarla di nascosto, in chiesa o in piazza o per la strada, si struggeva d'amore, scriveva centomila poesie per lei e per non le diceva nulla. Anzi, ancora peggio: per non far nascere sospetti in giro, per non metterla a disagio in paese, Dante si era inventato questa cazzata della donna schermo, cio aveva scelto una tipa che a lui non gliene fregava nulla e faceva finta di amare lei, cos Beatrice era ancora pi al sicuro dalle voci e dagli imbarazzi. E quelle parole d'amore micidiali, che avrebbe potuto trombarci tutta Firenze e la Toscana intera, Dante le metteva solo sulla carta, e dopo sono diventate capolavori mondiali ma l per l non se l'era filate nessuno. E quando Dante  diventato il sommo poeta ormai stava sottoterra, con l'uccello sempre nuovo e insieme ridotto a un mucchietto di polvere e muffa.
Sfigato tremendo, aveva pensato Sandro studiando la sua vita, ma all'epoca stava al liceo e non lo poteva sapere che un giorno si sarebbe ritrovato nella stessa situazione. O forse peggio, perch almeno Dante come donna schermo aveva scelto una donna vera, lo schermo di Sandro invece  una siepe di alloro.
In effetti la cosa pi semplice sarebbe aspettarla sulla strada e fermarla, Sandro lo sa, ma sa pure che l'altra volta all'ospedale Serena l'ha quasi fatto ricoverare, stavolta che va al cimitero  probabile che lo spedisca dritto sottoterra.
E poi, pi dei pugni e dei calci che potrebbe prendere, Sandro ha paura di un'altra cosa: non sa che fare, non sa che dire, e ogni parola, ogni gesto sbagliato potrebbero allontanarlo per sempre da questa donna favolosa, che  l'ultima occasione per dare un senso alla sua vita. Quindi conviene studiarci bene prima di incontrarla, conviene stare di qua dalla siepe e fare l'unica cosa che a Sandro riesce benissimo: prendere tempo e non fare niente.
Quaranta! Oh, Sandro, quaranta! urla Rambo dalla piscina, un braccio scosso nell'aria e l'altro appoggiato al bordo in marmo bianco.Quaranta vasche,  record!  record!
Sandro si volta, col pollice gli fa segno che  un grande, poi per con tutta la mano gli fa segno di non urlare, o ancora meglio di stare proprio zitto. Che Serena pu arrivare in ogni momento.
Di, vieni, fatti un tuffo anche te, che ci stai a fare l! Tuffati, vivi la vita, cazzo! Tra poco la svuotano questa cosa, buttati ora che sei in tempo!
Non ho il costume dice Sandro con una voce strozzata e storta, che prova a restare bassa e insieme arrivare fino a Rambo.
Eh?
Non ho il costume.
E che ti frega? Tuffati in mutande!
Certo, poi vengo all'ospedale con le mutande bagnate.
Eh?
Dopo mi bagno le mutande.
Non ho capito, parla forte, che c'?
Mi bagno le mutande! urla Sandro, stavolta forte davvero, e con un sacco di rabbia dentro. Rabbia per questo parco gigante che bisogna gridare per capirsi, per Rambo che ha l'acqua nelle orecchie e non lo sente, per la schiena che gli fa male a forza di stare accucciato dietro alla siepe, aspettando una donna che lo odia e non arriva mai. Mi bagno le mutande, mi bagno le mutande! urla pi forte che pu.
Poi di colpo tutto  silenzio intorno. Anche gli uccelli smettono di cantare e il vento di far tremare le foglie come mille piccoli applausi nell'aria.
Sandro si volta di nuovo verso la siepe, pronto a guardare la solita stradina, il solito muretto, l'erba spelacchiata che ci cresce sopra. Eppure, un attimo prima di mettere a fuoco, Sandro gi lo sa che non li vedr pi. Che tra i suoi occhi e tutto questo adesso ci sono due gambe, un busto, una faccia con dentro occhi meravigliosi che lo fissano. Perch  chiaro, questo  in assoluto il momento peggiore perch succeda, e quindi succede: Serena  passata proprio ora, andava al cimitero tutta zitta e sola a salutare suo figlio, ma di l dalla siepe ha sentito una voce che urlava Mi bagno le mutande! Mi bagno le mutande!.
Floscio come un sacchetto di plastica nella pioggia, Sandro tenta un mezzo sorriso che riesce a tirare su con un angolo solo della bocca, tipo ictus. Poi alza la mano, non tanto, pi o meno alla spalla. La apre, la fa ondeggiare di qua e di l tre volte o quattro. Ma Serena non risponde al suo saluto, solo resta a fissarlo di l dai rami, e con la sua voce calda e musicale gli chiede: Ma che cazzo fai?.
Serena! Ciao, io... nulla, sto qui in giardino a rilassarmi.
E a bagnarti le mutande.
No! No, assolutamente no, era per dire, sono asciuttissime.
Questa  casa tua?
S. No. Cio,  di amici, stavo qua a bordo piscina e... e se ti va di fare un tuffo, ecco, vieni pure eh. Anche adesso, o quando vuoi, un bel tuffo ora ci starebbe bene continua Sandro, che non sa cosa dice e solo ascolta le parole che gli escono di bocca, come Serena. Anzi no, Serena non lo ascolta, lei lo blocca e gli dice: Fa' come ti pare, e si scosta dalla siepe per andarsene.
No! Serena, aspetta! E forse perch non pu lasciarla andare cos, forse perch non pu arrivare di l dalla siepe con le mani e allora prova a fermarla con la voce, Sandro apre la bocca e butta fuori tutto quello che c': Serena, ascoltami, un momento solo. Ti dico questa cosa e poi mi mandi affanculo e addio, per prima ascoltami. Io ti devo dire una cosa. Ti devo dire che sono solo uno scemo.
Questo lo sapevo gi.
S, s, ma l'importante  quello, che io sono solo uno scemo. Non sono uno stronzo, un professore presuntuoso che pensa di sapere tutto della vita e prende i ragazzi e gli fa fare quello che vuole lui. Io non penso di sapere tutto della vita, anzi, non so un cazzo, e non sono nemmeno un professore vero. Se a Luca ho detto di andare,  solo perch io non l'ho mai fatto e me ne sono pentito.  solo perch volevo fare colpo su di lui. E su di te.  perch sono scemo, Serena. Sono solo scemo, e pure tanto. Tutto qua.
Sandro resta con la bocca aperta, perch vorrebbe continuare. Ma come non ha deciso di dire queste cose, non ha deciso di smettere. Sono uscite da sole, fino all'ultima, e adesso l'hanno lasciato zitto e vuoto a sperare che Serena non se ne vada via.
E lei non se ne va, anzi torna alla siepe, si piega, lo fissa da dietro le foglie, cos forte che forse adesso bruciano, la siepe prende fuoco e bisogna chiamare i pompieri.
Senti, professore. O catechista, o come ti pare. Io non penso che sei uno stronzo, non ti do nemmeno la colpa di... non ti do la colpa di nulla. Anzi, magari. Magari potessi darti la colpa, almeno saresti utile a qualcosa. Invece no, sono io che ce l'ho mandato. Gli volevo dire di no, gli dovevo dire di no, come fanno tutte le mamme serie del mondo. Invece io non gliel'ho detto mai. Ma come facevi a dire di no a Luca? Non era possibile, Luca aveva sempre ragione, sempre. Tranne quella volta l. Quella volta avevo ragione io, e infatti gli dovevo dire no. Luca aveva solo bisogno di una mamma che gli diceva no. Lo sentivo proprio, me lo sentivo nelle ossa. Invece ce l'ho mandato, ho ascoltato te che mi hai detto le stesse cose che pensavo io, e ho detto ma s, che problema c', vai pure. E adesso Luca non c' pi. Lo so che te non sei cattivo, non sei crudele, te non sei un cazzo di niente. Sei solo uno scemo, appunto. Ma questo  pure peggio, perch cos mi rendo ancora pi conto di quanto sono stata scema io a dare retta a uno scemo come te. Pi sei scemo te, e pi  colpa mia. Capito?
Sandro non risponde, resta solo cos, piegato dentro alla siepe. E comunque non avrebbe senso fare altro, perch Serena ha finito di parlare, si  voltata e se n' andata, e ora lui ha davanti solo la strada vuota e il muretto, insieme alla sensazione scomoda di essersi bagnato davvero le mutande. Mentre Rambo da l in fondo torna a esistere e urla: Cinquanta! Cinquanta vasche, ti rendi conto! Sandro, ti rendi conto?.

Nel tempio della dea Luna
Sinceramente me lo immaginavo pi affollato dice Zot mentre scendiamo dallo scuolabus nel parcheggio degli scavi, che  una spianata di cemento con tanti spazi per le macchine ma a parte noi non c' nessuno.
Oggi siamo venuti in gita a Luni con la scuola. Luni  una citt antichissima in Liguria, appena sopra la Toscana, e io sono contenta anche se per tutto il viaggio c'era Zot seduto accanto a me che cercava di parlarmi, e io invece non volevo perch tanto lo so di cosa vuole parlare.
Le pentole sulla spiaggia erano un segno Luna, erano un messaggio.
Lasciami stare Zot, non erano nulla.
Ma come nulla! Dopo quel manico rotto, suvvia, ci dobbiamo assolutamente credere.
Invece no, io non ci devo credere. Senn mi mettono una camicia di forza e finisco davvero al manicomio. Proprio adesso che la mamma sta meglio, e abbiamo anche una specie di casa. No, non voglio.
 vero, c'erano tantissime pentole sulla spiaggia, ma magari  affondata una nave carica di roba per la cucina, e nei prossimi giorni troveremo anche le posate, i bicchieri e i vassoi. Come un caso  stato l'osso di balena che mi  finito fra i capelli. In fondo le balene vivono nel mare, dove devono stare le loro ossa? Se mi fossi trovata un osso di balena nei capelli dopo un giro sui monti, ecco, quello poteva essere strano, ma cos no.
Sono stufa delle cose strane, voglio cose normali, tante cose normali che succedono alle persone normali come voglio essere io. E a quella roba l non ci voglio pi credere, voglio che sia tutta una scemenza. Voglio ridere e pensare che bisogna essere proprio scemi per credere a una cosa del genere. Scemi come Zot, che  cresciuto in un orfanotrofio e magari in manicomio ci si troverebbe pure bene, ma io no. Io credo solo a quello che vedo, e adesso vedo l'entrata di Luni e sono contenta che andiamo a fare una gita in un posto antico. Ci diranno date e numeri, ci saranno sassi e pezzi di roba rimasta da quei tempi lontani, cose vere e pratiche e va bene cos.
Anche se l'entrata degli scavi non  proprio bellissima, una specie di palazzetto un po' rotto con tre aste sul tetto, una con la bandiera dell'Italia tutta strappata, una dell'Europa scolorita e sporca, e alla terza asta non c' proprio nulla. L'ingresso sta in cima a degli scalini e il primo  rotto, la Fagiana lo salta e sale fino alla porta lass, ma la porta  chiusa a chiave e non c' nessuno.
 lei che ha organizzato la gita, la supplente di italiano e storia.  giovane, mi sta molto simpatica e si chiamerebbe professoressa Binelli, ma la chiamiamo la Fagiana perch il primo giorno si  presentata con una gonna lunghissima con sopra disegnati tanti fagiani che camminavano o volavano o stavano fermi a guardarti. Anche la bidella la chiama cos. Una volta  entrata in classe e ha detto: C' una comunicazione del preside, Fagiana. Tutti abbiamo riso e la professoressa ha detto che non si chiamava Fagiana, che non la poteva chiamare cos, e la bidella ha risposto Va bene, scusi, mi sono sbagliata, poi mentre se ne andava ci ha guardati allargando le braccia tipo due ali e ha fatto un verso che pi che un fagiano sembrava una cornacchia, ma abbiamo riso lo stesso.
E tutti ridono anche adesso, perch intanto il Settembrini ha trovato un preservativo usato per terra, l'ha preso con uno stecco e lo avvicina alla faccia di Zot.
Guarda qui Chernobyl che bella merendina, apri la bocca!
Zot scappa sulle scale e con la voce da femmina grida: Settembrini, sei pazzo? Qua si parla di Aids, si parla di malattie sessualmente trasmissibili!.
Il professor Venturi di ginnastica non fa nulla per fermare il Settembrini, anzi ride insieme agli altri. Solo la Fagiana urla: Settembrini, piantala!, ma nessuno le d retta.
Poi la porta si apre di colpo davanti a lei ed esce una signora molto grossa che fa: Oh, ma che  tutto questo casino? Qui siamo in un museo, cazzo!.
Scusi signora fa la Fagiana, buongiorno, siamo venuti per la visita.
Quanti siete? chiede lei, con una scopa in mano.
Due classi. Sessanta ragazzi dice la Fagiana. No, scusi, sessantadue.
Ma almeno avete avvisato?
S, naturalmente, via e-mail la settimana scorsa.
Via che? Io non ne so nulla. Comunque ora vi apro, gli scavi sono di l.
S, grazie, benissimo. La guida  gi sul posto?
Ma quale guida, qua non c' nessuna guida.
Ma come no. Sul sito dice Visita guidata.
Ma quale sito!
Il professor Venturi da dietro ride e scuote la testa.
Il vostro sito dice la Fagiana. C' scritto Visite guidate dal luned al venerd, per comitive e..., aspetti, guardi, glielo faccio vedere, e prende il telefono dalla borsa.
Stia buona, stia ferma. Lei pu farmi vedere quello che le pare, tanto qua ci sono solo io. Ma  tutto aperto, andate e buona fortuna. La signora sparisce dentro, posa uno straccio per terra e con la scopa lo struscia sul pavimento.
Scusi, signora, ma almeno un opuscolo, non so, un'introduzione, non so, una scheda, non so, una brochure chiede la Fagiana. Che a ogni non so ci crede sempre meno, fino alla cosa della brochure che la dice sottovoce e non la finisce quasi. La signora struscia e non le risponde neppure, il professor Venturi fa un'altra risata e comincia ad andare avanti insieme ai ragazzi.
Io invece sto accanto alla professoressa e le sorrido, perch mi dispiace che la gita stia andando male, le voglio dire che gli altri sono scemi ma io sono contenta che siamo venuti in questo posto che si chiama quasi come me. Per mi vergogno e sto zitta.
Arriviamo agli scavi e il sole ci picchia addosso, per un po' non vedo niente e mi devo fermare. Luna, mettiti la crema, mi raccomando dice la prof. E Zot pure. Me l'ha gi detto davanti alla scuola, prima di salire sul pulmino, e anche la mamma stamani. Faccio di s, prendo il tubetto e me ne spalmo un po' sul viso e le braccia, anche se me la sono gi messa cinque minuti fa. Perch tanto  cos, me lo dicono sempre tutti, e se rispondo che l'ho gi fatto il discorso continua e continua. Meglio spalmarsela un'altra volta e amen.
E per dobbiamo anche muoverci, perch gli altri insieme al Venturi sono gi all'inizio degli scavi, con le transenne intorno e un tetto di lamiera sopra. Ma secondo me non li dobbiamo raggiungere veramente, tanto siamo gi due gruppi staccati, lontani e diversissimi. Uno  quello del Venturi con quasi tutti gli altri, superano il primo scavo senza guardarlo e si fermano nello spiazzo dopo, e dai rumori mi sa che hanno gi tirato fuori il pallone. L'altro gruppo invece  il mio, con la Fagiana, Zot e due ragazzi che i professori chiamano speciali. Uno  Allegria, ha gli occhi storti e puntati verso l'alto, ride tutto il tempo e sputacchia come se qualcuno gli stesse raccontando barzellette a raffica, ma queste barzellette le sente solo lui nella testa. L'altra invece  una ragazza coi capelli rossi lunghissimi, la vedo sempre a ricreazione piegata negli angoli del corridoio o in ginocchio in cortile a fissare per terra. Non parla mai,  sempre serissima, e giuro che mentre salivamo sullo scuolabus ho sentito la sua mamma che diceva piano alla Fagiana: Mi raccomando, non le faccia mangiare troppe formiche. Giuro, l'ho sentita, ha detto cos.
E insomma, io lo so che non si dovrebbero mai giudicare le persone, soprattutto per l'aspetto che hanno, ma ecco, se questo  il gruppetto degli speciali, non mi sembra una gran cosa essere speciale. Preferirei essere normale, normalissima.
Professoressa Binelli dice Zot, sono emozionato, se non erro questo primo scavo  proprio l'antico foro di Luni.
Alla parola foro Allegria scoppia a ridere pi forte, poi torna a ridere normale. La Fagiana guarda quel quadrato di terra e sassi messi in fila dietro la transenna, e intanto cerca di leggere il cartellone che spiega le cose, ma  piantato laggi lontano e tutto scolorito, cos vecchio che forse lo hanno messo l gli antichi romani insieme alle mura del foro. Che per non  il foro.
No Zot fa la professoressa. Questa  la famosa Casa dei Mosaici.
Zot studia i sassi l in fila, poi dice: Scusi professoressa, ma  sicura? Sinceramente me l'aspettavo diversa la Casa dei Mosaici.
E come te l'aspettavi?
Non lo so, magari con qualche mosaico?
Eh, quelli c'erano una volta. Mosaici magnifici. Probabilmente stavano l, e l in fondo, tutto intorno a quella zona. Per, capiamoci subito ragazzi, qua se volete vedere le cose bisogna guardarle con l'immaginazione, senn non vedete nulla dice la Fagiana, e sorride. E sorrido anch'io, perch questa cosa io la faccio sempre, vedo quel che riesco a vedere e poi vado di immaginazione.
E comunque s Zot, sono sicura. Un po' di cose su Luni le so. Ti ricordo che sono la tua prof di storia. E poi io sarei laureata in archeologia.
Ah s? dico. E come mai non fa l'archeologa?
Eh, non  facile. Ci ho provato, poi ho dovuto cercare un altro lavoro.
E ha cominciato a insegnare.
No, per un po' ho lavorato da Decathlon. Poi mi hanno chiamata a scuola.
Meglio, no?
Insomma, da Decathlon guadagnavo di pi.
S fa Zot. Ma che soddisfazione essere chiamata professoressa!
Be', Zot, capirai che soddisfazione. E poi per ora mi chiamano tutti Fagiana.
La prof dice cos, e per un attimo stiamo zitti. Io pianto gli occhi per terra, mi vergogno tantissimo, per poi la Fagiana fa una risata, prende fiato e riparte con una voce diversa, piena e impostata: Allora, in assenza di guide ufficiali oggi sar io la vostra guida. Benvenuti a Luni, ragazzi, ma soprattutto benvenuta a te Luna, benvenuta a casa!.
E io sorrido. Anzi, rido proprio, e mi viene da coprirmi la bocca con la mano.
Questa citt  l'unica nel mondo totalmente dedicata alla dea Luna, il tempio sacro alla dea era il pi grande e guardava il mare dal punto pi alto del paese. Quindi  un onore essere qui con te, Luna mi dice la Fagiana e fa un pezzetto di inchino. Rido e mi inchino un po' anch'io.
La ragazza delle formiche invece sta ferma e zitta, e Allegria continua a ridere da solo. Nessuno dei due sta ascoltando, ma quando superiamo la Casa dei Mosaici ci vengono dietro,  gi qualcosa.
E di l, dopo la tettoia che copre questo pezzo di scavi, tutta stesa davanti a noi ecco finalmente la citt: si riconoscono le strade, le basi dei palazzi e una piazza tonda con delle colonne rotte. La Fagiana ci racconta che Luni era una citt importante e molto ricca. Che prima dei romani ci hanno vissuto tanti altri popoli, gli italici, i liguri, gli etruschi...
Anche gli etruschi! E cerco di non far vedere che questa cosa mi agita.
Ma tanto con Zot non c' verso di tenersi niente. Mi prende il braccio strillando: Gli etruschi, Luna! Qua c'erano gli etruschi!, e mi guarda con gli occhi a palla. Io tento un sorriso anche se viene storto e faccio di s una volta sola.
Certo che c'erano gli etruschi continua la Fagiana. Prima c'erano le popolazioni locali, poi gli etruschi, poi sono arrivati i romani che hanno preso tutto. Ma qualche etrusco  rimasto. Nell'impero romano i sacerdoti erano sempre etruschi. Erano grandi esperti di certe cose, solo loro conoscevano la magia. Se si manifestavano fenomeni strani, come magari una statua che piangeva, un fulmine che spaccava un albero, una pecora nata con sei zampe... insomma, in quei casi i romani con tutta la loro potenza potevano solo cercare qualche etrusco rimasto e chiedergli cosa voleva dire. Gli etruschi servivano sempre. Figuriamoci qua a Luna, che era una citt magica e le cose strane succedevano tutti i giorni.
Luna? chiedo. Ma non si chiamava Luni?
Pi tardi s, ma il nome vero era Luna. Come la dea Luna. Come te, e sorride. Anzi, a proposito, venite che vi faccio vedere una cosa stupenda.
Passiamo accanto al resto del gruppo, in uno spiazzo con la ghiaia. I maschi giocano a pallone e le femmine stanno sedute vicine a farsi delle foto col telefono. La Fagiana dice al Venturi che andiamo avanti, lui risponde che ormai finiscono la partita e ci raggiungono. I ragazzi urlano qualcosa e lui dice: Ok, ok, finiamo questa, facciamo la rivincita e poi veniamo.
La Fagiana ci fa scendere lungo un viottolo in mezzo all'erba, e intanto ci spiega che tutti venivano a Luni perch era uno splendido porto naturale, perfetto per arrivarci con le navi. C'era una rientranza nella costa dove il mare era sempre calmo. E questa rientranza che forma aveva, secondo voi?
Zot dice a forma di pentola, e intanto mi tocca col gomito. La Fagiana ride e scuote la testa. Io invece indovino, dico che il porto era a forma di luna, la prof mi dice Brava e ci spiega che la costa qui  come una grande mezza luna che rientra, dal mare fino al cuore della citt.
Poi basta, poi camminiamo soltanto finch arriviamo a un punto del sentiero dove finiscono i muretti e le tettoie, la Fagiana si ferma e io dietro di lei, e mi chiedo perch ha smesso di muoversi e di parlare. Poi per strizzo gli occhi, mi guardo intorno e di colpo capisco. L davanti, in cima a un monticello, vedo una cosa grande e abbagliante, pi alta di tutto il resto: fra i sassi, le buche e i pezzettini di muro, lass un palazzo  ancora in piedi.  troppo lontano e c' troppo sole per vederlo, ma  bianco e gigante, e in mezzo a tante case e piazze che si possono solo immaginare, quello  una cosa vera e grossa, dritta davanti a noi.
Ecco, quello  il tempio della dea Luna dice la Fagiana, e mi appoggia una mano sulla spalla.
Rimango un attimo immobile. Avrei tante cose da chiedere, ma sto zitta. E invece di parlare parto, cammino verso il tempio, ma dopo qualche passo mi accorgo che c' una rete intorno e il viottolo finisce proprio a un cancelletto con sopra scritto VIETATO L'INGRESSO.
Mi giro per cercare la Fagiana e chiedere se possiamo entrare lo stesso, ma la risposta mi arriva subito sotto forma di un calcio che la professoressa d al ferro del cancello, e quello si apre di schianto.
Ma... possiamo? chiede Zot.
La Fagiana mi fa entrare, prende per mano Allegria e la ragazza delle formiche e dice a Zot che qui dovrebbero esserci guide, guardiani, ricercatori, a studiare e ad aiutarci. Invece non c' nessuno, e allora il lato positivo  che non c' nessuno nemmeno a romperci le scatole.
E adesso l'erba  alta, e in mezzo all'erba ogni tanto ci sono dei sassi grandi che non vedo bene. Scivolo, quasi cado, ma riesco a stare in piedi e vado avanti, e pi mi avvicino e pi il tempio sale verso il cielo e copre tutto e sembra che mi cresca intorno. L'erba finisce e sotto il piede sento una cosa dura e piatta, il primo blocco di marmo della scalinata che porta fin lass. Mi fermo, mi volto verso la Fagiana, che mi spinge appena e mi fa segno di salire.
Il sole  forte e picchia sul marmo bianco, mi sembra di muovermi dentro un flash che non finisce mai,  come se questa luce mi reggesse e mi mandasse avanti. Arrivo alla fine della scalinata lass e guardo verso il paese, e anche se tutto  bianco e luccicante lo sento che sto nel punto pi alto di Luni, o di Luna come si chiamava veramente. Mi tolgo gli occhiali, la luce  un muro davanti a me, eppure in qualche modo mi sembra di vedere bene. Vedo la citt com'era quando tutto andava alla grande e la gente era ricca e lavorava e faceva il bagno alle terme e aspettava le navi che portavano cose preziose da terre sconosciute. Vedo il porto e poi la piazza, fatta a mezza luna anche lei, poi un lungo viale con tante colonne di qua e di l, che attraversa il paese e arriva davanti al tempio, e tutta la gente che dalla strada e dal mare saliva fino all'inizio della scalinata e restava l sotto per adorare la dea Luna quass. E cosa le domandavano non lo so, perch gli di erano tanti e ognuno era specializzato in qualcosa, e allora quando la Fagiana mi chiede se va tutto bene, io le chiedo cosa faceva di preciso la dea Luna.
In che senso?
Era la dea di che cosa?
Luna era la dea della notte e dell'Aldil. Era la dea che metteva il nostro mondo in contatto con quello dei morti.
La Fagiana dice cos, giuro, e Zot che si  fermato a met delle scale prende fiato e poi mi urla: Hai sentito Luna? In contatto col mondo dei morti, col mondo dei morti!, tutto sconvolto.
E io invece no, io sono tranquilla. Forse perch sono pazza davvero. Sono pazza e tranquilla. Infilo una mano nella tasca dei jeans e sento il mio osso di balena l al sicuro, liscio e un po' ruvido. Mi viene da sorridere, sorrido.
Intanto la Fagiana va avanti a raccontarci com' nata Luni, e com' finita, e di un re vichingo che l'ha attaccata con le sue navi pensando che fosse Roma... ma io non  che ascolti pi tanto, ho troppe cose nella testa che girano e girano, come quelle che mi manda il mare con le onde, e ballano di qua e di l e vedo solo loro.
Zot invece ascolta e fa un sacco di domande, e alla fine la Fagiana deve dire che certe risposte non le ha. Ma non perch non le so io eh, queste cose non le sa nessuno, sono ancora dei misteri.
Misteri? fa Zot.
S, questo posto  pieno di misteri. Tanti riti magici antichissimi e sconosciuti, collegati sicuramente al Popolo della Luna.
Il Popolo della Luna? chiedo. Non l'ho mai sentito dire, ma mi suona benissimo.
S,  un popolo preistorico che viveva nei boschi della Lunigiana, migliaia di anni fa. Non si sa quasi nulla di loro, non avevano nemmeno un nome. Hanno lasciato solo le statue stele, che sono sculture di sasso che piantavano in mezzo ai boschi, col corpo umano e la testa fatta a forma di mezza luna. A Pontremoli ce ne sono tantissime.  chiaro che il culto della Luna poi  passato agli etruschi e ai romani e...
La professoressa va avanti, ma non riesco a seguirla perch c' troppa roba per tenerla insieme tutta. Popoli misteriosi della preistoria, statue con la testa fatta a luna, riti magici... mi rimbalzano dentro e per un po' non ascolto pi. E quando torno da lei, la Fagiana  passata a parlare di un'altra scultura che si chiama Volto Santo. Dice che sta a Lucca ed  un Ges fatto di legno, strano e scuro e antichissimo, da mille anni i pellegrini ci vanno in visita da tutta Europa perch  miracoloso. Viene proprio dalle terre lontane dove Ges  nato, l'ha scolpito un signore che non era uno scultore, era uno normale che per era l'ultima persona ancora viva che aveva conosciuto Ges, e allora voleva scolpire per forza la sua faccia. Solo che appunto non era uno scultore e non ci riusciva, ma insisteva giorno e notte, giorno e notte, chiss perch.
Io ascolto e non dico nulla, ma forse lo so perch faceva cos.  come me e la mamma, che raccogliamo le foto di Luca, le mettiamo insieme e andiamo a chiedere ai suoi amici se ne hanno altre. Perch succede questa cosa strana, che se una persona non la vedi per un po' di tempo, pi la ami e pi ti dimentichi com' fatta. Ti scordi proprio il viso, l'aspetto.  strano, ma  cos. Forse perch quando ci pensi ti vengono in mente tante altre cose sue: la voce, quello che dice e come lo dice, il profumo e il modo di camminare, e invece la faccia te la dimentichi. Ecco perch noi vogliamo tutte le foto di Luca, e stiamo sempre a cercarle e a chiederle a chi lo conosceva. E allora ce lo vedo quel signore, che voleva tanto bene a Ges e si stava scordando il suo viso, e anche se non era uno scultore picchiava sul legno con una mazza o uno scalpello o con quello che aveva, perch all'epoca le foto non c'erano mica.
Poveraccio, penso a quel tipo e mi dispiace. Ma per fortuna la Fagiana va avanti a raccontare che un giorno  successa una cosa incredibile. Che a forza di lavorare, senza mangiare e dormire, a un certo punto quel signore crolla, cade secco come una pera e dorme un giorno e una notte di fila. E quando si risveglia, alza gli occhi al pezzo di legno e la faccia del Volto Santo  l perfetta, uguale identica al viso di Ges.
Ma  stupendo! fa Zot.  stupendo, vero Luna? Vero?
S,  vero, proprio stupendo. Per non ho capito una cosa: Ma se il Volto Santo l'hanno scolpito in Palestina e ora sta a Lucca, cosa c'entra con Luni?.
Be' fa la prof, a Lucca ce l'hanno portato dopo, ma all'inizio era arrivato qui a Luni.
S? E come c' arrivato qui, chi l'ha portato?
La Fagiana mi risponde, e anche se la sua voce  la stessa di prima, anche se parla piegata sulla ragazza delle formiche che cerca di buttarsi per terra, ogni parola si pianta fonda nella mia testa e nelle ossa e in tutti i posti del corpo dove arriva a battere il cuore: Nessuno Luna, l'ha portato il mare.
Io resto muta, e la cosa  cos incredibile che nemmeno Zot riesce a parlare. E la professoressa ci spiega che a quel tempo tanta gente era contro le sculture sacre, diceva che erano un peccato mortale, le prendevano e le bruciavano. E allora il nostro amico ha preso il Volto Santo, l'ha messo su una barchetta e l'ha lasciato andare. Senza nessuno a bordo, senza remi, senza vele, alla deriva nel mare. La barca ha girato tutto il Mediterraneo e poi  arrivata fino qui,  entrata in porto da sola, e si  fermata sulla riva.
Io e Zot ci fissiamo immobili, come Allegria fissa il cielo e la ragazza delle formiche pianta gli occhi nella terra. E mi sa che a guardarci da fuori non siamo mica pi normali di loro.
E per che cavolo, non  colpa nostra:  normale questa cosa che ci dice la Fagiana? Questa cosa precisa identica all'osso di balena, alle pentole sulla spiaggia? No, sono tutte cose assurde e impossibili, e uno magari si sforza anche di non pensarci e di non crederci, ma quelle insistono a succedere, in tutte le epoche, in continuazione. Succedono cos tanto che insomma, ecco, a questo punto perch non devono essere normali io non lo so pi.
E allora sto qua, Zot sale ma non fino in cima, resta sull'ultimo scalino e non parla, tanto non serve, lo sappiamo tutti e due. Stiamo zitti e guardiamo la citt l davanti, stesa ai piedi del tempio della dea Luna, a tutti i suoi misteri e a quel mare laggi che li porta.
E spero tanto che ci mettano in due camere decenti e che ci siano delle finestre, magari con le sbarre ma insomma che si possa vedere il cielo fuori, e che le camicie di forza siano abbastanza comode e pulite.
Perch a questo punto il manicomio non ce lo leva pi nessuno.

Questa caramella  per Dio
Ma che schifo, ti rendi conto? Ti rendi conto dov' arrivato il mondo?
Sandro fa di s. Da qualche minuto ormai. Da quando si  trovato con Rambo davanti a casa di Marino, in uno dei due palazzotti che dieci piani di altezza bastano per chiamarli i grattacieli di Querceta.
L'appartamento di Marino sta al nono piano, quasi all'attico. Da ragazzini Sandro e Rambo ci venivano a guardare dall'alto la Versilia, che da l sembrava tutta stesa e arresa sotto di loro. Pensavano ai mille modi che avrebbero usato un giorno per dominare davvero quella terra, dai monti l dietro fino alla spianata blu del mare, e nel frattempo si affacciavano alla finestra e sputavano in testa ai passanti.
Poi per avevano smesso di andarci, perch la mamma di Marino era sempre stata una rompicoglioni ma col tempo era peggiorata, e a un certo punto non le bastava pi fargli togliere le scarpe, dovevano usare le pattine, e i cappotti dovevano lasciarli fuori senn portavano in casa i germi e l'inquinamento... oggi per, dopo tanti anni, Sandro e Rambo salgono di nuovo quass al nono piano. Con le scale. Perch Rambo l'ascensore non lo prende.
Questa  una zona sismica, infilarsi in ascensore  un suicidio dice. Ma non  che farsi nove piani di scale in un colpo sia tanto diverso. Almeno per Sandro, perch invece Rambo va su rapido e tranquillo, e ha ancora il fiato per ripetere che  uno schifo, che il mondo ormai  sceso cos in basso che ora gira su se stesso nella fogna dell'universo e tra poco sar guerra di tutti contro tutti.
Lo dice sempre, ma oggi Rambo rischia di avere ragione. Perch stanno salendo a prendere la tessera sanitaria di Marino, che all'ospedale la vogliono dal primo giorno, fra poco lo dimettono e non possono aspettarla pi.
Tua madre non te l'ha ancora portata? gli ha chiesto Rambo oggi, mentre Sandro stava al catechismo. E Marino ha risposto che la mamma non c' pi tanto con la testa e se lo scorda. Ma stavolta Rambo si  incazzato veramente. Gli ha detto di chiamare subito sua madre e farle mettere la tessera sanitaria nella borsa mentre parlavano al telefono. Marino scuoteva la testa e ripeteva che era meglio di no, e Rambo insisteva, e alla fine Marino ha confessato in un filo di voce questa cosa assurda, tutta storta dal cuscino dove ha infilato la faccia per la vergogna: la mamma non viene mai a trovarlo, se ne frega perch ha un amante e sta sempre con lui.  schiava della passione insomma. La mamma di Marino.
Ti rendi conto che schifo? Mi viene da vomitare dice Rambo. E Sandro non risponde, ma anche a lui gli viene da vomitare un po'. Soprattutto per la fatica di stare dietro a Rambo sulle scale, ma anche per l'idea della mamma di Marino avvinghiata a qualcuno, sudata e sfatta, la pelle grinzosa che si struscia su altra pelle grinzosa.
Che poi vabb fa Rambo,  gi tremendo che a quell'et pensi ancora a queste cose, ma che arrivi a trascurare tuo figlio, cazzo, questo no. Da quando  all'ospedale ce l'hai mai vista quella puttana?
Sandro continua a non rispondere, non ha pi fiato. Finalmente arrivano al piano giusto, si appoggia al muro, si piega e cerca di ricordarsi come si respira. Intanto Rambo si aggrappa al campanello e lo fa suonare per un bel po', ma non risponde nessuno. Rambo suona di nuovo, ancora silenzio. Bussa alla porta con manate e cazzotti, ma nulla.
La troia non c' dice. Sar a farsi scopare, e intanto comincia a cercarsi le chiavi di Marino nelle tasche. Che per una persona normale  una roba rapida, ma Rambo ha pantaloni con le tasche, giubbotto con le tasche, gilet militare con le tasche: prima di sondarle tutte ci vuole un pezzo. E intanto ha il tempo per ribadire che  uno schifo, che sono le cinque del pomeriggio e questa  a fare delle schifezze mentre suo figlio sta all'ospedale, e in fondo anche i suoi genitori non sono meglio, loro vanno a ballare ogni sabato alle feste del filo d'argento, che  la versione per vecchi delle nottate nei club priv, e dopo il ballo non scattano le orge solo perch non gli reggono le gambe, e... E porcaccia puttana, ho lasciato le chiavi nella jeep.
Rambo guida una jeep, un Defender degli anni Ottanta, praticamente una camionetta militare. L'ha pagata pochissimo perch  vecchia e piena di colpi, un mezzo dismesso della protezione civile che ha trovato grazie all'amico di un amico, con la scala dietro, una vanga, mille faretti e lo scarico della marmitta che sale fino al tetto tipo una specie di comignolo, cos pu immergersi sereno anche in un fiume africano in piena e viaggiare con l'acqua ai finestrini. E infatti Rambo accetta con rassegnazione ogni giorno di bel tempo e strade asciutte, nell'attesa dell'autunno e delle tremende alluvioni che non mancano mai sulla riviera toscana e ligure. Disgrazie che per lui diventano una vera festa: tutto emozionato si infila gli stivali a coscia e lancia la jeep a prestare il suo soccorso nelle zone disastrate.
Ma se la jeep va alla grande in mezzo alle alluvioni e ai fiumi in piena, dentro un sabato soleggiato come oggi ha smesso di funzionare. Cos Rambo l'ha lasciata a casa. E le chiavi di Marino sono l dentro.
E come cazzo sei venuto?
In bici dice Rambo con gli occhi bassi.
E ora come facciamo?
Eh, andiamo a prendere le chiavi.
Col cazzo, io resto qua e ti aspetto.
E di, su, fammi compagnia.
Col cazzo! ripete Sandro, e strusciando con la schiena sul muro scende fino a sedersi per terra. Incrocia le braccia sul petto e l resta.
Rambo ricomincia a bestemmiare, si mette la giacca militare sulle spalle e va alle scale, e prima sparisce lui, poi piano piano anche i passi degli anfibi sugli scalini, che rimbombano come se venissero da dentro un tubo sempre pi stretto. Alla fine solo il silenzio dei muri, delle tre porte del pianerottolo e dei tre zerbini davanti, di cui due sono muti e uno bugiardissimo ti dice BENVENUTO.
Sandro rimane solo, nella penombra che odora di mille pranzi e cene impastati insieme e poi mescolati col detersivo. Gli dispiace aver trattato male Rambo, che non ha fatto nulla. Si  solo scordato le chiavi in macchina, capirai, anche lui si scorda sempre tutto. Per Sandro non poteva accompagnarlo fino a casa, non ce la faceva proprio, e non gli andava di dirgli perch. Di raccontargli che anche la sua Vespa non funziona, che dal catechismo si  dovuto fare a spinta la strada da Forte dei Marmi a Querceta, nel puzzo degli scarichi dei camion che vanno e vengono dai monti al mare, sudando come una bestia sulla salita del cavalcavia. No, non gli andava di dirlo a Rambo, non vorrebbe nemmeno pensarci lui. Sandro vorrebbe solo che non fosse cos.
Che i loro motori non fossero sempre inceppati e difettosi e pieni di polvere e vuoti di benzina, incrostati e traditori. Vorrebbe motori brillanti, potenti e insieme puliti, come quelli che spingono il resto d'Europa e tutto il mondo civile. Motori che girano veloci con tecnologie nuove e non si rompono mai, e se ogni tanto fanno un rumore appena strano vengono subito portati in officine che sembrano cliniche, dove meccanici onesti e serissimi in camice bianco cambiano un pezzo e tutto riparte, anzi tutto continua a correre senza essersi fermato mai, e non fanno finta di averti cambiato due pezzi se ne hanno cambiato uno, non ti chiedono di pagarli in nero, non ti lasciano qua seduto davanti a una porta chiusa a domandarti perch la Vespa si pianta e non corre, perch la jeep si pianta e muore, perch ci tocca sempre andare a spinta e sudare e incazzarci e sporcarci le mani di olio e di morchia e ogni tanto riprovare ad accenderli, con la speranza che adesso magari per miracolo ripartano, e si possa andare avanti un altro po', appena un po', giusto per dare senso alla giornata.
Sandro resta seduto dentro un silenzio che sembra stringersi intorno a lui, sempre di pi, sempre di pi. E per non affogare si aggrappa all'unica cosa che ha con s, i fogli piegati nella tasca del giacchetto, e prova a leggere quelli.
Sono le pagine che gli ha consegnato Zot al catechismo, siccome la settimana scorsa ha dato un tema come compito per casa, almeno oggi parlavano di quello e sapeva come riempire l'ora e mezza che senn non finisce mai. Il titolo era Il giorno pi bello della mia estate: solare, pulito e perfetto. E invece no, invece Sandro  un idiota, perch alla fine Luna  andata da lui e tutta dispiaciuta gli ha chiesto se poteva inventarlo, quel giorno bello del titolo, perch nella sua estate di giorni belli non ne aveva visti. Ecco, bravo Sandro, grande idea questo tema, come chiedere a un orfano di raccontare l'ultima avventura con pap, l'ultima partita di pallone a un bimbo sulla sedia a rotelle.
Ma s, certo che lo puoi inventare! ha detto a Luna. Anzi, sai cosa? Ora che ci ripenso, che noia il tema per casa, non lo fare proprio, chissenefrega. Quel tempo l usalo per fare qualcosa che ti piace, ok?
Luna ha sorriso, con quel suo sorriso sempre un po' nascosto, e il tema non l'ha fatto, ma tanto non l'ha fatto nemmeno il resto dei ragazzi. Tranne Zot, che gli ha lasciato questi fogli che sono minimo venti, chiedendo scusa ma si era lasciato prendere la mano.
E ora  a questi fogli che Sandro si attacca per distrarsi. Li prende e in un angolo sono strani, gonfi. Va all'ultima pagina, e dopo la firma di Zot c' una caramella appiccicata con un pezzetto di scotch.  una caramella al latte e miele, Sandro la stacca, la scarta e se la mette in bocca, e il rumore tra i denti per un attimo riempie il silenzio, mentre gli occhi si piantano fondi in quelle righe tutte storte e cominciano a leggere il tema di Zot.
Che per una pagina intera si scusa se il racconto non risale veramente all'estate, ma l'estate l'ha passata a fare i turni di guardia alla casa con suo nonno, che nella bella stagione sono pi lunghi perch ci sono pi russi in giro. E allora nel tema racconta di marted scorso, che  stata una giornata davvero bellissima e importante, una giornata di sole con una bella gita, anche se il posto dove sono andati poteva essere tenuto meglio e valorizzato, i cartelli potevano essere pi leggibili, e magari si poteva organizzare un servizio di guide e... e Sandro, gi annoiato, sta per saltare le pagine. Ma qualche riga sotto vede il nome di Luna, si ferma e torna indietro, e Zot scrive che non  tanto la bellezza del giorno che vuole raccontargli, ma le cose misteriosissime che ci sono capitate dentro.
 Perch ultimamente ci stanno capitando cose molto strane, a me e a Luna, e forse  meglio tenerle segrete, ma penso che se lo dico a lei che  catechista, questa praticamente  come una confessione, giusto signor Sandro? Insomma, io le confesso queste cose perch confido nella segretezza del sacramento, nel fatto che i suoi occhi saranno solo un tramite e le mie parole saranno solo per il Signore. Invece la caramella latte e miele che trova in fondo no, quella  per lei.
 Ma sto divagando, le chiedo scusa, quello che mi preme raccontarle in realt  che a noi ultimamente stanno capitando cose molto particolari, e con noi intendo me e Luna, e continuare a considerarle coincidenze o casualit  ormai impossibile. Luna ci prova ancora, ma dopo marted scorso tutto  troppo chiaro. Perch, insomma, rimanga fra noi signor Sandro, anzi rimanga fra me e il Signore, ma...
E Zot parte, anzi decolla proprio, con pagine e pagine di storie sulla citt di Luni, sulla dea Luna che metteva in contatto i vivi e i morti, sui romani e gli etruschi, su un bimbo coi capelli bianchi che si chiamava Tages, sui sacerdoti che studiavano i fulmini e il volo degli uccelli. Sul mare e le onde che portano le cose fino a riva, pentole e coperchi e Serena con un piede bruciato, sull'osso di balena nei capelli di Luna e su Luca, che  lui a mandare queste cose, chiss da dove, chiss perch.
 Insomma signor Sandro, sono segni, sono accadimenti a cui non possiamo non credere. Perch quando Ges  risorto ed  andato a trovare i suoi amici, san Tommaso ha creduto che era lui solo quando Ges gli ha detto Vieni, toccami le mani, infila le dita nei buchi dei chiodi. E Tommaso l'ha fatto e dopo ha creduto, ma Ges non era mica contento, e gli ha spiegato che se uno crede solo quando ha le prove, allora non  un vero credente. E dunque chiss come si arrabbierebbe con me e Luna, che di prove ne abbiamo avute un sacco, se ancora non ci credessimo!
Quindi loro ci credono, e se non fanno niente  solo perch sono troppo piccoli. Se avessero una macchina, partirebbero subito per Pontremoli, dove ci sono delle statue con la testa fatta a mezza luna. Perch tutto  collegato, l'ha detto la professoressa Fagiana, ma in che modo  collegato non lo sanno, perch non ci sono ancora andati.
 L'abbiamo chiesto al nonno se ci porta, e lui ha risposto con delle parole che qua non posso scrivere, perch appunto  come se stessi scrivendo al Signore, e il nonno ha offeso il Signore centomila volte.
 Lo abbiamo chiesto anche alla professoressa Fagiana, ma lei  supplente e non conta nulla, allora abbiamo chiesto al professor Venturi di ginnastica, ma mentre gli esponevo le ragioni della gita a Pontremoli due ragazzi mi hanno preso per le braccia e un altro mi ha abbassato i pantaloni e mi ha scritto col pennarello una cosa sul sedere. Gli ho chiesto cosa aveva scritto ma non me lo diceva, ridevano e basta, l'ho chiesto al professor Venturi ma rideva anche lui.
 E lo sa cosa mi fa pi dispiacere, signor Sandro? Che io una volta ero convinto di questa cosa, che tutti i ragazzi sono cattivi e stupidi e gli piace trattare male gli altri, ma dovevo solo portare pazienza e sopportare perch i ragazzi sono cos, poi per quando diventano grandi la smettono e diventano bravi e intelligenti. Ci credevo davvero. E invece il professor Venturi e altre persone come lui mi fanno pensare che non succeder, che sar sempre uguale, che anche le persone grandi possono essere brutte e fare cose tremende e cattive.
 Mi fermo qui. E la ringrazio per aver fatto da tramite col Signore.
 Sinceramente,
 Zot
Sandro rilegge le ultime righe, poi piega in due le pagine e torna con gli occhi al buio del pianerottolo. Ma non lo vede veramente. Vede invece una specie di acquario gigante l davanti, e nell'acqua torbida e piena di alghe si spostano pesciolini luccicanti e spersi, che sono Luna, Luca, Serena, l'osso di balena, gli etruschi, Pontremoli... nuotano a caso di qua e di l, ma tutti finiscono per avvolgersi nelle alghe molli e filacciose, si mischiano e si uniscono in una roba sola e sempre pi grande, sempre pi compatta.  scura, viscida e schifosa, e Sandro quasi si vergogna di guardarla, perch quella roba  l'idea diabolica che sta prendendo forma nella sua testa da questi pensieri ammassati insieme. Si allarga, si spande sempre pi, copre tutto e resta l sola davanti a lui.
Perch Zot l'ha scritto, gli adulti possono fare cose tremende. E quanto ha ragione, quel bimbo ancora non lo sa.

Vite surgelate
Se un giorno inventeranno veramente il modo per rimpicciolire un sottomarino come succedeva in quel film anni Sessanta, e invece di spedirlo in missione all'interno di un corpo umano lo mandassero a esplorare il fondo di un posacenere in un bar turco alla fine di un sabato sera, ecco, la puzza non potrebbe essere peggio di quella che salta addosso a Sandro e Rambo, ora che entrano in casa di Marino.
Perch la sua mamma fuma quattro pacchetti al giorno, quattro, e solo a maggio, che  il mese della Madonna, scende a tre per un fioretto alla Beata Vergine di Montenero. E tutto in questa casa  foderato di quell'odore acido e malato, come una mano di vernice andata a male che avvelena le pareti i mobili il divano i cuscini di pizzo e le tende di pizzo pure loro, e in pochi secondi gi si appiccica ai vestiti di Sandro e Rambo, che vagano per il salotto cercando di respirare il meno possibile.
Il babbo di Marino  morto da un bel pezzo, per uno di quei malacci che ammazzano i fumatori. I dottori gli avevano fatto le lastre e gli avevano detto che doveva smettere di fumare immediatamente, solo che lui non aveva mai toccato una sigaretta in vita sua. Come Marino, che per a forza di vivere con sua madre un giorno far la stessa fine del babbo, mentre lei continua a seccare i suoi quattro pacchetti giornalieri e sta benissimo. In giro per il salotto ci sono mille volantini di gite organizzate a santuari, cittadine sperse dell'Umbria e localit termali: viaggi col pullman di un giorno o due che lei si concede una volta al mese, per poi passare le settimane dopo a lamentarsi con la sua voce catramosa di quanto erano scomodi i sedili, noiose e invadenti le altre persone, di come ha mangiato male e dormito peggio. E intanto che brontola legge i volantini per decidere la gita dopo, e il salotto  pieno di questi foglietti colorati con sopra la foto di una croce, di un olivo davanti a un muro, di Padre Pio con la mano alzata.
Ma la tessera sanitaria di Marino non c'.
In effetti lui non si ricordava se sta in un mobile del salotto oppure in camera sua. Dove Sandro e Rambo entrano e restano immobili per un attimo, come due che escono da una macchina del tempo e per un po' si fermano a studiare in quale epoca sono finiti. Perch la camera di Marino  identica a quando erano alle medie: gli stessi mobili bianchi con gli stessi adesivi appiccicati, la testata del letto con le rose disegnate e una rondine in cima, e sul muro appena sopra un quadro di Ges dipinto da suo zio Terzo, che di lavoro aveva un ferramenta ma amava dipingere paesaggi di mare e monti. Solo che nessuno li voleva, i paesaggi, i parenti gli chiedevano solo quadri di Ges da mettere sopra il letto dei ragazzi per la comunione o la cresima. Terzo si incazzava tantissimo e si sfogava mettendo in spalla a Ges una croce nera e gigantesca, e riempiendolo di sangue che gli grondava a fiumi dalla corona di spine gi sulla faccia e il collo fino al petto, in una scena splatter che forse lo aiutava a non impazzire ma al tempo stesso gli consumava sempre il tubetto del rosso.
Sul muro di fronte invece ci sono ancora il poster di Bon Jovi e quello di Kelly LeBrock nel film La donna esplosiva, dove due ragazzini con un computer si creano una donna superfica e disponibile, impresa certamente complicata ma comunque pi probabile dell'alternativa classica, cio trovarne una vera che ti vuole e viene con te.
Mentre Rambo apre il cassetto del comodino e cerca la tessera sanitaria, Sandro continua a guardare tutta questa roba, questa camera identica a com'era quasi trent'anni fa quando veniva a giocarci, e ritrovarla cos un po' gli fa strano, ma in qualche modo gli sembra perfettamente normale.
Poi lascia l Rambo e va a prendersi un bicchiere d'acqua in cucina. Lo beve, sa un po' di ruggine ma sempre meglio del puzzo di fumo che gli si  appiccicato al palato, tossisce, si affaccia alla finestra che d sulla Versilia l sotto e cerca di non pensare a nulla.
Posa il bicchiere nel lavabo e sta per tornare da Rambo, quando passa davanti al freezer gigante vicino alla porta e si ferma, afferra di scatto la maniglia, lo apre e ci guarda dentro.
Cos, senza cercare niente, senza capire niente, senza avere nemmeno intuito. Non si  accorto dei piatti sporchi che stanno nel lavabo, col rosso del sugo coperto di muffa, non ha fatto caso alla pianta di basilico morta di sete l accanto, secca a pezzetti tutta intorno al vaso. Neppure questo freezer gigante gli fa strano, perch c' da quando erano piccoli e lo usavano per farsi le granite da soli, mescolando acqua, zucchero e succo di limone nei bicchieri di plastica. Venivano schifose, ma le mangiavano lo stesso tutta l'estate. E a quelle granite pensa Sandro, a loro e basta, mentre apre il freezer, il fumo gelido sparisce verso il soffitto e lo lascia tutto solo a guardare l dentro.
Due pacchi di pizze surgelate, vasetti di rag fatto in casa, una confezione piccola di sofficini pomodoro e mozzarella, poi questa roba dritta e dura e grossa, che copre tutto e finisce tonda in cima.
La mamma di Marino, con un plaid sulle spalle.
Marino piange con la faccia nascosta sotto la coperta, e fa un rumore basso e continuo che mette angoscia gi di suo, ma a Sandro ancora di pi perch  lo stesso rumore di quel freezer maledetto. Gli entra nelle orecchie e sale fino al cervello, dove gli rester piantato per sempre insieme alla mamma di Marino, alla sua faccia dura e blu coperta di ghiaccio.
Appena lui e Rambo sono arrivati nella sua stanza all'ospedale, Marino ha chiesto con un sorriso tremolante se avevano trovato la tessera sanitaria. Loro non hanno risposto, ma l'hanno guardato in un modo che doveva essere bello chiaro, perch lui si  tirato la coperta sopra la testa e ha cominciato a piangere con questo rumore fisso, che ormai dura da dieci minuti e forse non finir mai.
E invece finisce, di colpo, appena Rambo chiede: Insomma, l'hai ammazzata te?.
Un attimo di niente e poi Marino si toglie il lenzuolo dalla faccia scoprendo due occhi spalancati: Cosa? Ma siete scemi? Voi siete i miei migliori amici, siete i miei fratelli, davvero pensate che... che io... ma siete pazzi, pazzi!.
Oh fa Rambo, siamo appena stati a casa tua e c' la tua mamma secca nel freezer. Vogliamo parlare di pazzi?
Marino lo fissa, fissa Sandro, poi alza lo sguardo appena sopra di loro, stringe gli occhi a fessura e resta immobile cos. La bocca non gli trema pi, le braccia dritte lungo i fianchi, e quando parla lo fa con un tono piatto e lontano, tipo quelli nei film che fanno le sedute spiritiche e vanno in trance.
Non sono stato io dice. Lo giuro. Era quest'estate, quando siamo andati in pineta alla Versiliana a studiare i pini.
Sandro fa di s. E insieme capisce che non importa cos' successo, lui non potr mai volere del male a Marino, a uno che tiene la mamma morta nel freezer eppure parla di giri in pineta a studiare i pini perch si vergogna ad ammettere che stavano rubando le pigne per vendere i pinoli ai ristoranti.
Dopo sono tornato a casa, ero tutto sporco di resina, ho salutato la mamma che stava sul divano e fumava e guardava la tv. Sulla tavola c'era gi la minestra di verdura, che noi a cena si comincia sempre con quella, fa bene e apre lo stomaco. Avevo tanta fame, perch quel giorno con le pigne avevamo faticato un sacco.
Gi, e non si sono tirati su nemmeno tanti pinoli commenta Rambo. Sandro lo guarda male e gli fa segno di stare zitto, ma Marino sembra non averlo sentito.
L'ho salutata e sono andato a fare la doccia, ci sono stato un bel po' perch la resina non veniva via. Poi sono tornato in salotto e la mamma era ancora l. Non fumava pi, ma c'era un odore strano. Di bruciato. Aveva il mozzicone tutto nero tra le dita, e anche le dita erano nere. La sigaretta era arrivata alla fine e le aveva bruciacchiate, per lei la stringeva ancora, con gli occhi fissi alla tv. La chiamavo, e intanto cercavo di toglierle il mozzicone dalla mano. Ma c' voluto parecchio perch continuava a stringere, la mano era durissima, sembrava finta. Le dicevo: Molla, mamma! Ti bruci! Lasciala andare mammina!. E tiravo forte, ma lei non mollava, tiravo e sudavo, mi aggrappavo alla sua mano e non capivo nulla. Cio, forse avevo capito, per insieme non volevo. Non volevo chiamare l'ambulanza o la polizia, non volevo chiamare nessuno, non volevo che mi rispondevano, che gli dovevo dire cos'era successo. Non lo sapevo io cos'era successo, come lo spiegavo a loro? Era successo che finiva tutto, ecco cos'era successo dice. E poi si ferma. Resta con gli occhi a fessura in quel punto vago e preciso, storce la bocca ma la tiene chiusa.
E dopo che hai fatto? chiede Sandro. E Marino respira forte, si vede il suo corpo secco e steso che si gonfia sotto il lenzuolo. Poi quel fiato lo usa per rispondere: Dopo mi sono seduto a tavola e ho mangiato la minestra.
Aspetta fa Rambo. C'era tua madre morta sul divano, e te ti sei messo a cenare?
Marino fa di s una volta sola, gli occhi ancora fissi lass.
Cazzo, avevi proprio fame eh.
Per un po' nessuno dice niente. Solo il rumore di freezer che riparte dalla gola di Marino, e i brividi che tornano sotto la pelle di Sandro.
Ho mangiato il mio piatto, e anche il suo. E intanto le raccontavo della Versiliana. Che  un posto meraviglioso, che un giorno ce la portavo. Sono andato avanti cos tutta la sera, e penso... s, penso che  stato quel momento l. Cio, se chiamavo subito qualcuno, anche voi, forse sarebbe stato diverso. O magari se piangevo e urlavo. Invece mi sono seduto a tavola, ho mangiato la minestra e ho cominciato a parlare con mamma. E intanto pensavo a tutto quello che succedeva. Adesso venivano e la portavano via di casa, per sempre. E non la vedevo pi. E anch'io finivo uguale. Cio, non mi portavano via ma dovevo andarmene lo stesso, senza la pensione della mamma l'affitto chi lo pagava? E dove andavo dopo? Per lei era facile, la mettevano in una scatola di legno e non ci pensava pi, ma io?
E allora l'hai chiusa nel freezer conclude Rambo.
E Marino non dice nulla, non serve. Risponde solo a Sandro, quando gli chiede del plaid.
Cosa?
Il plaid, aveva un plaid sulle spalle.
Ah, s, sono stato io. Cos ha meno freddo.
Lo dice convinto. Rambo e Sandro si guardano, non parlano, cosa possono dire? Solo dopo un po' gli riesce di chiedere com' che nessuno  ancora venuto a cercarla.
E chi deve venire? La mamma non vedeva nessuno e non usciva mai. La spesa la facevo io, le sigarette gliele compravo io, la pensione la ritiravo io. Cio, la ritiro.
Poi Marino smette di parlare. Resta con gli occhi al soffitto, sdraiato uguale identico a un attimo fa, eppure  come se fosse saltato qualcosa, come se la linea tra lui e il mondo fosse caduta, e buonanotte.
Rambo va da Sandro, e insieme si avvicinano alla finestra, si allontanano da lui.
Ti rendi conto? gli fa sottovoce. Sandro, ma ti rendi conto?
E Sandro non lo sa se si rende conto, ma risponde di s.
Ti rendi conto che bastardo? Sono due mesi che ha la casa tutta per s, e a noi non ci ha detto un cazzo fa Rambo, e scuote la testa disgustato.
Sandro si volta dall'altra parte, verso la finestra, e abbassa lo sguardo sul prato fuori dall'ospedale, coi dottori e gli infermieri che lo calpestano fumando e parlando al cellulare, con la gente che va e viene per visitare qualche parente amico o conoscente, e gli porta biscotti o cioccolatini o fiori o giornali, e gli dice Su, su che ti vedo bene, e si mette l a parlare col malato e lo ascolta un po'. E anche se non lo lascia vedere ha fretta, fretta di salutarlo e tornare il prima possibile l fuori, oltre i pini del parco, il muro e la cancellata, dove le persone hanno cose da fare e giornate da riempire per mandare avanti le loro vite, tutte un po' uguali, ma ognuna assurda a modo suo.
Come Marino, che Sandro lo conosce da quando stavano alle elementari ed  la persona pi buona del mondo, per ha messo un plaid sulle spalle di sua madre e poi l'ha infilata nel freezer. Come Rambo, che trova la cosa scandalosa solo perch nessuno l'ha invitato ad approfittarne. Come lui stesso, che in tutto questo casino guarda il sole che cala fuori dalla finestra e si domanda soltanto se i negozi sono ancora aperti, perch deve comprare uno scalpello per un motivo suo segreto.
Siamo tutti normali, finch non ci conosci abbastanza.

Sporco e contento
Oh, oggi ci vedo proprio bene. Perch il cielo  tutto una nuvola che tappa il sole, il mare sotto  scuro e non scintilla e ha lo stesso colore del cielo, e infatti si incontrano laggi all'orizzonte come un unico muro grigio.  sempre cos, ci vedo bene quando non c' nulla da vedere.
Per insomma, oggi cammino sulla riva e riconosco i legni che si fermano sulla sabbia e disegnano il bordo dell'onda che li ha portati, i ciuffi di alghe che sembrano parrucche appiccicose e le meduse spiaggiate che sono grosse lenti d'ingrandimento con un bordo viola intorno. Eppure non sono contenta, preferisco comunque le giornate di sole. Col sole ci vedo peggio, ma mi sento meglio. E a Zot questa cosa non gli va gi.
Il sole ti fa male Luna, ti fa malissimo. Come fa a piacerti?
Senti, il sole  bello,  troppo pi bello delle nuvole. A me mi fa male, vabb, ma che c'entra? Quegli sfortunati che non possono mangiare i dolci, loro stanno l e soffrono in silenzio, mica si mettono a dire che la cioccolata fa schifo. Senn sarebbero sfortunati e scemi.
Tu non sei sfortunata, Luna.
No. Ma forse sono scema.
E Zot fa di s con la testa, poi di no, poi pianta lo sguardo sulla sabbia e ricomincia a studiare i legni, i pezzi di giocattoli e le lattine di bevande misteriose che oggi il mare ha portato a riva. Ci provo anch'io, ma proprio non ho voglia di stare zitta.
Viva il sole Zot! Viva il cielo azzurro e la luce e la pelle che brucia. Voglio mettermi qui al sole e bruciarmi cos tanto che alla fine prendo fuoco. Sai che bello? Uno di questi giorni lo faccio davvero!
Brava, s, scherza pure. Poi dagli scherzi si finisce nel pianto. Voi giovani di oggi siete cos, vi piace essere ribelli. Le cose che dovete fare non le fate, e quelle che non dovete fare vi piacciono da morire. Giovinastri scapestrati.
Abbiamo la stessa et Zot, la stessa et.
Questo non puoi dirlo Luna, lo sai fa Zot iniziando a camminare un po' pi veloce. E io non dico altro, perch in effetti nessuno sa quando  nato. Cio non di preciso. All'inizio mi aveva detto che il suo compleanno era il 23 ottobre, ma solo perch quello  il giorno di Sant'Ignazio, l'orfanotrofio era dedicato a lui e arrivavano delle signore eleganti e portavano il dolce e dei vestiti, e quella l per Zot era la cosa pi vicina a un compleanno.
Vabb dico, pi o meno hai la mia et, quindi smettila di parlare da vecchio.
Ecco, pi o meno, il pressapochismo  una delle grandi piaghe della vostra generazione. Ah, dove andremo a finire Luna mia, dove andremo a finire...
Mi tappo la bocca e fisso la sabbia del bagnasciuga, con le onde che ci si schiacciano per un attimo e tornano indietro. Non lo so dove andremo a finire, ma forse non mi importa nemmeno tanto. Prima vorrei sapere dove devo andare adesso. E invece proprio non ne ho idea, allora cammino dritta sulla riva con lo sguardo piantato alla sabbia, sperando che il mare mi dia qualche consiglio. Perch qua sulla terra secondo me non c' pi nessuno che lo pu fare.
C'era Luca, certo, il mio fratellone s che sapeva tantissime cose, e ora ne sa anche di pi. Quando muori, di colpo sai tante cose nuove e importantissime: prima di tutto scopri cosa c' dopo la morte, e dopo un po' che ti guardi intorno sai anche se esistono gli alieni. Perch insomma, se muori e di l trovi solo le anime dei terrestri allora vuol dire che gli ufo sono una cosa di fantasia. Oppure sono cattivissimi e stanno tutti all'Inferno, e Luca non li pu vedere perch lui sta in Paradiso. E chiss se fra tutte le cose splendide che ha intorno, ogni tanto ci pensa a me.
Ma di colpo, mentre vado sempre pi avanti nella scemenza dei miei pensieri, il dolore mi riporta sulla riva. Una puntura e un pizzicore, una scheggia sotto il piede. Viene da un legno che ho calpestato:  una roba piatta, tipo una fetta sottile di albero. La prendo, ci soffio sopra per togliere la sabbia, la giro verso il cielo e sopra c' qualcosa di scuro. Me lo accosto al viso, quasi lo tocco con gli occhi, mentre Zot arriva e stiamo guancia a guancia a guardarlo, cos vicini che i nostri respiri diventerebbero uno solo, se ci riuscisse respirare.
E invece no, invece restiamo senza fiato, perch la cosa che vediamo  troppo pazzesca, eppure sta proprio qua davanti a noi. Perch io camminavo e mi chiedevo se magari Luca pensava un po' anche a me. E intanto, dal mare, mio fratello mi parlava.
S, porca puttana, s! pensa Sandro, o lo dice proprio, e d un pugno al legno della cabina. Tanto nessuno lo pu vedere, nessuno lo pu sentire. Sta nascosto dietro alle cabine, in fondo alla spiaggia, e da qui spia i due ragazzi laggi sulla riva che si fermano nel punto giusto, Luna prende qualcosa da terra, si mettono a studiarla e restano piegati l sopra, proprio come sperava che facessero. Bravi bimbi, cazzo! D un altro pugno alla cabina, e gli verrebbe da darne ancora ma deve smettere, le dita gli fanno gi male dall'altra sera e forse il mignolo destro  rotto.
Non  mica facile scolpire la pietra. Anzi,  proprio pericoloso. Sandro l'ha imparato sabato sera, che dopo l'ospedale  andato dal ferramenta, e in fondo al negozio pieno di attrezzi e motoseghe e decespugliatori e altra roba seria c' uno scaffale di cose pi delicate tipo pennelli e colori, con sopra scritto PER LE FEMMINE. Ha comprato una specie di scalpello, poi  andato al fiume e ha preso il sasso pi grosso che poteva portare via,  arrivato a casa, ha cercato su internet le foto di quelle statue di pietra con la testa a forma di mezza luna che ci sono a Pontremoli, e ha passato la notte a scolpirne una.
Cio, ha passato la notte a spaccarsi le mani, e mentre cercava di dare una forma luneggiante alla testa di quell'aborto che gli stava venendo fuori si  dato una martellata sul mignolo che l'ha fatto piangere. Ancora adesso  gonfio e quasi non lo piega, sembra un pezzetto inutile del corpo nato per sbaglio in fondo alla mano.
Come l'orecchio di Van Gogh, Sandro ha sacrificato un dito all'arte, e questo sacrificio non  nemmeno servito a niente. Perch deve ammettere che quegli uomini primitivi non erano primitivi zero, le statue stele a guardarle sono semplici, tipo lastre di roccia con una testa tonda, le mani, un coltello disegnato in mezzo e a volte le tette, eppure dopo una notte di lavoro la sua opera ricordava ancora troppo un sasso trovato al fiume, preso a martellate ore e ore. E al mattino si  proprio incazzato, ha finito di spaccarlo e poi l'ha buttato via, insieme al suo piano che affondava miseramente ancor prima di partire.
Invece non c'era da incazzarsi, anzi, era andata meglio cos. Gliel'ha spiegato Marino nel pomeriggio, dal suo letto di dolore. Sandro si lamentava del mignolo che non sentiva pi, ha raccontato come se l'era rotto e gi che c'era ha svelato il suo piano agli amici, e Marino per mezz'ora gli ha ripetuto quanto era raccapricciante e orribile e moralmente schifosa questa sua idea, e quanto era egoista lui, che per un basso interesse personale voleva ingannare due ragazzi ingenui e sognatori, ancora straniti dal grave lutto che li aveva colpiti. Come ha potuto anche solo pensare, come ha potuto decidere di...
E Marino sarebbe andato avanti cos chiss per quanto, se Sandro non gli avesse ricordato della mamma morta chiusa nel freezer per continuare a riscuotere la pensione. Allora Marino  rimasto zitto un attimo, ha alzato gli occhi al soffitto e poi ha ricominciato a parlare con quella voce da seduta spiritica del giorno prima, assente e lontana. E al posto di criticare il sordido piano del suo amico, ha cominciato a dargli consigli utilissimi su come portarlo avanti.
Un sasso non ha senso. Prima cosa,  difficilissimo scolpire un sasso. Seconda cosa, un sasso cos pesante come ha fatto a viaggiare con le onde? E poi la roba scritta sopra, chi ce l'avrebbe scolpita secondo te? Luca dal Paradiso? Per favore, non diciamo sciocchezze, quei due sono piccoli, mica scemi.
Sandro  rimasto ad ascoltare, muto davanti alla lezione di questo nuovo Marino, pratico e freddo come un sicario del KGB. E quasi balbettando gli ha domandato: Ma allora cosa devo fare?.
Semplice. Passare a un pezzo di legno, una tavoletta piatta, che  pi facile da lavorare. La devi sagomare con la forma delle statue stele, poi la sciupi con un po' di terra e qualche colpo per invecchiarla, poi ci incolli sopra pezzetti di muschio e trucioli di legno, come se fossero cose che ci sono rimaste appiccicate sul fondo del mare. Poi vai al chiosco davanti alle giostre, da quel coglione che vende i braccialettini di cuoio col nome sopra, te ne fai fare uno con scritto Sandro e uno con scritto... come si chiama la mamma di Luna, Serena vero? Ecco, poi sciupi un po' anche quelli, usa una grattugia che viene bene, o la carta vetra. Poi li incolli al legno come se fosse tutta roba che stava sul fondo del mare, e a forza di stare l insieme si  mischiata tutta, e amen.
Cos ha detto Marino, con un amen tanto rapido e pieno che ha chiuso ogni discorso. Sandro  rimasto inebetito a tentare di ricordarsi le istruzioni, poi l'ha ringraziato ed  corso a cercare una tavoletta di legno e i braccialetti.
Solo che anche lavorare il legno non  facile, ha provato a tagliarlo ma  venuto una schifezza, e pure coi braccialetti appiccicati sopra non gli sembrava un granch. Gliel'ha confermato Rambo, che ha guardato il risultato e ha commentato: Ma che  questa merda?, l'ha buttato sul retro della jeep e gli ha detto che ci pensava lui, se gli portava altri due braccialetti e una tavoletta di compensato.
E in effetti il lavoro di Rambo  cento volte meglio. Si leggono i nomi e si riconosce la sagoma della statua, Sandro l al mare non riusciva a smettere di ammirarlo. Poi ha visto i ragazzi che arrivavano in bici,  corso sulla riva e ha piazzato il legno, prima dritto in piedi e poi sdraiato che era pi credibile,  tornato dietro le cabine e si  messo a spiare il suo trionfo.
E adesso vede i ragazzi che studiano questa cosa incredibile che gli ha portato il mare, questo messaggio miracoloso e chiarissimo che gli ha mandato Luca: devono andare a Pontremoli, a vedere le statue con la testa a forma di luna. E ci devono andare insieme alla mamma e a lui, il loro catechista, il signor Sandro.
A meno che non ci sia un altro Sandro nella loro vita, magari uno zio, magari un amico, chi lo sa. Per non rischiare gli era venuto in mente di far scrivere sul braccialetto SIGNOR SANDRO, solo che poi magari era sospetto e allora meglio di no. Meglio fidarsi dei ragazzi, che hanno sempre tanta immaginazione e credono alle cose, e Luna e Zot poi credono proprio a tutto. Sono ingenui da morire, sono agnelli pronti per arrostire all'Inferno, sono due cerbiatti che attraversano l'autostrada e restano immobili a fissare il camion lanciato addosso a loro, e sorridono pensando che i fanali siano stelle luccicanti e amiche.
E infatti Sandro, che sta al volante di quel camion e pesta sull'acceleratore, un po' esulta e un po' si sente una merda: un conto era stare zitto quando Luna ha scambiato l'osso di cinghiale per un osso di balena mandato dal fratello, un'altra  inventarsi questa cosa dal nulla per farli andare dove serve a lui.
Ecco perch prima di mettere in pratica il suo piano ci ha pensato tanto. Cio, non  vero, ci ha pensato giusto un paio di minuti, e intanto gi buttava gi la lista della roba che gli serviva. Ma non  colpa sua, il fatto  che deve rivedere Serena, starci un po' insieme e parlare con lei, farle capire quello che al momento non capisce nemmeno lui.
Perch  l'ora di fare qualcosa, qualsiasi cosa. Sandro ha quarant'anni, porca puttana, quaranta. Da ragazzino pensava al Duemila e si immaginava di portare i figli a scuola in astronave e lasciarli a professori robot. Invece il Duemila  passato da un pezzo e siamo ancora piantati su macchine che sputano olio e veleni, i robot al massimo ti frullano la frutta e fanno partire l'annaffiatura nei giardini, e comunque Sandro non ha figli da portare a scuola, e nemmeno un lavoro vero. Nella sua vita niente  successo mai veramente. Nessuna svolta, nessuna scelta, le poche cose che sono cambiate sono cambiate perch non ci sono pi. Amori che si sono consumati, locali che hanno chiuso o preso fuoco, campi che sono diventati centri commerciali, persone che sono andate a vivere da un'altra parte o hanno proprio smesso di vivere. La vita di Sandro non  un percorso,  solo un perdere pezzi per strada e cercare di andare avanti lo stesso.
E allora cazzo, fare qualcosa, decidere di darsi una mossa  comunque una roba nuova e giusta. Magari  brutto sfruttare l'ingenuit e il dolore di una ragazzina e del suo amico scemo, ma se Sandro vuole diventare uno che fa le cose, uno che si butta nel mondo, deve accettare il fatto che il mondo  cos,  pieno di buche e pozzanghere, e sporcarsi fa parte del gioco.
E infatti adesso, da dietro le cabine, Sandro guarda i ragazzi che abboccano al suo amo e si sente tanto sporco, e tanto contento.

Parigi o Pontremoli
Dormi mamma?
No, te?
Non tanto.
Come mai?
Non lo so. Te come mai?
Boh. Te per devi dormire.
E te no?
S, ma te domattina hai la scuola.
Vero. Infatti ora dormo. Ma prima posso chiederti una cosa?
Vai.
Anzi, sono due cose mamma.
Va bene, vai le dici. Ma Luna non parla subito. Senti il respiro della tua bimba sul collo, il rumore leggero che fa mentre si morde la pelle intorno alle unghie.
E poi: Te ci sei mai stata a Pontremoli?.
A Pontremoli? No, non mi pare. Ci sono passata col treno una volta.  in mezzo ai monti sulla strada per andare a Parma. Ma perch?
Cos. Ti piacerebbe andarci?
No.
Ma come no.
Boh, non lo so, no. Con tutti i posti belli che ci sono nel mondo, Pontremoli non mi tenta per niente.
Ma tanto te non vai pi in nessun posto.
Vabb, per se andassi in qualche posto non andrei a Pontremoli.
Ma perch?
Ma non lo so, ma che te ne frega adesso di Pontremoli?
Nulla. Per, secondo me  un bel posto, sarebbe da vedere.
Bene, e secondo me no, pace.
Ti giri su un fianco, picchi un gomito contro uno degli scatoloni impilati accanto al letto. Devi sistemarli meglio, potresti pensarci domani, domani puoi aprirli, tirare fuori la roba e metterla in ordine. Basta poco, infili i vestiti nei cassetti per esempio, butti qualche cartone. Ma gi il pensiero ti agita, ti toglie il respiro. Passare un pomeriggio intero a fare questa cosa, passo dopo passo. Non ce la puoi fare, ora no. Forse domani, o domani l'altro, forse...
E le statue stele?
Eh?
Le statue stele, non le vorresti vedere quelle?
Che cavolo sono le statue stele chiedi. Anche se le hai gi sentite, forse hai letto qualcosa da qualche parte, forse alla tv.
Sono delle sculture bellissime, fatte tanto tanto tempo fa, tremila anni e anche di pi. Sono a Pontremoli, e io le vorrei vedere tantissimo.
Ossignore Luna, ma te guarda se una ragazza della tua et, fra tutto quello che c' nel mondo, deve pensare a queste cose. Parigi non ti piace? Ti fa schifo New York?
No, per ora vorrei andare a Pontremoli.
Beata te Luna, beata te. Ora per dormi.
S, ma allora?
Allora cosa?
Ci andiamo o no?
Ma non lo so. Un giorno magari s. Ora per dormi.
E per un attimo nella camera si allarga il silenzio della notte, insieme ai mille rumori che ci sono dentro. La civetta con quel fischio dritto e sempre uguale, qualcosa che si muove l fuori fra la roba ammassata in giardino, probabilmente un topo ma  meglio non pensarci.
Per ti devo ancora fare la seconda domanda.
La seconda erano le statue.
No, le statue stele erano la seconda parte della prima domanda. La seconda vera : secondo te quando si muore cosa succede?
Luna dice cos, secca, e poi altro silenzio. La civetta, le cose che si spostano in giardino, pezzi di lamiera al vento. Niente dorme stanotte, tutto si agita e si scuote, pure tu. La notte  il momento peggiore, perch di giorno ogni tanto succede qualcosa che ti fa pensare ad altro per un secondo o due, di notte invece c' solo Luca. Cos tanto che non provi nemmeno a resistere, senti proprio la testa che lavora e lavora e i pensieri si fanno sempre pi confusi, colano uno sull'altro, e alla fine invece di pensieri sono solo immagini, pezzi di frase, profumi, colori che ti parlano di tuo figlio. Resti a fissarli con gli occhi chiusi, in uno stato che solo da fuori pu sembrare sonno.
Cos sono le tue notti, tutte avvolte intorno a Luca, tutte aggrappate a lui che non c' pi. Figuriamoci poi se Luna ti chiede una cosa del genere.
Ma che domanda ? Come ti viene in mente a quest'ora?
S, cio, quando moriamo, cosa succede secondo te, mamma? Secondo te  possibile che ci siamo ancora, che vediamo cosa succede nel mondo... cio, quando si muore si muore, o magari siamo sempre un po' vivi?
Non lo so Luna, come faccio a saperlo? Non lo so io, non lo sai te e non lo sa nessuno. Lo sappiamo solo quando moriamo dici.
Vero, lo penso anch'io. Quando moriamo sappiamo tantissime cose. Cio, almeno credo, non ne sono sicura. Ma se ero morta ero sicura.
Gi, ma non avere fretta. Anche perch se muori non puoi andare a Pontremoli.
Vero! Per siamo vive mamma, e allora intanto che siamo vive ci andiamo? Ci sono le statue stele, sono fatte a mezza luna, non si sa chi le ha fatte e nemmeno come mai, sono un mistero, pensa che bello, andiamo a vederle?
Adesso che ti ha detto delle teste fatte a mezza luna hai capito quali sono, queste statue. E non sai dove l'hai sentito, ma ne hanno ritrovata una da poco, un contadino che lavorava nel suo campo per piantarci il granturco. L'ha presa in pieno col trattore e l'ha spezzata in due, ma poi l'hanno rimessa insieme e sta in un museo. L'hai sentito dire, l'hai sognato, non lo sai. Sai solo che a Pontremoli adesso non ci vuoi andare, non ci puoi andare, e ai Si va mamma? Si va? di Luna, devi rispondere: Adesso basta, dormi che  tardi.
Ma dobbiamo andarci, dobbiamo. Ci andiamo? Di, dimmi che ci andiamo.
S, un giorno di questi.
Uffa mamma, tanto lo so che quando dici Un giorno di questi vuol dire no. Ma perch no? Facciamo un giretto, vediamo dei bei posti, perch non vuoi?
Non  che non voglio, Luna,  che... Aspetti un attimo, e quando la voce ricomincia a uscire trova qualcosa di stretto in gola che la fa venire fuori tutta storta.  che non posso. Adesso non posso. Vacci con la scuola, senti se organizzano una gita, io non posso venire.
Ma io ci voglio andare con te mamma, cosa ti costa? Te lo chiedo per piacere.
No Luna, ti ho detto di no. Non insistere, non mi forzare. Io ti forzo mai?
Luna non risponde a voce, ma scuote la testa, lo senti dai suoi capelli che ti carezzano il braccio.
Ecco. E allora adesso dormi, che domattina hai la scuola. E se non hai voglia di andarci, io non ti forzo. Dimmelo e tolgo subito la sveglia. Vuoi restare a casa?
Ancora quella carezza coi capelli che vuol dire no.
Oh, benissimo, allora dormi che domattina devi alzarti presto.
E per un po' sembra finita davvero, di nuovo silenzio, la civetta e il topo e la notte. Ma Luna non ha finito, lo senti da come ti respira sul petto.
Ma perch mamma? Io non insisto, non ti forzo, per dimmi perch.  per Luca?
Il suo nome. Pensi sempre a Luca,  sempre nella tua testa, ti sta sotto la pelle e brucia, la tua vita  una cosa confusa che resta sullo sfondo dietro a lui. Eppure sentire il suo nome ti spiazza, e chi lo usa ti fa quasi rabbia. Come se lo consumasse, come se lo sciupasse. Anche quando lo dice Luna, un po'. Non vorresti ma  cos.
Ma cosa c'entra adesso Luca?
Nulla. Cio, secondo me mamma, anche Luca non sarebbe contento che stai sempre qua. A lui piaceva fare tantissime cose. Ti ricordi quella volta che era all'edicola, si  fermato un camion che andava in Germania e lui c' saltato sopra e si  nascosto dietro perch era curioso di vedere com'era la Germania?
Certo, me lo ricordo benissimo dici. E quel benissimo ti esce un po' amaro. Perch vorresti dire che in realt te lo ricordi solo tu, Luna non pu, lei era troppo piccola e questa cosa la sa perch gliel'hai raccontata tu.  saltato su quel camion ed  arrivato fino a Bolzano, l si  fermato a un autogrill perch faceva troppo freddo, ha chiesto un passaggio a una famiglia che andava a Bologna, un camionista l'ha portato a Firenze e tu sei andata a prenderlo l, dopo un giorno di ansia mista a terrore. E quando  salito sulla macchina hai pure provato a dirgli qualcosa, a fargli una ramanzina lunga da l fino a casa. Ma lui ti ha salutata con un abbraccio, e quando ti ha vista arrabbiata ha fatto una faccia cos sorpresa, proprio non capiva perch. Ti ha sorriso, si  messo comodo sul sedile e ha cominciato a raccontarti di quei posti lass, che non sono male per niente, gli autogrill sono puliti e in mezzo ai boschi, la musica sembra un po' il liscio della Romagna ma pi prepotente, e... e insomma, proprio non era possibile arrabbiarsi con lui.
Ma adesso lui non c', e allora la tua rabbia  pi forte che mai. Anche se non vorresti la senti pure stanotte, in fondo alla bocca, mentre chiedi a tua figlia cosa cazzo c'entra adesso questa cosa del camion.
C'entra che lui sarebbe contento se giri un pochino mamma. Luca non ti vuole qui chiusa in casa. Luca vuole che vai a Pontremoli.
Ma cosa cazzo dici Luna, cosa stai dicendo!
S mamma, me l'ha detto lui. Te lo giuro, nemmeno io ci credevo ma  cos, Luca mi parla,  da matti ma ti giuro che  cos.
Ma sei scema? Sei impazzita? E quando ti parla? Come?
La rabbia si mischia a una specie di risata cattiva e disperata insieme, e forse la cosa che davvero vorresti chiederle : E perch non parla a me?.
Non  che proprio mi parla, mi manda delle cose. Mi manda delle cose sulla riva del mare e io capisco cosa mi vuole dire. Hai visto l'osso di balena che avevo nei capelli? Era il suo regalo, me lo doveva portare dalla Francia. E mi aveva detto anche della pentola che si rompeva e ti bruciava il piede. E ora mi ha detto che devi andare a Pontremoli. E io vengo con te. E anche Zot, e bisogna che viene anche il signor Sandro che  il nostro catechista, e...
Luna va avanti cos, a valanga: ogni parola pi assurda di quella prima, te le rovescia tutte addosso e tu provi a coprirti ma ti travolgono e ti fanno tremare di rabbia. Come sempre quando qualcuno vuole parlarti di Luca. Come quella vecchia amica della mamma, stronza uguale a lei, che il giorno del funerale  venuta l e ti ha detto: Non piangere Serena, non piangere, Luca adesso  un angioletto che ti guarda dal cielo, e te gli hai risposto che doveva andare affanculo, cosa cazzo ne sapeva lei, cosa sono queste parole sceme dette cos per dire, per sentirsi buone e profonde, buttate l prima di voltarsi e scordarsi di tutto quanto, a te che invece ci pensi ogni secondo, ogni attimo della tua vita.
E anche Luna ti fa rabbia, ti fanno rabbia le sue parole, che adesso ti arrivano piegate mentre si alza, scende dal letto e va a prendere qualcosa. Al buio si muove bene, va, torna e ti dice: Guarda, guarda cosa ho trovato oggi. Ma tu non sai cosa guardare perch vedi solo il buio, il buio e quelle parole assurde, finch a forza di colpi sullo scatolone che ti fa da comodino becchi il bottone per accendere la luce, e nella luce che di colpo incendia la stanza c' tua figlia tutta spettinata, con una mano che scatta subito a coprirsi gli occhi, nell'altra regge un pezzo di legno pieno di sporcizia.
 una roba piatta, a forma di fungo, con una testa tonda e due occhi sotto.  fatta malissimo, tipo quei lavori dei bimbi all'asilo, e attaccate ci sono due strisce scure, di gomma o pelle o cose cos. Luna ne prende una, te l'avvicina e ti dice: Leggi qua mamma, leggi..., e tu la prendi e c' scritto SANDRO. Ah, no, scusa, allora leggi l'altra, e sull'altra c' scritto SERENA.
E capirai, che cazzo vuol dire. Non sei l'unica che deve sopportare di chiamarsi Serena. E poi che senso ha? Cosa c'entra con Luca una schifezza del genere, Luca faceva solo cose splendide, questa merda cosa cazzo c'entra con tuo figlio? Lo pensi e le mani ti si gonfiano di rabbia, tieni il legno stretto, lo stringi sempre pi, senti che scricchiola e sta quasi per cedere, e allora Luna urla: No!. Ma tu insisti: stringi i denti e stringi le mani intorno al legno, non  che ce l'hai davvero con questa schifezza, e non ce l'hai con tua figlia,  una rabbia cieca e senza mira che non sa dove andare e allora esce da tutte le parti, vuole solo afferrare e tirare e spaccare e distruggere finch non resta pi niente di niente.
Nemmeno tua figlia, che per  ancora qui, afferra il legno e cerca di strappartelo via, ma la luce della lampadina  forte e la acceca, mette male il piede e scivola gi dal letto e cade all'indietro, e mentre cade spalanca gli occhi per capire cosa succede ma continua a non vedere nulla, cerca di aggrapparsi a qualcosa ma intorno c' solo l'aria, poi il colpo duro del pavimento dietro la testa. Lo senti anche tu, mentre Luna sparisce per un tempo che dura tantissimo, molto pi di questa notte maledetta.
Ti tuffi su di lei, la tua bimba ha gli occhi chiusi, le prendi la testa tra le mani e la abbracci, la abbracci fortissimo, le chiedi scusa e la abbracci, piangi e la abbracci.
Scusa Lunetta mia, scusami. La mamma  una cretina, la mamma  una cretina scema deficiente, come hanno fatto a venire due figli cos stupendi da una mamma cos imbecille e scema e deficiente io non lo so. Giuro che non lo so. Ci andiamo a Pontremoli, sai? Ci andiamo insieme e guardiamo le statue e facciamo tutto quello che ti pare, e ci portiamo i panini da casa e pranziamo su un prato, hai capito Luna, sei contenta? Dimmi di s, rispondimi, dimmi che sei contenta, dimmelo Luna, dimmelo!
Poi smetti di parlare e cerchi pure di smettere di piangere, perch vuoi solo sentire tua figlia. Che per non si muove, non apre gli occhi e non parla, mentre il silenzio della notte intorno  diventato silenzio vero, senza pi civette e topi e roba che si sposta. Tutto si ferma e resta ad ascoltare.
E poi, finalmente, la voce di Luna stretta nel tuo abbraccio, che dice: S mamma, sono contenta, tanto. Ma se viene il catechista, stavolta per piacere potresti non picchiarlo?.

Cane di Caino
Sandro e Rambo salgono le scale del grattacielo fino al nono piano, tutti storti dai sacchetti della spesa. Sono andati all'Eurospin e hanno comprato pizze surgelate, patatine, birre senza marca, un pezzo di prosciutto cotto grosso come una scatola di scarpe, cartoni di latte, pomodori pelati e fagioli e acciughe e quattro pezzi diversi di pecorino, corn flakes e biscotti al cioccolato e un bottiglione in plastica da cinque litri di vino bianco.
Hanno speso un sacco di soldi dal fondo comune per andare a vivere insieme, soldi che non si dovrebbero toccare, ma stanno per dimettere Marino dall'ospedale, qua da solo non pu rimanere e allora vengono a vivere tutti nel suo appartamento, quindi i soldi andavano spesi e non c' proprio niente di male.
A parte la mamma di Marino secca e dura nel freezer.
Sono sincero, a me questa cosa non mi fa nessun effetto dice Rambo mentre entrano in casa. Sai quanto prendono quelle merde delle pompe funebri? Approfittano del dolore delle persone e ti fregano alla grande. La bara, il trasporto, i fiori, tanto casino per infilarti in un buco. E in fondo che differenza c', fra stare sottoterra o nel freezer?
Sandro fa di s. L'altra settimana sul Tirreno c'era una notizia cos. Uno di Poggibonsi che  morto in casa per una scarica elettrica. L'hanno trovato dopo un mese perch non pagava l'affitto, sono entrati e lui era morto nella vasca, ma nel freezer c'era surgelato il suo babbo invalido di guerra.
Be', chiaro, con quel che costa un funerale. E poi oh, invalido di guerra, sai quanti soldi beccava tutti i mesi? E quei soldi l quando muori non te li danno pi eh, addio e amen. No no Sandro, al giorno d'oggi se ti muore qualcuno conviene tenerlo a casa,  una cosa che ancora ci sembra un po' strana, lo so, ma diventer sempre pi normale. Oh, questa crisi ci ha cambiato la vita, figurati se non ci cambia la morte.
Sandro fa di s e posa i sacchetti sul tavolo del salotto mentre Rambo li posa sul divano, e nessuno dei due per adesso ha voglia di portarli in cucina.
Senti, le pizze surgelate dove le mettiamo?
Boh fa Rambo. Nel frigo. Nel frigo c' una parte per i surgelati no?
Spero, perch senn io nel freezer con la mamma di Marino non ce le metto.
Ma no, chiaro! Quel freezer l  sacro, lo dobbiamo pensare come una tomba, figurati se mettiamo le pizze addosso alla mamma di Marino. Ecco, vedi, quello s che sarebbe sbagliato, e dalla ragione ci farebbe passare al torto.
Sandro guarda Rambo, Rambo guarda Sandro, e fanno di s con le teste come a convincersi l'uno con l'altro che invece, se le pizze le sistemano da un'altra parte, va bene cos.
Ma il problema di Sandro non  nemmeno questo. La mamma di Marino  morta e sta al gelo in cucina con una coperta intorno alle spalle e addio. Quello che gli pesa davvero  la storia della statuetta che ha fatto trovare ai ragazzi in riva al mare, il suo piano perfetto che pi ci pensa e pi lo fa sentire una merda. Prima ha aiutato Luca, un ragazzo favoloso e pieno di futuro, a perdere tutto questo futuro in un colpo solo. Adesso approfitta della sua morte per fregare due ragazzini e avvicinarsi alla donna che gli piace. Insomma, prima ti ammazzo, poi ti vengo a cercare nell'oltretomba e ti sfrutto per provare a scoparti la mamma. Ecco come stanno le cose, non ci sono scuse stavolta, non ci sono se o ma. La situazione  questa, secca e dura e per sempre cos, come la mamma di Marino nel surgelatore.
Sandro ci pensa e si agita, il respiro gli si gonfia nella gola e il cuore batte ancora pi forte di prima, quando saliva i nove piani di scale. Anche se sotto sotto sa benissimo che il suo vero problema non  che ha fregato quei due ragazzini, il problema  che Zot e Luna non lo hanno ancora chiamato.
Forse non sono cos scemi e hanno capito che quella roba di legno  una cazzata? O forse conoscono un altro Sandro, uno zio, un vicino di casa o peggio ancora un idiota che fa la corte a Serena, e non hanno pensato a lui? Sul braccialetto ha scritto SANDRO ma non  abbastanza, avrebbe dovuto scriverci SANDRO CATECHISTA. Ci aveva pure pensato, per gli sembrava troppo. Allora ha chiesto se dopo il nome potevano metterci una croce, ma quell'idiota che fa i braccialetti gli ha detto che non era possibile, al massimo poteva metterci una X. Gi, eccolo qua il problema che rovina tutto: disorganizzazione insieme a pressapochismo insieme a mancanza di mezzi. La storia dell'Italia, la storia di Sandro. Povera Patria, povero lui.
Povera Patria dice a voce alta, mentre si fa forza e va in cucina a controllare se c' un posto per metterci le pizze.
Rambo lo segue, e aggiunge: Eh s, la Patria ce l'ha proprio nel culo.
E per qualche motivo, anzi per nessun motivo sensato, Sandro e Rambo si guardano un attimo, poi scoppiano a ridere. Ma tanto, e forte, e non gli riesce di smettere. Stanno l in cucina con le pizze surgelate in mano e ridono, prendono due bicchieri e fanno per bere, e l'acqua esce dal rubinetto con un rumore strano e tutta marrone, e nel frigo ci sono solo due o tre cose andate a male e la roba che meglio si conserva qua dentro  una vecchia morta nel surgelatore, e Sandro e Rambo fanno l'unica cosa che possono fare: continuano a ridere. E da tanto che ridono gli vengono le lacrime, e potrebbero andare avanti cos tutto il giorno, tutta la notte, finch i vicini non vengono a lamentarsi del casino, e per appena entrano cominciano a ridere e piangere pure loro, senza una ragione e insieme per tutte le ragioni del mondo, senza smettere mai.
Ma poi invece no, invece Sandro e Rambo smettono, e di colpo, quando suona il campanello.
 un rumore isterico e tutto storto, nel nulla del pomeriggio suona come una bomba che esplode. Rambo si spalma al muro, fa segno a Sandro di stare zitto e smettono tutti e due di respirare.
Un attimo dopo il campanello suona ancora, e ancora. Non  una bomba,  un bombardamento. E quando sperano che sia tutto finito, che il rompipalle alla porta si sia finalmente stancato, arriva l'unico suono ancora pi terribile del campanello: una voce umana che urla: Lo so che ci sei, ho sentito ridere, lo so che ci sei!.
 una voce di uomo, che comincia a bussare sempre pi forte, e a un certo punto non sanno pi se bussa o se prova a buttare gi la porta.
Bisogna inventarsi qualcosa, e subito, perch questo scemo richiama tutto il palazzo. Corrono in salotto, Rambo indica la porta a Sandro, si piazza in mezzo alla stanza coi pugni stretti e sottovoce gli fa: Vai, apri, ti copro le spalle.
Sandro prova a guardare dallo spioncino ma non vede nulla, apre un pezzetto di porta e poi la ferma col piede, infila la testa nello spiraglio aperto e, minuscolo dentro al buio del pianerottolo, c' un uomo sui settanta, basso e con un grembiule a righe, magro, gli occhi a palla sotto un riporto spelacchiato.
Salve gli dice.
Salve risponde il signore.
Desidera?
Io... io non... ma te scusa chi sei?
Chi  lei, scusi.
Io sono Franco. Del frutta e verdura qua sotto. Cercavo la signora Lidia.
La signora non c', mi dispiace.
E dov'?
Non c',  andata a fare un giro.
Ma cane di Caino, sono due mesi che non c', quanto  lungo questo giro?
Sandro fa di s, poi di no, sempre dallo spiraglio della porta. Poi arriva Rambo da dietro, la spalanca e si mette accanto a lui col petto in fuori. Senta, grazie ma frutta e verdura non ci servono, abbiamo appena fatto la spesa all'Eurospin.
Il signor Franco lo guarda, guarda Sandro, abbassa la testa e ci passa una mano per riappiccicare i capelli dalla tempia addosso al cranio. Poi la mano cala sul viso e copre gli occhi, mentre Franco riesce a dire solo: S, capisco, e scoppia a piangere. Colpi di pianto sordi, che sembrano tosse, e gli fanno tremare il grembiule.
Ma no, non la prenda cos dice Sandro. Eravamo all'Eurospin e allora gi che c'eravamo abbiamo preso anche la verdura.
Era comodo dice Rambo, e poi i prezzi sono convenientissimi.
Lo so fa Franco tra i singhiozzi.  un discorso di quantit. Loro... loro sono un grande gruppo, fanno grandi ordini, possono permettersi quei prezzi. Io no. Io sono solo, cane di Caino, io... sono... solo, e un'ondata di lacrime ancora pi forte gli affoga la voce.
Anche noi siamo soli dice Sandro. E la prossima volta la frutta e la verdura la veniamo a prendere da lei. Rambo mangia tantissima frutta.
Vero fa Rambo, frutta e verdura sono i mattoni che stanno alla base di un corpo sano. La prossima volta veniamo da lei. E anche la signora viene, quando torna.
Franco scuote la testa: No, lei non viene mai a comprare, manda sempre il figlio.
Marino?
S. Per anche lui  un pezzo che non lo vedo.
Per forza,  all'ospedale.
Cosa? Cane di Caino! E come mai?
L'ha schiacciato una macchina, ma tutto bene, dopodomani torna a casa dice Sandro.
Ah fa Franco, stacca gli occhi da terra e ricomincia a fissarli. Dopodomani torna?
Sandro conferma, e non capisce bene perch, ma sente che era meglio non dirlo.
Allora la signora  con lui all'ospedale.
S... certo, s.
Quindi dopodomani torna anche lei.
No, lei no. Era all'ospedale con Marino, s, ma poi  dovuta partire per un'emergenza interviene Rambo. E poi silenzio per un attimo.
Ma come, suo figlio  all'ospedale e lei se ne va?
S, un'emergenza, la zia della signora sta male, una zia di Milano.
Ho capito, ma cane di Caino, suo figlio lo schiaccia un'auto e lei va a Milano?
S, esatto. Tanto qua ci siamo noi a dare una mano fa Rambo. La zia invece  sola, e la signora le vuole tanto bene. La zia le ha salvato la vita, nella Seconda guerra mondiale. Le SS la volevano fucilare e violentare, per sua zia l'ha nascosta in fondo a un armadio e non l'hanno trovata.
E perch la volevano fucilare?
Perch... perch era della Resistenza, la signora Lidia era una partigiana. La chiamavano la Volpe della Versilia.  citata in tanti libri, libri di storia... dice Rambo. Poi resta cos, guarda un attimo Sandro ma  uno spettacolo orribile, allora torna a Franco. Che lo fissa con gli occhi pi stretti.
Sentite ragazzi, non  che mi raccontate delle scemenze, vero?
Cosa? Ma quali scemenze signor Franco fa Sandro. Non si scherza sulla Resistenza.
Sicuri? Perch la Lidia  del '46, la Volpe della Versilia al massimo poteva essere sua madre, cane di Caino.
E nulla, solo silenzio. Sandro che guarda Rambo, Rambo che guarda Sandro, poi un po' di parole ammaccate per rispondere che  vero, certo, la Volpe era sua madre.
S, la zia non ha salvato lei, chiaro, ha salvato la sua mamma. Ma la Lidia era comunque in debito. Cio, se moriva la sua mamma la Lidia non nasceva mica, quindi  un po' come se avesse salvato pure lei, ecco.
Il signor Franco resta a studiarli, la testa piegata in basso, gli occhi serissimi dietro il folto delle sopracciglia che sembrano due bruchi pelosi di passaggio sulla fronte.
Ragazzi, per piacere, ditemi le cose come stanno per davvero.
Ma gliel'abbiamo detto,  cos, ...
Per piacere ragazzi, basta scemenze, io ho il diritto di sapere come stanno le cose, cane di Caino.
Senta fa Rambo, ora basta. Noi le cose gliele abbiamo dette e stanno cos. Ma poi lei che diritto ha? A lei cosa gliene frega? Una donna se va via qualche giorno deve avvertire il fruttivendolo?
Franco non risponde subito, prima si pettina ancora il riporto, prima respira un paio di volte, poi le parole gli escono come un sospiro, come qualcosa che da troppo tempo stava l a spingere dietro i denti per venire fuori alla luce del giorno. S, ma io non sono solo il fruttivendolo. Io e la Lidia siamo amanti.
Cos, e queste parole assurde rimbalzano tra le mura del pianerottolo come palline impazzite. Rambo e Sandro muovono la testa di qua e di l cercando di seguirle, o di non prenderle in faccia.
Ragazzi,  cos, non c' nulla di male. Ci siamo incontrati e ci siamo piaciuti, ci siamo presi a livello di pelle. Niente impegni, solo stare bene. Siamo nel Duemila ormai,  normale, io e la Lidia siamo trombamici.
Rambo e Sandro non dicono niente, non si muovono, solo restano appesi alla porta. Prima la tenevano per non aprirla del tutto, ora  la porta che regge loro.
Per insomma, sono due mesi che non ci vediamo, nemmeno un messaggio, nulla. Un po' ho aspettato, non volevo venire qui che magari ci trovavo il suo figliolo. Dopo un po' per mi  presa paura che magari stava male o che era successo qualcosa, allora mi sono fatto forza e sono venuto, ma a casa non c'era mai nessuno. E cane di Caino, capisco che non c'erano impegni, per stavamo bene insieme, ci stava bene anche lei, o almeno mi sembrava. Possibile che poi una sparisce cos?
Eh, le donne sono fatte male dice Rambo, allunga un braccio e fa per posarglielo sulla spalla, poi per lo appoggia solo al muro.
Franco annuisce, gli occhi a terra, la mano sul viso ad asciugare il sudore che dalla fronte cola nelle sopracciglia. Eh s ragazzi, sono proprio fatte male, cane di Caino, grandissime zoccole. Vi offendete ragazzi? Siete parenti?, e loro fanno di no. Posso dirvi le cose come stanno?, e loro fanno di s, anche se in realt non vorrebbero. Ecco, allora dovete sapere che la signora  una troia pazzesca, una cavalla scatenata.
Ma la signora Lidia? fa Rambo, con un verso strinto che sembra un lamento.
S, cane di Caino. Veniva in bottega da me, abbassava la serranda e addio.
Ma a fare la spesa non veniva Marino? fa Sandro.
S, s. Lui veniva la mattina a prendere la roba, lei veniva nel pomeriggio a lamentarsi che era marcia. Voi mi direte, ma allora non era pi semplice se veniva subito lei, senza mandare il figlio?
Rambo e Sandro in realt non ci avevano pensato, non riescono a pensare a nulla, per restano zitti ad ascoltare.
No, cane di Caino. Lei mandava il figlio perch cos si eccitava di pi. Arrivava il pomeriggio col sacchetto in mano e diceva: Senta Franco, ma che frutta schifosa ha dato a quel coglione di mio figlio?. E dopo quando la sfiocinavo urlava: S, s, te ne approfitti di quel coglione, eh, te ne approfitti vero?.
Le parole di Franco entrano nelle orecchie di Sandro e Rambo e provano a farsi strada fino al cervello, anche se loro fanno di tutto per cercare di fermarle, per non capirle n ora n mai.
Capito che roba? Il signor Franco butta di nuovo gli occhi a terra, la mano davanti al viso. Io per non riesco a levarmela dalla testa, cane di Caino...
Sandro vorrebbe dire qualcosa per consolarlo ma non sa cosa, prova ad abbracciarlo ma dopo aver immaginato lui e la Lidia nudi gli viene da vomitare all'idea di un contatto fisico, allora resta con le braccia rigide in avanti verso questo ometto basso e disperato, come una mummia nei vecchi film dell'orrore. Ma pochi film fanno orrore come questa storia qua.
Scusate ragazzi, scusate dice Franco con la voce a pezzetti. Sono problemi miei e non dovevo... non...
Non si preoccupi, anzi, ci dispiace molto, e se si pu dare una mano...
Franco prova a sorridere, scuote la testa. Grazie, non mi serve nulla ragazzi. Poi gli viene un colpo di tosse, un altro. Anzi, s, posso bere un bicchier d'acqua?
Dice cos, e fa per entrare. Ma Rambo di scatto si mette in mezzo alla porta e allarga le braccia.
Franco lo guarda e tossisce ancora.
Un bicchiere d'acqua e torno in negozio, e fa per passare accanto a Rambo, che lo blocca e dice: NO.
E a ripensarci dopo, anche un solo secondo dopo, avrebbero potuto dirgli Ma prego Franco, entri, si accomodi. Farlo sedere in salotto e portargli un bel bicchierone d'acqua fresca o della birra appena comprata. Poi una pacca sulla spalla, consolazioni maschili assortite sul fatto che le donne sono tutte puttane, soprattutto quelle che non ci stanno, poi buonasera e addio.
Ma la vita sarebbe tutta cos, facile e giusta, se si potesse viverla un secondo dopo di quando succede. Solo che un secondo dopo  un'eternit, e gli errori tremendi, le scelte sbagliate e le parole infelici, loro sono bestie infide che vivono nelle pieghe dell'adesso, ci si infilano dentro e lo devastano, e un secondo dopo  troppo tardi, arriva e trova ormai un catorcio di vita da rattoppare.
E Sandro ci prova andando in cucina a prendere l'acqua, mentre Rambo resta a bloccare la porta. L'acqua  marrone e ferrosa ma chi se ne frega, riempie il bicchiere e torna da loro, che si fissano e non dicono nulla. Passa il bicchiere a Franco, che lo prende ma non beve.
E quindi in casa va tutto bene, s?
S s, benissimo. Stiamo facendo le pulizie perch torna Marino.
Ah, mi fa piacere. E per la Lidia non c', vero?
No. Gliel'abbiamo detto,  a Milano da sua sorella.
Ma non era da sua zia?
S, sua zia, certo.
Capisco fa Franco. E Ferdinando, lui quando viene a trovare suo nipote?
Ferdinando chi.
Su ragazzi, Ferdinando Cosci, lo zio di Marino. Lo conoscete per forza,  il capo dei vigili di Forte dei Marmi. E un grande amico mio dice Franco, e nei suoi occhi adesso non c' pi nessuna gentilezza. C' invece una luce che ci scintilla dentro, diversa da prima quando raccontava di trombamici e sfiocinate.  pi fredda e tagliente, e continua a brillare mentre cammina all'indietro verso l'ascensore, preme il tasto e le porte si aprono subito, come se lo stessero aspettando. Franco entra e le porte si richiudono su di lui, sul suo riporto, sul suo sguardo fisso e appuntito.
E Sandro e Rambo restano l, soli e spaventati come due tordi da richiamo in una gabbia, la notte prima dell'apertura della caccia.
Cane di Caino.

Tutti in gita
La strada  piena di buche e polverosa, ma porta dritta alla gloria.
Finalmente Luna e Zot sono andati da Marino all'ospedale e hanno chiesto il numero di Sandro, l'hanno chiamato e gli hanno parlato di un viaggio che sentivano di dover fare, un percorso formativo e religioso che richiedeva la sua presenza in quanto loro guida spirituale. E allora eccolo qui Sandro, guida spirituale ma anche alla guida di questa jeep prepotente, stringe il volante con tutte e due le mani, il cofano mangia l'asfalto l davanti e i suoi occhi lo scavalcano dritti verso l'orizzonte, la potenza delle quattro ruote motrici che addentano la strada, il motore che pompa come un elicottero in attacco su qualche popolazione terrorizzata e lungo la schiena un senso clamoroso di potenza.
Anche se Rambo dal sedile accanto non smette di rompergli le palle.
Pi deciso col cambio. Schiaccia bene la frizione. Non perdere tempo a mettere le frecce, quando questa belva vuole girare se ne accorgono tutti, non serve accendere quelle lucine sceme.
E Sandro, che di solito lo manderebbe subito affanculo, oggi invece gli d ragione e anzi gli chiede altre informazioni inutili a caso. Perch Rambo gli sta prestando la sua amata jeep e cos gli salva la vita: mica poteva portare tutti a Pontremoli in Vespa, o peggio chiedere a Serena se potevano prendere la sua macchina. No, questa sarebbe stata la fine ancora prima di partire.
L'uomo pu avere i difetti pi agghiaccianti del mondo e non c' problema. Uomini che non si lavano, uomini che non ascoltano e ti guardano attraverso, e sanno solo aprire bocca per dirti cosa pensano e com' la vita e cosa dovresti fare tu per essere meglio: le donne col loro gusto per la sofferenza trovano sempre un modo per sopportarli. Ma l'unica cosa che una donna non pu accettare  uno che non sa essere uomo davvero. Ecco, l si allarga una smorfia amara di compassione, e muore strozzato nella culla ogni accenno di ormone. E Sandro non vuole finire cos, Sandro agli occhi di Serena vuole essere un uomo, e un uomo vero arriva con una macchina vera. Ecco perch questa jeep  perfetta, e Rambo che  un amico gliela presta.
E Sandro, per ringraziarlo, lo lascia solo. Proprio oggi che dimettono Marino dall'ospedale, lo portano a casa e c' da stare attenti a lui e anche al signor Franco che potrebbe salire in ogni momento, magari insieme al suo amico capo dei vigili.
Insomma, oggi Sandro dovrebbe restare qua, eppure non pu. E allora non pu nemmeno trattare male Rambo, che da mezz'ora gli ripete che lo lascia solo in trincea, che  il momento della battaglia e lui lo abbandona davanti al nemico solamente per scoparsi una.
Rambo ha anche ragione. Soprattutto sull'abbandonare la trincea. Sullo scopare Serena invece molto meno. Ci sono uomini che alla prima uscita con una donna puntano a finirci a letto, altri che sperano di strapparle un bacio e un secondo appuntamento, Sandro oggi si accontenterebbe di non prendere cazzotti nel naso.
E magari a qualcuno sembrer una miseria, ma lui stringe il volante e sente le ruote che agguantano l'asfalto e si lasciano dietro i casermoni i piazzali i magazzini di lamiera, e non sa esattamente dove andranno e neanche cosa succeder, ma cazzo, oggi Sandro ha una strada davanti e una direzione nel cuore. E non serve altro, a un uomo che ha voglia di sperare.
Evviva! Evviva!
Zot sta gi sul bordo della strada, salta e urla. Ha una bandiera italiana in mano, una sacca blu in spalla, un fazzoletto al collo e un cappello di paglia gigante. Ha visto la jeep ed  schizzato in piedi, al primo salto ha perso il cappello e a ognuno di quelli dopo qualcosa gli vola via dalla sacca, picchia per terra e fa un rumore di roba che si spacca, ma se chiudi gli occhi somiglia parecchio al suono scassato della felicit.
Evviva! Luna, Luna corri a vedere che veicolo meraviglioso!  una camionetta militare, una camionetta militare! Ossignore mio che giorno stupendo, Signore che data importante  questa, Ges Beato quanto mi batte forte il cuore!
Sandro e Rambo scendono da lass e Zot  subito da loro. Prima gli stringe la mano, ma una stretta di mano  troppo poco per quello che ha dentro e allora li abbraccia forte, anche se Rambo  cos grosso che stringerlo tutto  difficile.
Poi dal cancello esce Luna, si pianta anche lei ad ammirare la jeep e Zot le corre incontro.
Oh fa Rambo, io scarico la bici e me ne vado.
Ma Sandro non risponde. Sandro non sa neppure che Rambo ha parlato. Sta l con gli occhi fissi al cancello, le mani un po' in tasca un po' dietro la schiena, come roba trovata per strada che l per l l'ha raccattata ma adesso non sa cosa farsene. E aspetta di vedere Serena.
E intanto sente come delle formiche che dalla strada gli montano sui piedi e risalgono le gambe sotto i pantaloni, passano lungo i fianchi e salgono su fino al petto, e l senza fretta cominciano a svuotargli il respiro.
Ma poi finalmente eccola. Dal folto del giardino arriva un'ombra che si allunga sul cancello e la strada, sempre pi lunga, e a Sandro non serve altro per riconoscerla. Anzi, non  che la riconosce, semplicemente sa che  lei. Quel modo di camminare, quella maniera di piegare la testa appena da una parte, Sandro non sa se spalancare gli occhi o tenerli mezzi chiusi, perch non esiste un modo giusto per prepararsi a guardare qualcosa di tanto splendido e favoloso.
Solo che non  lei, e non  nemmeno splendida.  un vecchio in ciabatte, coi calzoni del pigiama e sopra una maglietta mimetica tutta macchiata, e quando ti accorgi che una maglietta mimetica  macchiata vuol dire che le macchie sono serie veramente. Ha anche un berretto rosso con sopra scritto qualcosa che Sandro ancora non pu leggere, ma non gli interessa tanto, perch al momento la cosa pi importante  che il vecchio gli sta puntando addosso un fucile.
Che cazzo succede qua, che cazzo volete!
Rambo vede l'arma e si tuffa per terra dietro al Defender. Buttati Sandro, buttati! Fuoco nel Buco! Fuoco nel Buco!
Sandro si volta a guardarlo, ma resta piantato sulla strada con le braccia flosce.  venuto con la paura di prendersi un altro pugno da Serena, invece si prende una fucilata da un vecchio in pigiama. La vita  una sorpresa continua.
Questa  propriet privata, mani in alto! dice il vecchio con una voce di carta vetra che gratta su altra carta vetra. Si avvicina, e Sandro alza le mani pi in alto che pu, e le ultime parole a cui penser prima di morire sono quelle scritte sul berretto del vecchio, che adesso riesce a leggere: FERRAMENTA MESTICHERIA GIANNOTTI PARIDE. E se esistono modi peggiori per morire, ora non gli vengono in mente.
Ma intanto Zot e Luna sono tranquillissimi e continuano a portare sacche e sacchetti fino al retro della jeep, stando attenti a non calpestare Rambo.
Questa  casa mia fa il vecchio. Tornate da dove siete arrivati, tornate in Russia.
Ma noi non siamo russi dice Sandro in qualche modo.
Ah, soldati mercenari al soldo dei russi eh, anche peggio.
No, noi veramente...
Comunque di qua non si passa, il giardino  minato.
E Luna si blocca, con una sacca azzurra mezza dentro la jeep. Ma come, il giardino  minato?
No, no, tranquilla le dice Zot. Solo un pezzetto, ma in un punto che non ci passiamo mai.
Zitto te, spia! grida il vecchio. Il giardino  tutto minato, un passo e vi raccattano le cornacchie a pezzetti! urla, e pi urla e pi si agita, e pi la bocca del fucile va su e gi ma sempre addosso a Sandro, che resta a mani alzate e aspetta il colpo che gli sfonda la pancia, poi il petto, il collo, poi gi tra le gambe, poi di nuovo la pancia.
E a forza di seguire questo movimento su e gi, Sandro resta come ipnotizzato, paralizzato dal terrore e dalla danza della bocca di metallo stretta e buia che da un attimo all'altro pu chiudere per sempre la sua strada, proprio adesso che finalmente gli sembrava di averne trovata una.
Ma in realt non ci crede mica tanto, che adesso muore veramente. Perch insomma, il vecchio sar matto quanto vuoi ma non al punto da sparare, e i ragazzi l alla jeep continuano a sorridere allegri, pure Rambo si  rialzato e spunta da l dietro. Perch siamo tutti gente tranquilla e a posto, e soprattutto siamo tutti italiani. Magari in America, ecco, l potrebbe finire male davvero perch agli americani piacciono i finali in grande stile, pieni di esplosioni. Magari in Germania, che i tedeschi quando cominciano una cosa poi insistono a testa bassa, e non accelerano e non rallentano, solo arrivano dritti fino in fondo al lavoro. Ma qua da noi no, su queste strade asfaltate un po' a occhio, fra case tirate su mezze coi permessi e mezze no, qua si piange e forse si pu pure cadere per terra, ma poi uno si rialza e guarda se si  sporcato i vestiti, e dopo va al mare o a bere del vino e tutto diventa una bella storia da bar, lunga e ricca di particolari ma senza un vero finale, senza un...
E poi, dal nulla, il fucile spara veramente.
Un colpo assordante, che rimbomba fra le teste degli alberi e fa pure cadere qualche foglia, foglie che scendono lente nell'aria e quando toccano terra ci trovano gi Sandro steso sull'asfalto.
Ma che cazzo fai bimba! urla il vecchio.
Sandro ha le orecchie che fischiano, ma sente questa voce grattata. E poi una molto pi liscia che risponde: Ti tremava troppo la mano Ferro, mi hai fatto paura.
E se sente tutte queste parole, vuol dire che non  morto. Apre gli occhi e vede il vecchio lass in piedi, e accanto a lui il fucile puntato in alto, stretto tra le bellissime mani di Serena, splendida e selvaggia. E a vederla cos, dal basso e senza una siepe di alloro in mezzo, verrebbe da rialzarsi di scatto e stringerla, e baciarla e portarla in casa e fare l'amore finch i loro corpi a forza di strusciarsi non si consumano e restano solo due macchie di sudore e piacere e il profumo pieno della felicit.
Ma per ora  meglio se Sandro si accontenta di rialzarsi, che gi questo gli viene difficile con le gambe che gli tremano.
Il vecchio intanto riprende il fucile e lo tiene lungo un fianco, ma continua a fissarlo cattivo. Va bene, ora per mi dite cosa cazzo succede?
Certo nonno! fa Zot mentre gli corre incontro. Serena va da Luna, e Rambo si mette a caricare la roba sulla jeep. E di colpo nessuno considera pi Sandro, che quasi rimpiange qualche minuto prima, quando aveva addosso la canna di un fucile ma anche l'attenzione generale.
Ti spiego tutto io nonno! Io e Luna partiamo per una grandissima avventura! Ci aspettano misteri profondi, segreti sepolti da millenni di storia, antiche leggende in luoghi dove regna la magia e dove forse troveremo una risposta ai tanti...
Me lo spiega qualcuno che la fa meno lunga?
Andiamo a Pontremoli, Ferro dice Serena.
A Pontremoli? E che cazzo ci andate a fare a Pontremoli?
I ragazzi si sono fissati che ci vogliono andare e ce li porto. E Luna accanto a lei ha un sorriso cos pieno che gli occhiali da sole salgono sopra le guance e quasi le cadono dal naso. Li tiene con una mano mentre si volta verso Sandro, e adesso questo bellissimo sorriso  per lui. L'ha preso dalla mamma, e Sandro resta a fissarlo.
Grazie per la guida spirituale, signor Sandro, sono felice che ha trovato il tempo per accompagnarci.
Sorride anche lui, e vorrebbe rispondere qualcosa di bello e intelligente ma non si  ancora ripreso abbastanza.
E poi il vecchio  pi veloce. S, ma cosa cazzo ci andate a fare a Pontremoli.
Una gita fa Serena. Andiamo a fare un giro. I ragazzi ci vogliono andare, hanno trovato un affare di legno sul mare e gli  venuto in mente che... insomma,  una storia lunga, per insistono e insistono, e alla fine  meglio se ce li porto, cos almeno la fanno finita.
Ferro fa di s. Non apre bocca, fa solo di s tutto serio. Poi si volta verso la jeep, batte una mano sulla carrozzeria, d un paio di calci a una ruota, guarda dentro dal finestrino, storce il labbro e fa ancora di s, come per approvare la macchina. Torna da Serena, la guarda, guarda la testa degli alberi lass, e continua a fare di s. Solo dopo un po' finalmente parla, e sono due parole appena, tipo una risposta secca a una domanda che per nessuno gli ha fatto. Dice: Bene, andiamo.
E dopo questo, il silenzio. Perch forse non hanno capito, forse non vogliono capire. Ma dura un attimo, poi Zot ricomincia a saltare e a perdere il cappello e grida felice: Nonnino! Vieni anche tu, nonno adorato?, gli occhi cos spalancati che le sopracciglia gli toccano i capelli. Ci fai questo splendido regalo?
Per forza. Sei sotto la mia custodia, se ti fai male, se ti perdi, mi vengono a rompere le palle a me. Mica posso lasciarti con questo frocio qua, e indica Sandro.
Che prova a rispondere: Be', ecco, visto che mi chiama in causa, io sinceramente non so se  il caso che lei ci accompagni dice. Nella sua testa si vedeva gi solo con Serena, lui e lei, due adulti in gita insieme a due ragazzini, praticamente marito e moglie. Invece adesso questo vecchio fuori di testa rischia di sciupare tutto. Siamo gi in quattro, con i bagagli non c' spazio.
Ma sei deficiente? L dentro ci stanno minimo sei persone, c' spazio alla grande.
S, ma oltre allo spazio, andiamo in un posto che praticamente  di montagna. Ci saranno strade in salita, sassi, terreno sconnesso... insomma, con tutto il rispetto, mi sembra un po' rischioso per uno della sua et.
Rischioso una sega! Ma te con chi cazzo pensi di parlare bimbo, io su quei monti l ci facevo delle stragi di cinghiali che alla fine c'era da regalarli alla gente per la strada. Ferro scuote la testa e guarda Serena. Io vengo, punto e basta. Anche perch se non vengo io non viene nemmeno il bimbo, che  sotto la mia custodia, e posa una mano sulla spalla di Zot, cos forte che quasi lo butta per terra. E poi non ce la faccio pi a stare qui piantato, voglio rivedere un po' di mondo, anche un pezzetto come quello l che fa cacare.
E Zot urla: Evviva! Evviva!, abbraccia il nonno e corre da Luna che  gi sulla jeep, poi si affacciano al finestrino e da lass guardano gli adulti che perdono tempo.
L'unico problema  la casa dice Ferro. Mica posso lasciarla incustodita. Non aspettano altro, tempo cinque minuti e sul tetto sventola la bandiera russa.
Be', in effetti fa Sandro al volo, in effetti anche secondo me il rischio c', forse  meglio se resta qua di guardia.
Ma te ancora parli? Guarda che se non vengo io non viene neanche il bimbo, capito? Quindi c' da trovare una soluzione che fa contenti tutti. Mi basterebbe un amico fidato che me la guarda per un po'. Ma sono tutti morti, quei bastardi. Ci vorrebbe un uomo vero, uno con le palle, un combattente che...
Va bene signor Ferro, resto io. La voce  piena, forte, cos profonda e dura che nemmeno Sandro l per l la riconosce. Viene dal retro della jeep, lo stesso posto da dove un attimo dopo spunta la giacca militare di Rambo.
E te chi sei? chiede Ferro. Ma con un tono diverso, che non c'entra nulla con quello che butta addosso a Sandro.
La gente mi chiama Rambo.
Ecco, perfetto, ci mancava questo fa Serena. Poi si gira al cancello e sparisce di nuovo nel bosco, lasciando gli uomini qua fuori a squadrarsi.
Rambo, eh fa Ferro. Bel nome, cazzuto. Ma te Rambo cosa ci guadagni a fare questa cosa per me?
Ho un momento di casini, signore. Oggi esce dall'ospedale un amico, uno fidato, e ci conviene aspettare il buio a casa sua, dove non ci pu trovare nessuno.
C' qualcuno che vi rompe le palle?
Tutti mi rompono le palle, signore, da quando sono nato. Ma non sanno quello che fanno, perch io sono uno che risponde al fuoco col fuoco. Anzi, io rispondo col lanciafiamme.
Rambo lo dice, serissimo, e Ferro fa di s con la mascella in fuori. E sai come si difende una casa?
Sissignore. E ho ancora addosso la rabbia di quando hanno rubato casa mia. Rambo alza gli occhi ai platani, e comincia a parlare con la bocca storta dal dolore. Io sono nato a Forte dei Marmi, signore, come lei, ma i miei si sono venduti la casa. I soldi ci fanno comodo,  una bella cifra..., e addio alla casa dove sono nato, l'ho vista crollare coi miei occhi, ora c' una villa schifosa con le colonne e i mosaici. E io non ho potuto farci niente, signore, all'epoca ero troppo piccolo, io...
All'epoca avevi trentacinque anni dice Sandro. Che  l accanto, ma nessuno lo considera.
Era la mia casa, signore, era la mia terra. E lo sa cosa ci abbiamo fatto con quei soldi? Abbiamo preso una casa a Massarosa. Lei lo sa dov' Massarosa, signore?
S figliolo, lo so fa Ferro pieno di dolore.
Ecco, in quel posto sperduto non c' mai il sole, mai! Io sono nato sul mare, Ges Cristo ha voluto cos, ma per due lire adesso devo vivere in quel posto buio, e la gente  diversa e le tradizioni sono differenti, il clima  differente, la lingua  differente, e...
Massarosa  a un quarto d'ora da qui dice Sandro. Che continua a parlare, ma ormai ha smesso di esistere.
Io sono uno straniero, signore. Sono uno straniero in terra straniera, sempre in cerca della mia casa. Ma  assurdo, perch io lo so, cazzo, io lo so casa mia dov'. Casa mia  questa qua,  questo paese dove sono nato e dove non posso stare. E allora, se mi chiede se sono pronto a difendere la sua casa, signor Ferro, io le rispondo che per casa sua sono pronto a dare la vita! Piuttosto gli do fuoco e ci muoio dentro, ma non la consegner mai al nemico!
Ferro lo ascolta senza respiro, fa di s cos forte che gli vola il berretto, poi allunga il braccio e gli afferra la mano con una stretta talmente appassionata che non diventa un abbraccio solo perch sono uomini veri e seri, e gli uomini non si abbracciano. Ma l'energia, lo sguardo, il tremore sulla pelle di entrambi valgono come un abbraccio lungo e intenso e forse anche un po' di bacio con la lingua, carichi come sono di ammirazione l'uno per l'altro, e di astio per tutto il resto.
Intanto Serena torna, con in mano due bottiglie d'acqua, giusto in tempo per assistere alla fine di questa stretta amorosa.
Di Rambo dice Ferro. Coraggio. Questo  il perimetro che devi difendere.
Rambo si guarda intorno e fa di s, poi va un attimo dietro la jeep a prendere la bici. E sente battere al finestrino, alza la testa e c' la ragazzina tutta bianca che lo fissa di l dal vetro e gli fa segno di avvicinarsi.
Signor Rambo, ecco, io non penso che ci sia nulla di male. Anzi, va benissimo cos. Per insomma, Ferro  molto anziano e certe cose non le capisce, e allora penso che  meglio se non glielo dice, che a lei piacciono gli uomini.
Rambo resta cos, con la bici alzata a mezz'aria, senza parole. Cio, gliene viene solo una, e pure corta, e allora ripete quella: Ma... ma....
Lo so,  una cosa normalissima, per lui  anziano,  fatto a modo suo. Se lei resta qui noi siamo felici, e se viene anche il suo fidanzato dall'ospedale  una cosa stupenda. Per a Ferro non glielo dica, senn magari si arrabbia e non le lascia la casa e non fa venire Zot.
Ma io... ma guarda che non  vero, io non... ma chi te l'ha detta questa cosa, eh, te l'ha detta Sandro, vero? Ma di cosa cazzo vi parla al catechismo?
No, non me l'ha detto nessuno signor Rambo, lo so da me.
Non sai proprio un cazzo invece, non  vero per niente! Ti sembro uno che gli piacciono gli uomini? Guardami e rispondi, ti sembro uno che gli garbano gli uomini?
Io... boh, penso di s.
S? Ma come s!
Non si arrabbi signor Rambo dice Zot da l accanto, con un sorriso tranquillo. Non c' niente di male se le piacciono i maschi. Forse piacciono anche a me, che problema c'?
Luna si volta di scatto: Zot, ma te non eri innamorato di me?.
S, certo, tu sei la pi bella, Luna. Ma non  che mi piacciono le donne in genere, mi piaci solo tu che sei una creatura straordinaria. Per chi lo sa cosa succede quando sono grande, se mi piacciono gli uomini o le donne o magari tutti e due, chi lo pu sapere.
Zot dice cos, e Luna storce la bocca e ci pensa un attimo, poi sorride e insieme tornano a guardare Rambo. Che fa un passo indietro con gli occhi spalancati e tiene la bici davanti come per difendersi, scuote la testa e dice: Avete le idee confuse ragazzi, sapete? Molto confuse, confusissime. Cosa volete saperne? Siete solo dei bambini, non sapete nulla, vi sbagliate tantissimo. Voi non... voi....
Rambo! Rambo! Vieni che ti faccio vedere l'arsenale! urla Ferro dal cancello. Rambo scatta con la testa di l: Arrivo! urla con la voce pi grossa che ha. Guarda di nuovo quei due ragazzini maledetti, prende la bici e va, ma anche Zot scende e corre ad abbracciare Ferro fortissimo.
Oh, ma che cazzo fai? Sei scemo?
Nonno, nonnino, lascia che ti abbracci!
Ma che cazzo vuoi, levati di dosso, zecca!
No, lasciati abbracciare un pochino nonno, mi mancherai tanto sai?
Ma allora non capisci nulla, io vengo con voi.
S, lo so, ed  splendido.  una grande emozione e un grande regalo che ci fai. Per, ecco, si tratta di un'avventura vera, di un'impresa importante, e nessuno di noi ignora cosa succede quando un gruppo di persone tenta un'impresa importante. Come gli esploratori che scalano l'Everest, come quelli che hanno scoperto il Polo Nord. Noi andiamo all'avventura, e l'avventura ha un prezzo da pagare, e questo prezzo  sempre la morte di qualcuno. Gli altri compiranno l'impresa, e saranno felici ma anche un po' tristi ripensando al loro compagno che non ce l'ha fatta. E vista l'et, ecco nonno, purtroppo  chiaro che il compagno che non torner a casa sarai tu. E allora lascia che ti abbracci, nonnino, prima che sia troppo tardi...
Ma che cazzo vuoi, testa di cazzo! dice Ferro, se lo leva di dosso e si stringe le palle con tutte e due le mani. Ma vaffanculo, jettatore maledetto!
Alla fine si riprende, va da Rambo e gli d le chiavi di casa, si salutano col saluto militare e poi torna alla jeep, apre lo sportello del passeggero e sale. Cos, coi pantaloni del pigiama, la maglietta macchiata, il berretto e niente pi.
Aspetti fa Sandro. Davanti farei sedere Serena, cos sta pi comoda.
Sa che  inutile, ma lo dice lo stesso. Perch insomma, non  giusto, lui si era immaginato questo viaggio con lei accanto, il sole che le fa scintillare i capelli, ogni tanto per caso gli occhi che si incontrano, le gambe che si sfiorano... ma sono sogni, che vivono nella terra fantastica dei sogni, e se provi a fargli attraversare il ponte pericolante che da quel paradiso porta alla realt, ecco che diventano un vecchio in pigiama che si butta sul sedile e ti fa: Su, veloce che non posso stare tanto seduto, ho le emorroidi che mi scoppiano.

TERZA PARTE
E se credi di poter raccontare
una storia pi grande di questa,
giuro su Dio che devi raccontare una bugia.
TOM WAITS

Spazzacamino
Ci sono uomini che conquistano le donne dicendo Ti porto in Costa Azzurra, la conosco bene, praticamente  la mia seconda casa. E se non  la Costa Azzurra  la Costa Smeralda, il lago di Como o Venezia o uno di quei posti l che solo a dirli fa molto fico, e se uno li conosce bene vuol dire che fa la bella vita, e se ti aggrappi a lui magari la vita diventa bella anche per te, un giorno al lago un giorno in riviera e un giorno non sai nemmeno immaginarti dove, ma sar ancora pi stupendo degli altri.
Sandro invece, l'unico posto che conosce davvero  l'autostrada.
Che non  neanche un posto, anzi  la striscia dritta e noiosa che separa un posto da un altro, ma per lui  cos. Fin da piccolo, la volta che  andato a Madonna di Campiglio col babbo e la mamma, a Piacenza dove c'era la zia Gina all'ospedale, allo zoo di Pistoia a vedere gli orsi polari che ti fissano disperati mentre si squagliano. Prendevano l'autostrada e cominciava un'avventura incredibile, che finiva quando arrivavano a destinazione. Gli altri uscivano dall'auto e si stiravano contenti di iniziare la gita, mentre per lui il meglio era passato. Le ruote smettevano di girare, le case gli alberi le persone smettevano di sfrecciare veloci e allora Sandro poteva vedere che erano meno belli e meno interessanti di prima, quando correvano oltre il vetro e restavano nella testa come una scia lunga e colorata.
Poi finalmente Sandro ha fatto diciott'anni, ha preso la patente e in autostrada ci viene quando gli pare.  cos bello arrivare al casello, prendere il biglietto ed entrare in questo mondo favoloso. E tutti gli italiani a dire che  uno scandalo pagare l'autostrada, che nei paesi pi evoluti  gratis perch la paghi con le tasse, ma per lui non  cos. In Olanda, in Svezia, in tutti quei posti civilizzati e precisini dove i soldi della popolazione si usano per fare i lavori che servono alla popolazione, l'autostrada  gratis ma non ha la stessa magia. Da noi invece c' uno sbarramento all'entrata e uno quando esci, l'autostrada  davvero un altro mondo, uno spettacolo fantastico che non c'entra nulla col resto, e per uno spettacolo del genere  giusto pagare il biglietto. Si paga al cinema, si paga ai concerti, e Sandro non si ricorda un film o un gruppo che l'abbiano emozionato quanto guidare dritto per ore, attraversando le pianure e le gobbe e le pieghe sempre diverse e sbilenche di questa nazione incasinata.
Le notti pi belle Sandro le ha trascorse cos. E questo magari la dice lunga sulla sua vita sociale, ma insomma  inutile fare finta che non sia vero, i migliori sabati sera dei suoi vent'anni erano quando saliva in macchina, entrava al casello Versilia e decideva a caso se prendere a nord o a sud. Una volta, una notte che proprio si sentiva addosso questo bisogno di sparire da qualsiasi posto, Sandro ha preso per Firenze, poi Bologna, e da l ha tirato dritto fino a Rimini. Costa a costa dal Tirreno all'Adriatico, e quando  tornato a casa era l'alba. La mamma era stata in pensiero, il babbo invece aveva un sorriso che non finiva mai, gli ha dato una pacca sulla spalla e gli ha strizzato l'occhio, contento che il figlio passasse le notti a fare quello che lui non poteva fare pi. E Sandro gli ha risposto con un sorriso furbo e complice, perch era meglio cos, era meglio far credere a suo padre che i soldi li aveva spesi in un bel ristorante e nei preservativi per castigare la fica che aveva portato al ristorante. Invece erano finiti nel pedaggio dell'autostrada, nella benzina per arrivare da nessuna parte, in un panino e una birra tutto solo all'autogrill di Rimini, dove Sandro si era sentito cos altrove, cos bene.
E si sente bene adesso sulla jeep di Rambo, anche se non  solo, anzi c' un sacco di gente e di casino. Guarda negli specchietti e vede queste due mani piccole, una di qua una di l, quella di Zot e l'altra bianchissima di Luna, mani minuscole fuori dai finestrini aperte a ballare nell'aria che le fa andare su e gi come uccellini con le ali al vento. Anche Sandro vorrebbe essere cos leggero, cos libero e con tutta quell'aria che lo scuote e lo porta via. Ma intanto per sentirsi bene gli basta guardare negli specchietti le mani dei ragazzi, e ogni tanto alza gli occhi al retrovisore dove trova il viso di Serena. E non vorrebbe fissarlo troppo, ma gli occhi non gli danno retta, lui li manda alla strada e loro ogni momento schizzano l. E se esiste un posto meglio di adesso, col volante in mano e la strada dritta l davanti e tutta questa meraviglia da ammirare l dietro, ecco, a Sandro glielo dovete dire voi perch lui proprio non lo conosce.
Anzi, non glielo dite, tanto non gliene frega nulla.
Gli altri chiacchierano e studiano i cartelli e i paesi che gli vengono incontro lungo la strada, e quello scemo di Sandro al volante pi che altro guarda te nello specchietto. Tu invece niente, Serena, tu tieni gli occhi fissi al sedile davanti e cerchi di non far caso alle altre auto che vi sorpassano, ai camper che vi sorpassano, pure i camion carichi di roba e i vecchi col cappello vi sorpassano. Tutto va pi veloce di questa jeep, che si scuote e fa un rumore tipo cinquanta lavatrici rotte che tentano di lavare un sasso, ma in realt siete quasi fermi.
E va bene cos. Anzi, preferiresti si fermasse davvero, o ancora meglio se ingranasse la retromarcia e ti riportasse a Forte dei Marmi.
 la prima volta che ti allontani cos tanto da casa tua. Cio, la prima volta nella tua vita dopo Luca. Che non  vita, ma non sai come altro chiamarla e allora diciamo cos, che poi anche parlare di casa tua non ha molto senso, visto che una casa non ce l'hai pi. E allora chiss da cosa non vuoi allontanarti Serena, non lo sai nemmeno tu. Forse dalle strade che ti parlano di Luca, dal dolore che ti si pianta in mezzo al respiro quando vedi qualcosa che ti ricorda tuo figlio, quando senti o annusi o tocchi... tutti e cinque i sensi lavorano insieme per non lasciarti un attimo di pace, per riportarti questo dolore che ti sperde, eppure per qualche motivo spaventoso a forza di averlo intorno un po' ti tranquillizza, perch  diventato l'unica cosa sicura dei tuoi giorni. Forse  per questo che non vuoi allontanarti, per non lasciare l solo e incustodito il tuo dolore. Anche se di sicuro nessuno ha voglia di rubartelo, e poi non c' verso di lasciarlo da qualche parte: questo dolore ti segue sempre, ti sta addosso anche qua sull'autostrada in mezzo agli Appennini, tra boschi e valli e paesini costruiti chiss quanti secoli fa in cima ai monti, stretti lass per stare lontani dal mondo intorno, che forse tanto buono non  stato mai. E il mare non si vede pi, cerchi di orientarti, di capire da che parte sta ma non lo sai, e dove sta Forte dei Marmi, dov' la tua strada, dov' il cimitero.
Perch quello ormai  il tuo centro. Anzi, non  nemmeno un centro,  l'unico pezzetto di mondo dove in qualche modo riesci a stare in piedi.  come d'estate quando arrivava il luna park e pure il circo, e a te da una parte dispiaceva perch di colpo i gatti del paese cominciavano a sparire, la mamma diceva che li rubavano gli zingari per darli da mangiare ai leoni e alle tigri, e a te  sempre sembrata una scemenza e non ci credevi, ma insomma i gatti sparivano davvero. Per eri anche contenta, perch insieme al circo arrivava il luna park con le giostre, e nell'angolo prima del mare c'era la tua preferita che si chiamava Tagad e praticamente era una specie di piattaforma in cima a un palo, dove i ragazzi si sedevano tutti intorno in cerchio, e la giostra girava e girava e dovevate restare seduti e tenervi forte. Ma c'era sempre questo bulletto col gilet di jeans e gli stivali Camperos, un dente di squalo al collo e i capelli corti sopra e lunghi dietro, che appena la giostra partiva lui si alzava e si piazzava in mezzo al Tagad, teneva le mani in tasca e fischiava per far vedere che era tranquillo, e muoveva i piedi in un modo che tutta la giostra intorno girava eppure lui rimaneva fermo l nel centro. Non lo sai chi era quel tamarro, non lo vedevi mai per tutto l'anno, poi arrivava il Tagad e lui spuntava l dritto in mezzo. E ora che il luna park non viene pi chiss dov' finito, se  ancora vivo e cosa fa, se ha trovato un altro centro dove rimanere in piedi facendo finta di essere tranquillo. Non lo sai Serena, sai solo che adesso somigli tanto a lui, con questo mondo che ti gira intorno velocissimo e incasinato, e tu che provi a stare in piedi nel tuo centro che  fatto da un letto, una strada e un cimitero, e se ti sposti anche solo di un passo sei sicura che cadi e sbatti per terra e il mondo ti sputa via nel nulla.
E infatti anche adesso dovresti essere l, a letto, con le persiane chiuse e la testa sul cuscino. Invece la strada corre e passano i paesi, e Sandro indica ai ragazzi un cartello con scritto BENVENUTI IN LUNIGIANA, una luna disegnata sopra e la foto di quelle statue di sasso che ti diceva la bimba, allora Luna e Zot si affacciano e urlano Yeeeeeeeeeeeeee!. Perch loro ci credono tantissimo a questa cosa dei messaggi di Luca, tu per no, non puoi permettertelo: Luna  piccola e pu sempre aggiustarsi crescendo, te invece sei arrivata a un'et che i colpi non si riparano pi, solo restano le ammaccature, si mischiano fra loro e diventano una cosa unica e sgangherata, e quella cosa sei tu. Non devi lasciarti andare Serena, devi tenerti stretta a qualcosa di fermo e di vero. Solo che su questa jeep non c' niente del genere, tutto trema e traballa mentre entrate ufficialmente in Lunigiana. E allora provi ad aggrapparti allo Yeeeeeeeeeeeeee felice dei ragazzi a ogni paesino, e agli occhi di Luna che anche se stanno dietro allo scuro degli occhiali li vedi lo stesso. Non hai bisogno di vederli per sapere come sono gli occhi di tua figlia. Sono felici, sono spalancati e pieni di emozione mentre ci butta dentro tutto quello che passa l fuori, e felice  la sua voce adesso che ti posa una mano sul braccio e ti chiede qualcosa.
Ma non hai sentito cosa. La guardi, respiri. Luna, scusa, non ho capito dici, e provi a sorridere a tua figlia, provi a tenerti forte a lei.
Luna, scusa, non ho capito mi dice la mamma.
E allora io le chiedo di nuovo se per caso ha portato qualche cassetta da ascoltare.
Cassette? Ma chi le usa pi le cassette?
Il signor Sandro alza la mano l davanti, sulla macchina non c' l'autoradio ma lui ha portato un registratore e tre cassette preparate apposta per il viaggio. Solo che anche Zot le ha portate, un sacchetto di plastica pieno dove Ferro infila le mani e cerca quella giusta. Le strizza cos forte che la plastica fa un rumore di cosa che si rompe, le avvicina agli occhi e studia che c' dentro. Gino Latilla, Giorgio Consolini, Nilla Pizzi, il Quartetto Cetra...
Dopo la Seconda guerra mondiale non c' nulla? chiede la mamma. E il signor Sandro dice subito che le sue s, sono pi moderne, abbastanza moderne. Ma la mamma non gli risponde, e comunque non c' pi da discutere, Ferro butta il sacchetto delle cassette e ne alza in aria una.
Oh, ecco qua! Inchinatevi al re!
Non vedo bene cos', poi Ferro prende la cassetta e mi passa la custodia, la avvicino al viso e sopra c' scritto CLAUDIO VILLA, L'IMPERATORE DELLA CANZONE ITALIANA, e la foto di un signore vestito da torero, con quel cappelletto che hanno i toreri come un vaso rovesciato sulla testa.
Oh no, Claudio Villa no! fa la mamma disperata.
Ma il signor Villa  un grande dice Zot. I suoi gorgheggi vi conquisteranno.
S, come no risponde la mamma. E subito il signor Sandro le d ragione, e dice che Villa non si pu pi sentire e sarebbero meglio le sue cassette, che ha registrato apposta per questa bella gita e...
Le tue cassette le tieni per le festine che organizzate fra voi froci dice Ferro. E ora basta offendere il grande Claudio, state zitti e andiamo nel paradiso della melodia.
Prova a infilare la cassetta nel buco del registratore, a forza di spingere ci riesce e parte un rumore assordante di violini che urlano, con una voce che urla ancora pi forte e mi fa girare la testa.
Quando in ogni paesello l'inverno viene
e la neve il suo mantello vi distende pian piano,
abbracciando il mio fardello di cenci e pene
sospirando un ritornello me ne vado lontan...
Oh, s, porca puttana dice Ferro. Solleva una mano e la muove nell'aria piena di casino, e anche Zot qua accanto fa uguale. Ah, Spazzacamino, questa s che  una canzone. Come si alza il volume di questo affare?
La mamma gli fa notare che le stanno scoppiando le orecchie, e il signor Sandro che il volume  gi al massimo. Allora Ferro aggiunge potenza cantando anche lui insieme al signor Villa con la sua voce tutta storta:
Come rondine vo, senza un nido n raggio di sol
per ignoto destino, il mio nome  lo spazzacamino.
Della mamma non ho la carezza pi tenera e lieve,
i suoi baci non so, la mia mamma  soltanto la neveee.
Si volta qua dietro e guarda Zot, che  l'unico a dargli soddisfazione. Per Zot ha smesso di muovere la mano nell'aria, anzi le tiene tutte e due a coprirsi la faccia.
Zot, stai bene? chiedo. Ma non risponde.
Bimbo, oh, che succede.
Niente, scusate, la voce gli trema cos tanto che quasi non si capisce. Per questo pezzo, questa parte sulla mamma... manda avanti nonno, ti prego, poi smette di parlare, e si scuote con dei colpi della schiena che forse sono tosse. Ma non  tosse,  che Zot sta piangendo. E mi sembra impossibile. Zot sorride sempre, le poche volte che non sorride  perch sta proprio ridendo. Adesso invece  tutto gobbo e piegato sul sedile, per la storia di un bimbo che spazza i camini e non ha la mamma.
E io non so cosa dire e cosa fare, per ci provo. Gli metto una mano su una spalla, col braccio gli stringo il fianco. Di Zot,  solo una canzone.
 Natale e non badare, Spazzacamino,
ogni bimbo ha un focolare e un balocco vicino,
io m'accosto per giocare, quando un bambino
mi d un urto: Non toccare, va a spazzare il camn'.
Che figlio di puttana dice Ferro. Quel bimbo viziato di merda, coi suoi balocchi al caldo del focolare. Lo spazzacamino gli dovrebbe spaccare il culo.
Nessuno commenta. Anzi, solo io, che rispondo: Ha ragione signor Ferro. Non lo volevo dire ma mi  venuto, perch insomma, quel bimbo ricco mi fa proprio rabbia. E lo so che  una canzone e quel bimbo non esiste, ma nella realt ne esistono tanti ancora pi cattivi di lui, e nessuno mai gli fa niente e continuano a essere cattivi quanto gli pare. E allora se almeno questo qui della canzone finisse male, ecco, mi farebbe proprio piacere. E invece nulla, invece il povero spazzacamino canta e basta.
I violini salgono e sale la voce del signor Villa, e danno un ultimo colpo per piantarsi fino in fondo al cervello, poi la canzone  finita.
La mamma dice Alleluia con un sospiro, Zot si asciuga gli occhi e anche Ferro se li struscia con le mani, poi chiede come si fa a mandare indietro.
Perch? chiediamo tutti insieme, terrorizzati di aver capito cosa vuole. E purtroppo abbiamo capito: Perch bisogna risentirla, non ci sono cazzi.
Ma nessuno lo aiuta e allora ci prova da solo, con colpi e manate, e quel che riesce a fare  solo spegnere lo stereo per un po'.
Per non  giusto per nulla dico. Non  che lo penso solamente, lo dico proprio. Perch insomma, cavolo, non  giusto per nulla.
Ma cosa Luna?
Che lo trattano cos male, poveraccio.
Ma chi.
Lo spazzacamino. Ma perch lo trattano cos?
Perch  nero dice Ferro. A forza di lavorare nei camini  tutto nero e allora la gente gli sta lontana.
Vabb, ho capito, ma a me mi stanno lontani perch sono tutta bianca. Come deve essere uno per piacere alla gente?
Lo dico, e per un attimo non risponde nessuno, anche perch secondo me una risposta non c' mica. Poi per il signor Sandro fa: Sai Luna, mi sa che a questo mondo, se vuoi piacere alla gente, devi essere grigio come loro. Noi non siamo grigi, e ce la fanno pagare ogni giorno.
Dice cos, e secondo me non si  mica accorto che ha detto una cosa bellissima. Ma poi s, perch qua dietro rimaniamo tutti zitti a guardarlo, lui si volta un attimo a vedere cosa succede e io gli sorrido tantissimo, e Zot sicuramente uguale, e la mamma gira la testa da un'altra parte ma non subito, per un attimo  rimasta a guardarlo anche lei, e questo silenzio  proprio bello e potrebbe durare benissimo fino a Pontremoli.
Invece dura un paio di secondi, poi Ferro ricomincia coi colpi allo stereo e in qualche modo riesce a mandare davvero indietro la canzone. E anche se non proprio dall'inizio, Claudio Villa torna a cantare di quel povero spazzacamino.
Ah, che voce d'oro, cazzo. Villa  il pi grande, c' poco da fare, gli altri cantanti sono una merda sotto le sue scarpe.
 vero, era un grandissimo, nonno. Anche se questa canzone a me piace di pi quando la canta Robertino.
Zot lo dice, e Ferro si volta di scatto con le mani strette al sedile: Cosa cazzo hai detto? Robertino?.
S. Secondo me la sua versione di Spazzacamino era pi intensa.
Aspetta un attimo, te mi vuoi paragonare il re Claudio Villa con quella mezza sega di Robertino? Ma guarda che io ti butto gi dalla macchina eh.
Scusate chiedo io, ma chi  Robertino?
Luna, devi sapere che Robertino era molto famoso nei gloriosi anni Sessanta dice Zot. Era un bambino con una voce paradisiaca.
Ma sentilo, paradisiaca, Ferro sputa una risata. Robertino in Italia non l'ha mai ascoltato nessuno. Aveva successo in Danimarca, in Germania, nei paesi lass in cima.
Anche da noi in Russia era molto amato.
Ecco, appunto, che cazzo ne sapete voi? Era merda da esportazione, come la mozzarella con la diossina e l'olio d'oliva fatto coi noccioli. Claudio Villa invece era un grande artista. Lo sapete cosa c' scritto sulla sua tomba? Niente angioletti, niente stronzate del Vangelo che piacciono al vostro amico catechista qui. C' solo una frase del grande Claudio: Vita sei bella, morte fai schifo. Punto e basta. Che maestro, che poeta. E che voce aveva, sentite qua... come si alza il volume di questo coso?
 gi al massimo,  al massimo!
Ferro si sdraia sul sedile, e ascolta il suo re Claudio Villa che canta e arriva un'altra volta al finale triste di questa canzone tristissima.
Solo che il signor Claudio Villa, come tutti gli artisti,  una persona imprevedibile, e stavolta il finale decide di farlo tutto diverso. Comincia a salire verso quelle note alte e spaccagola di prima ma di colpo scende, la sua voce cala, trema e sprofonda in una nota bassa e storta e poi, insieme alla musica, di schianto muore.
Oh, ma che succede! grida Ferro. Che aveva gi una mano sul cuore per cantare il finale insieme a lui, e adesso invece le tiene tutte e due addosso allo stereo come un collo da strozzare.
Piano! fa Sandro. Saranno le pile, si sono scaricate le pile.
E allora mettiamole nuove, subito!
Non le ho.
Ma porca puttana, e voi?
Noi scuotiamo la testa.
Allora ci dobbiamo fermare a un autogrill. Tanto ce n' uno prima di Pontremoli.
Ma no fa la mamma. Le compriamo a Pontremoli, per un po' possiamo stare senza musica. Anzi, guarda, si sta meglio.
Ferro si gira, storce la bocca, scuote un'altra volta lo stereo, ma quello fa solo un rumore di pezzi che sbattono contro altri pezzi.
E allora, dal nulla: Ah! urla Zot. Si lancia in fondo alla jeep e comincia a cercare tra tutta la roba che abbiamo caricato. Ferro lo guarda, sperando che abbia portato lui qualche pila. La mamma lo guarda senza sapere che fa. Io non lo guardo nemmeno, perch purtroppo ho gi capito.
E capiscono anche gli altri quando Zot torna su con la sua fisarmonica in braccio, spaccata e coperta di pezzi di scotch che dondolano da tutte le parti.
Sorpresa! Non dobbiamo stare senza musica!
Io non ci posso credere che ti sei portato quella merda!
Invece s nonnino! E non servono le pile, ci vuole solo tanto entusiasmo!
Mette le mani sui tasti e si prepara. Dunque, vorrei attaccare con un brano originale, una canzone che ho composto ieri notte, dedicata a questa nostra avventura insieme. Si intitola Una promessa a mio nonno. E uno, e due, e uno-due-tre-quattro, e tutto carico Zot comincia a schiacciare la fisarmonica, che all'inizio fa solo un soffio, poi il soffio diventa pi simile a qualche colpo di tosse, poi cominciano a uscire suoni tipo cani molto piccoli che litigano. E in questo litigio si tuffa la voce di Zot, che canta cos.
Ma che felicit,  questa gita insieme,
Luna Serena Sandro e Zot, noi ci vogliamo beneee
ma una promessa io fo, con voce da colombaaa,
nonno io porter, un fior sulla tua tombaaa.
Ma basta cazzo, basta! urla Ferro, con una mano fa le corna e con l'altra si stringe forte fra le gambe. Se muoio ti porto con me stronzo, ti porto con me!
S nonnino, cos stiamo insieme anche in Paradiso!, e Zot riparte a suonare. Ferro allunga un braccio qua dietro e cerca di agguantarlo, e il signor Sandro prova a dirgli State bravi, state fermi, ma ci guadagna solo un Te stai zitto e guida, ricchione, e un gomito che gli picchia nella spalla, l'auto sbanda da una parte e tutto si scuote, io mi stringo alla mamma e la mamma urla fortissimo: Basta! Fatela finita! Fermiamoci all'autogrill, va bene, per basta. E ora il primo che fa casino giuro che gli spacco i denti, giuro!.
E nessuno pi si muove, nessuno dice altro, solo stiamo a guardare la strada davanti e andiamo dritti cos senza fermarci mai. Cio, ci fermiamo all'autogrill.

Ogni posto  il Vietnam
La casa  del vecchio.
Ma quale vecchio.
Quel vecchio che ti dicevo prima, che  andato via con Sandro.
Ah, s, scusa fa Marino, e ricomincia a fissare l'aria tra s e i muri intorno, scuri di umido e con un sacco di roba ammassata che li copre fino a met.  vero, me l'avevi gi detto.
Certo che Rambo gliel'aveva gi detto. E gli ha pure spiegato come mai stanno l. Che non era prudente arrivare a casa di Marino con l'ambulanza. Troppi curiosi in giro, meglio farlo scaricare qua, poi stasera quando  buio e Sandro torna dalla sua gitarella portano Marino all'appartamento, senza rischio che venga qualcuno a rompere le palle.
Ma chi vuoi che venga.
Non lo so, per esempio tuo zio, che  pure il capo dei vigili.
Ma figurati. Era il fratello del babbo, pace all'anima sua, con la mamma non ci parla nemmeno. Non c' rischio, andiamo a casa mia per piacere.
Non possiamo Marino, non insistere.
Per piacere Rambo, a me questo posto mi fa paura.  la Casa dei Fantasmi, non te la ricordi la storia dei partigiani impiccati? Li hanno appesi a quegli alberi l fuori, ti rendi conto, a quegli alberi l. Andiamo a casa mia, te lo chiedo per favore.
E Rambo gli ha detto di no. E Marino di s. E Rambo di no. E Marino di s. E allora Rambo gli ha dovuto raccontare tutto. Del fruttivendolo che era salito a cercare sua madre, e di come mai la cercava. E Marino  rimasto cinque minuti cos, fermo e zitto a fissare il soffitto di questo stanzino scuro. Poi ha chiesto di nuovo a Rambo dove stavano. Come se il suo cervello provasse a cancellare tutte quelle brutture e ricominciare da zero, solo che ogni volta riparte lo stesso schifo.
Anzi, peggio, perch ogni volta a Marino vengono in mente particolari nuovi, e sono i particolari che ti fregano. Le cose brutte, gli incidenti, le sconfitte, gente che ami e per ti lascia e se ne va... i grandi dolori col tempo bruciano un po' meno, perch riesci a considerarli in prospettiva e pensarli come fatti generali, in un contesto pi ampio che li giustifica e li ammorbidisce in quanto esperienze formative o momenti di crescita, perch in fondo non sono eventi cos tragici, no, sono passi necessari della vita e riguardano tutti, riguardano l'universo e non solo te, anzi, quasi non ti riguardano nemmeno... E questo discorso potrebbe pure funzionare, l'istinto di sopravvivenza ti rimbecillisce tanto da fartici credere. Poi per arrivano i particolari, e quelli invece ti fregano. I piccoli particolari che stanno l nascosti nelle pieghe del cervello, e quando provi a vivere una vita pulita e tranquilla e felice, ecco che tornano fuori e ti buttano nell'abisso pi nero della realt. L'odore di rag nel corridoio dove ti ha detto addio, i pantaloni pesanti che avevi e ti facevano prudere le gambe, il taglio dei suoi occhi mentre se ne andava e tu le hai chiesto se aveva gi un altro... i particolari sono schegge minuscole e appuntite di realt, ti si piantano nel cervello e ti ricordano che questi momenti non sono di tutti, non sono la vita o l'esperienza del mondo, questa roba schifosa  successa in un posto e in un momento preciso,  successa proprio a te, e questi particolari te la appiccicano per sempre addosso all'anima.
E cos succede adesso a Marino, con la testa sul cuscino e gli occhi a caso intorno. Dovrebbe starsene buono e zitto, fissare il soffitto e pensare il meno possibile. Invece combatte ancora per non crederci fino in fondo, e continua a farsi del male: Per scusa, non ha senso dice girandosi di scatto verso Rambo. Allora come mai al negozio mandava sempre me? Poteva andarci da sola, no?
Boh, non lo so. Magari la mattina non aveva voglia di vederlo inventa Rambo. Magari la mattina aveva solo voglia di frutta fresca e ti mandava a prenderla.
No, mamma la frutta non la mangiava mai, la faceva mangiare a me perch mi fa bene. Per si arrabbiava che il signor Franco mi dava della roba schifosa. E infatti io dicevo: Mamma, ma la frutta di Franco non ti va mai bene, io domani la prendo da un'altra parte. E lei: No! Questo mai. E mi mandava sempre l, e la frutta aveva sempre qualche problema, e ogni giorno scendeva da lui a riportarla, e...
E Marino non va pi avanti. Anzi, forse ci va, ma solo nella testa, e l vede cose che fanno perdere la voce. Cose che Rambo sa, e le sa pure Sandro, ma hanno deciso di non farle sapere al loro amico. Che senso ha dire la verit, quando non serve a niente, quando fa cos schifo che non c' verso che ti possa portare qualcosa di buono. E allora Rambo guarda Marino e resta zitto, poi va alla finestra e controlla fuori, in un silenzio pesantissimo.
Ma  ancora peggio quando Marino parla di nuovo, e gli chiede la padella.
Gliel'hanno lasciata gli infermieri, la chiamano padella ma somiglia di pi a una paletta di plastica bianca, Rambo ha chiesto cosa ci doveva fare e loro gli hanno detto che quando serviva lo capiva al volo. E ora serve, e Rambo capisce che deve infilarla tra le gambe di Marino, aspettare che scarichi quello che deve scaricare, buttare via tutto e sciacquarla e a posto cos.
Certo, ma a posto un cazzo.
Senti Marino, io chiudo gli occhi e te la infilo sotto il culo, ma il resto lo fai da solo, capito?
S, se ce la faccio s.
Ce la devi fare. Poi ti passo un asciugamano e ti pulisci e basta cos, bene?
Non so se ci riesco.
Certo che ci riesci. Anche perch senn ti arrangi. Scusa, non  cattiveria, non  che non sono un vero amico. Anzi,  proprio perch siamo amici. Perch se devo raccoglierti la merda e pulirti il culo quando l'hai fatta, ecco, altro che amici, io dopo non riesco nemmeno a guardarti in faccia. Lo capisci, vero?
Marino storce la bocca, fa di s. Rambo alza il lenzuolo e vede le gambe di Marino, stese e appena allargate. Posa la padella tra i piedi e la fa scivolare in su, arriva all'altezza delle ginocchia e chiude gli occhi, la prende con due dita sole e la spinge ancora pi su, poi sente qualcosa che la ferma e allora la lascia l.
Ecco, vai Marino.
Aspetta, me l'hai messa sotto una coscia dice palpando il lenzuolo.
Rambo apre un pezzetto dell'occhio destro, inquadra il corpo steso e nudo di Marino, vede il bianco della padella infilato tutto storto sotto la gamba, che  stranamente in forma per uno che non fa nessuno sport e sta a letto da un sacco. Non muscolosa, ma insomma, fatta bene. Per adesso Rambo non ci deve pensare.
Allunga le solite due dita che sono ormai contaminate, la toglie da l e stavolta senza chiudere gli occhi prova a mandarla su dritta dove deve infilarsi. Ma la padella non si muove. Si blocca appena sotto e si pianta l. E allora Rambo deve sacrificare un altro dito, lo unisce agli altri e spinge, ma nulla. Prende la plastica con tutta la mano e sente qualcosa di caldo che forse  la pelle nuda della coscia di Marino, allora con uno schizzo di forza spinge la padella pi su, fortissimo, e la pianta cos fonda che Marino urla e si mette le mani fra le gambe, su quella roba nuda l in mezzo che ora si stringe da solo ma subito prima, per un attimo lungo un secolo, Rambo si  ritrovato in mano.
Ahia! Cos  troppo, troppo su! si lamenta Marino, e riesce da solo a scostarla un po'.
Rambo non chiede scusa, solamente salta indietro addosso al muro, gli occhi spalancati e la mano lontanissima da s in fondo al braccio steso in avanti. Come in quel film che ha visto da ragazzino, dove c'era uno che aveva perso una mano e gli avevano attaccato quella di un assassino cattivissimo giustiziato la sera prima, e l per l funzionava bene e tutto era perfetto, ma dopo la mano ricominciava a uccidere la gente e alla fine voleva ammazzare pure il suo nuovo padrone. Che la guardava proprio come Rambo adesso guarda la sua mano in fondo al braccio:  sua da quando  nato, ma di colpo non la riconosce pi.
Rambo, per favore, esci che senn non mi viene.
E lui nemmeno risponde, solo scappa dalla stanza e si sbatte dietro la porta.
Passa il corridoio e ancora correndo arriva in cucina, dove le mura sono meno nere e c' una finestra grande col vetro che fa entrare la luce del pomeriggio. E appoggiato sotto la finestra c' un altro fucile che lo aspetta.
Ma Rambo non lo prende subito, non pu. Prima apre il rubinetto al massimo e mette la mano sotto il getto fortissimo, il palmo, il dorso, poi ci rovescia sopra mezza boccia di sapone per i piatti, la strofina e la fa sparire in una nuvola di schiuma al limone, poi prende la spugnetta per i piatti e comincia a strusciarsi la mano con la parte ruvida, forte, cos forte da farsi male. E Rambo per non smette. Perch i germi sono morti da un pezzo, e sta sparendo pure ogni traccia di schifo dopo aver toccato Marino l, dopo aver sentito qualcosa di caldo e appiccicoso che gli carezzava il palmo. Ma c' qualcos'altro che invece non se ne va.  una cosa che resiste all'acqua, al sapone, e alla volont di spellarsi la mano. Resta l, e Rambo struscia ma ancora la sente, in un brivido che gli scuote tutti i muscoli del corpo. Una sensazione assurda e spaventosa, che somiglia troppo al piacere.
S, al piacere malato di aver toccato quella pelle nuda, insieme alla voglia ancora pi malata di toccarla ancora e ancora.
Ma no,  una cosa impossibile, e infatti non  mica vera.  tutta colpa di quei due ragazzini che se ne sono usciti con quella storia che gli piacciono i maschi. Gli hanno detto cos, a Rambo. Ma che cazzo vogliono, quei due? Una bimba tutta bianca che sembra una larva, un ragazzino spastico e radioattivo, cosa cazzo ne sanno due sgorbi del genere, di uomini e di donne, di vita, di cose normali. Sono due scherzi della natura, e allora credono che gli altri devono essere malati e strambi come loro. Che schifo, che follia. A lui non piacciono gli uomini. Non pensa nemmeno alle donne, non le guarda quando passano e non ne ha mai toccata una in vita sua. E se non gli piacciono le donne, figuriamoci se gli possono piacere i maschi.
La verit  che Rambo  uno che combatte,  solo contro tutti, non c' amore nella sua vita, solo guerra, solo lotta contro il mondo che lo opprime. Non esiste una donna per lui, un'anima gemella. Lui  un ribelle vero, non come quelli fasulli che fanno i fichi e piacciono alle ragazze. E se ogni tanto sente questa roba strana, quando guarda la tv, quando passa davanti ai negozi del centro, quando andava alla piscina comunale e si cambiava insieme agli altri,  normale. Succede, sono scherzi della testa, la societ che si insinua sotto la pelle dura di Rambo. Il trucco  evitarla, starne lontano e strusciarla via come adesso.
Spegne il rubinetto e resta cos, lo sguardo fuori dalla finestra e respira. E finalmente pu prendere il fucile l sotto.
Una doppietta Benelli, molto stagionata ma pronta a fare il suo lavoro. Proprio come Rambo, se il vecchio ha ragione e c' qualcuno che vuole introdursi in casa e conquistarla. Russi, cinesi, ma pure americani, tedeschi, arabi o italiani, i miliardari prepotenti li trovi in tutto il mondo, la morale invece non sta pi da nessuna parte.
E allora servono uomini come lui, che restano in trincea e non la abbandonano, anche se questa casa non  sua, anche se questo perimetro  davvero duro da difendere. Alberi fittissimi intorno, tipo una foresta. Anzi, tipo una jungla dove si vince solo sfruttando i metodi della guerriglia. Insomma, questo posto praticamente  il Vietnam, e Rambo sul Vietnam la sa lunghissima perch magari non c' stato mai, ma ha visto un sacco di film su quel conflitto tremendo e meraviglioso insieme. E vabb che in realt erano quasi tutti girati in qualche studio a Hollywood e quelli italiani li facevano in mezzo agli Appennini, ma questo non vuol dire nulla. Anzi,  ancora meglio, perch ti dice che il Vietnam non sta solo in Vietnam, ma da tutte le parti. Il Vietnam  una situazione incasinata dove dal nulla ti possono saltare addosso e tagliarti la gola, e purtroppo questo  il ritratto del mondo intero. I nemici e i pericoli sono ovunque, pronti a distruggerti. Per la strada, davanti all'appartamento di Marino, fra i rami intricati di questa jungla, ma pure qua in casa, pure nelle tue stesse mani, sotto la pelle, dentro la testa.
Ogni posto  il Vietnam. E Rambo lo sa. E passa la vita a combattere.

Il ballo del primo passo
Vai Sandro, questo  il tuo momento.
I ragazzi hanno chiesto dieci euro per comprare una guida della Lunigiana, ma ce ne sono due e allora ci metteranno un'ora a decidere quale. Il vecchio invece  andato in bagno, ma prima per qualche motivo che  meglio non sapere ha chiesto un foglio e una penna.
E allora siete soli, tu e Serena, tra gli scaffali dell'autogrill.
Lei si  fermata in un punto dove c' uno specchio e prodotti tipo rossetti, ombretti e trucchi vari, roba che le donne usano per farsi belle e allora forse  un buon segno. Sposta scatole, si piega, e intanto Sandro in fondo al corridoio la guarda e cerca di capire cos' che fa essere cos meravigliosa questa donna, come fa la sua bellezza a fregarsene di tutti gli schiaffi che Serena le d, coi vestiti da maschio, i capelli lasciati al caso e questi anfibi ai piedi che stroncherebbero la coscia di tutte le donne del pianeta. Tutte tranne lei, perch invece la sua bellezza resiste a queste mortificazioni e anzi ti salta addosso ancora pi feroce, come il cinghiale che quando gli spari ti conviene stenderlo al primo colpo, perch se lo ferisci solamente lui si scatena e ti travolge, ti butta per aria e poi ti frulla per terra, e tu giri e giri e se ti resta un braccio sano cominci a sventolarlo per salutare il mondo e ciao.
La bellezza di Serena  proprio cos, e ora Sandro non pu spiegarle che somiglia a un cinghiale ferito, per insomma deve inventarsi qualcosa e andarglielo a dire subito.
Vai Sandro, questo  il tuo momento.
E bisogna che Sandro lo sfrutti al volo. Perch a cose normali lui mica farebbe nulla. No, Sandro resterebbe un'ora a spiarla e a pensare al mistero della sua bellezza, raccontandosi la storia che comunque stanno passando un pomeriggio insieme, e magari non si sono parlati ma lei non l'ha nemmeno picchiato, e quindi si pu dire che non  andata male. Che  stato un primo passo. Ed  proprio questo che ha sempre fregato Sandro, la storia del primo passo. Perch lui adesso potrebbe benissimo tornare a casa contento, aggrapparsi a questo primo passo non tanto lungo ma reale e usarlo per dormire tranquillo e sperare nel domani, e poi nel dopodomani, poi nella settimana successiva, poi nella primavera che fra soli cinque o sei mesi scioglier gli animi e accender in Serena la voglia di amare... e avanti cos fino al momento che sar troppo tardi, e l'unica cosa che gli rimarr  arrabbiarsi con la sfortuna e provare a cancellare Serena dal pensiero.
Ma stavolta no, stavolta se va male  solo colpa sua, sua e di questa scemenza del primo passo. Che ha senso solo se dopo viene il secondo, poi il terzo e avanti cos, e tutti questi passi puntano in una direzione precisa che alla fine ti porta dove vuoi o grosso modo l. Se invece il secondo e il terzo non ci sono, il primo passo  solo un piede messo davanti all'altro, e cosa cazzo ci fai? Niente, ecco cosa ci fai, e infatti la vita di Sandro  proprio cos, un passo a destra, uno a sinistra, uno avanti e uno indietro... come un ballo improvvisato l per l, e ballando ondeggi e molleggi e magari sudi pure un po', ma alla fine sei rimasto nel solito posto.
All'inizio andava bene cos, era una festa piena di gente, ragazze belle, persone interessanti e canzoni favolose, la pista era piena e tutti ballavano e si strusciavano. Poi piano piano qualcuno ha cominciato ad allontanarsi, coppie che si appartavano negli angoli bui del locale, sui divanetti a pomiciare, nei bagni a scopare, fuori sulle auto a spannare i vetri e poi via, sulla strada, verso il futuro. E Sandro? Sandro eccolo ancora qua, solo in mezzo alla pista vuota, un passo avanti, uno indietro, destra-sinistra, avanti-indietro, muovi i fianchi, in alto le mani... le luci colorate si spengono, la musica finisce, e la pista  cos vuota che un passo solo non cambia proprio niente, non importa in che direzione lo fai, resti sempre uno scemo tutto solo piantato l in mezzo al nulla. E allora, cazzo, adesso basta. Adesso Sandro si butta, Sandro vive la vita. Prova a fare quello che ha consigliato a Luca, s, e se va bene evviva, se va male chissenefrega, se l' meritato. Vaffanculo il primo passo, Sandro ne fa dodici di fila, quelli che servono a percorrere il corridoio lungo insaccati, formaggi e attrezzi per il giardinaggio e arrivare da questa donna splendida, con la pelle che tutto l'anno  color del luglio, piegata a cercare qualcosa che chiss cos' ma adesso non importa, perch Serena ancora non lo sa, ma in realt sta cercando lui.
Posso darti una mano? dice con la voce non troppo alta, un tono credibile e pure un mezzo sorriso sulla bocca. Insomma, non manca niente. A parte la risposta di Serena, che non lo guarda nemmeno.
Qui all'autogrill  pieno di roba assurda, vero?
...
Dico, ma per esempio, uno che sta viaggiando in autostrada cosa cavolo ci fa con un prosciutto intero? O una forma gigante di parmigiano, o un'antenna parabolica o un manganello... Ma qualcuno se li compra secondo te?
Serena non risponde, per lo guarda per un secondo coi suoi occhi meravigliosi, e tira su gli angoli della bocca in una cosa che a voler essere positivi si potrebbe prendere per un sorriso. Ma bisogna essere positivi al massimo, ai livelli del suo amico Marino la volta che  andato pi vicino a stare con una ragazza, e cio la sera che in un locale ha incontrato una che gli piaceva e incredibilmente ha avuto il coraggio di andarla a salutare. Le ha detto ciao, e lei gli ha subito chiesto se era da solo, lui le ha risposto che era venuto coi suoi amici e lei gli ha detto: Ecco, bravo, allora torna dai tuoi amici. E lui  tornato da Sandro e Rambo, ma parecchio contento, gli ha raccontato tutto e loro gli hanno chiesto cosa cazzo c'era da essere contento, e lui ha risposto: Che carina, si preoccupava che ero solo....
Ecco, adesso Sandro per prendere la smorfia di Serena come un sorriso dovrebbe arrivare a questo livello di positivit, una positivit che ti fa vivere felice in un mondo rosa e luccicante. Certo, poi con gli anni la vita vera a forza di colpi te lo sfonda questo mondo, e ti ritrovi a infilare tua madre nel freezer, ma questo  un altro discorso e Sandro ora non ci deve pensare. Ora Sandro deve solo insistere. Passo dopo passo Sandrino, passo dopo passo...
Per davvero, se cerchi le pile sono alla cassa riparte. Ma non le prendere, lo stereo  mio e le compro io. Se invece hai fame, di l c' la pizza, se hai sete le bibite sono in quei frigoriferi laggi, o...
Senti catechista, grazie ma non mi serve niente. L'unica cosa che mi serviva  che dicevi no ai ragazzi, ma ormai  tardi.
Sandro la guarda, vorrebbe rispondere, ma le frasi che si  preparato erano su altri prodotti dell'autogrill e forse non c'entrano pi tanto.
Ma lo sai perch vogliono andare a Pontremoli? Te l'hanno raccontato di quel pezzo di legno che hanno trovato, coi braccialetti appiccicati?
S. Cio, insomma, non tanto.
Ecco. E io ho detto di s per forza, Luna  mia figlia, cosa dovevo fare. Ma te, speravo che almeno te dicevi di no, che era una cosa assurda, che dovevi lavorare. Insomma, a quarant'anni una gita di mercoled, cos al volo senza problemi... ma non ce l'hai un lavoro, degli impegni, cosa cazzo fai nella vita?
Io... cio, io non... Sandro macina pezzi di parola, poi nemmeno quelli. Solo scuote la testa, poi fa di s, poi un movimento strano col collo tipo quei cani finti con la testa a molla che il babbo teneva sul cruscotto della macchina. Ma non  un problema, perch tanto Serena ha gi smesso di guardarlo, e allora non deve preoccuparsi di come muove la testa. Anzi,  meglio se indietreggia un pochino, un paio di passi, tre, quattro, e sparisce. Magari va a comprare le pile, cos poi tornano in macchina e mette le sue cassette nello stereo, che per registrarle  stato in piedi tutta la notte. Tre cassette da novanta minuti con dentro un misto di canzoni sapientemente scelte per entrare nelle orecchie e colare gi fino al cuore di Serena, per farle capire che il sentimento non lo puoi fermare, se ti bussa alla porta non puoi mandarlo affanculo come un testimone di Geova la domenica mattina.
S, proprio cos, adesso Sandro deve fare solo questo, si allontana da Serena e confida nella forza della musica, e aspetta, aspetta... solo che prima di andarsene la guarda un ultimo secondo, e lei si toglie un elastico dal polso, si prende i capelli e li lega di fretta in una coda tutta storta. E succede qualcosa, qualcosa che nemmeno lui ha deciso. Succede che mentre i capelli di lei si chiudono in quella coda venuta male, la bocca di Sandro si apre e parla da sola. E dice: Ma falla finita Serena, falla finita.
Cos, e lei si volta di scatto, gli occhi spalancati. Non pu credere a quel che ha sentito, e neppure Sandro. Ma continua: Trattami pure male, dimmi che sono uno scemo e che non faccio un cazzo nella vita, dammi un altro cazzotto o un calcio o quello che ti pare, se ti fa piacere. Per falla finita di legarti i capelli cos. E falla finita di vestirti di merda, con la roba larga e quei vestiti militari e gli anfibi. Ma ti sei vista? Quant' che non ti guardi allo specchio? Eccolo l uno specchio, guardati, lo sai come sei, Serena?.
Serena lo fissa ancora immobile, a parte la testa che si scuote una volta sola per dire che non lo sa.
Sei bellissima, cazzo. Sei la donna pi bella del mondo, o almeno del mondo che ho visto io, che non ho viaggiato tanto per insomma una fica cos non l'ho mai vista da nessuna parte. Le altre si truccano, si curano, stanno attente ai vestiti e ai capelli, te invece non fai nulla e sei bellissima lo stesso. Anzi, lo sai cos' che mi fa incazzare veramente? Che ora sei ancora pi bella di prima. Ogni volta che ti vedo sei pi bella, porca puttana, e non te lo meriti Serena, non te lo meriti zero. Per  cos, e non ci puoi fare nulla. E allora almeno fammi un piacere, smettila di legarti i capelli a caso e di vestirti cos, falla finita di perdere tempo a sciuparti e a farti pi brutta, perch tanto non ce la fai, sei solo ridicola e patetica. E bellissima.
Sandro l'ha detto,  incredibile ma ha detto tutto questo, parola per parola come scappate dalla bocca una dietro l'altra, cos potenti che rimangono per un attimo appese nell'aria tra lui e Serena. E lui vorrebbe che sparissero subito, come le mutande gigantesche del babbo quando era piccolo e veniva qualche amichetto a giocare con lui, e la mamma lasciava quelle mutande grandi come tovaglioli stese sul filo davanti a casa, e Sandro le vedeva e si sentiva morire di vergogna. Uguale con queste parole scappate di bocca, appese tra lui e Serena che le fissano zitti in un imbarazzo letale.
Poi per fortuna arrivano Zot e Luna, di corsa e urlando, scuotono l'aria e la riempiono di parole nuove.
Mamma, mamma, ci servirebbe ancora qualche euro.
Serena non risponde subito, per un po' guarda Luna, poi riesce a parlare: Ancora? Ma quanto costa questa guida?.
No, la guida l'abbiamo presa, ma dobbiamo prendere il siero antivipera.
E che cavolo ci facciamo col siero antivipera.
Eh fa Zot con l'indice alzato, questa  la classica frase che uno poi risente nella testa, mentre il veleno gli arresta il cuore.
Sentite ragazzi, andiamo a visitare un museo, e vabb che la zona  in mezzo ai boschi, ma almeno dentro al museo credo che le vipere non girino, ok? E poi, se proprio ci morde una vipera, basta stare calmi e chiamare un dottore. Non rischiamo di morire per un morso di vipera.
Noi no dice Zot, ma...
Ma?
Niente, ho timore che..., e piega la testa un paio di volte verso Luna.
Timore di cosa, non ti capisco.
S, ecco, Luna  delicata, non so se pu sopportare il veleno come noi...
Zot, ma vaffanculo! dice Luna. E con la sua bocca, con la sua voce fine che esce sempre un po' a fatica, quel vaffanculo non c'entra niente, come una stella marina in cima al Monte Bianco. Io non sono delicata proprio zero. E poi parli te, che quando vai in bagno ti metti il maglione sulle spalle.
Questo perch nei bagni spesso c' grande umidit!  colpa mia? Signor Sandro, signora Serena, vi prego di spiegare a Luna che a una certa et arrivano i reumatismi e con l'umidit non si pu pi scherzare.
Serena lo guarda, fa per dire qualcosa, poi sta zitta e scuote la testa, sospira.
Allora Sandro sente che  di nuovo il suo momento, si cerca dentro una voce sicura, ferma, da uomo che risolve le situazioni, e spiega ai ragazzi che comunque il siero antivipera all'autogrill non lo trovano.  un medicinale, lo vendono in farmacia.
Ah s? E ci sono farmacie a Pontremoli?
S. Cio, una farmacia c' per forza.
Oh, molto bene, allora ce lo procureremo sul posto dice Zot. Contenta Luna? Adesso non devi pi stare in ansia.
Ma io non stavo in ansia scatta Luna. Poi di colpo dice che  tardi e parte verso l'uscita. Zot la segue e le tocca un braccio per guidarla, ma lei si dimena e lo scaccia tipo una mosca.
Sandro resta un attimo a guardarli, e non vede che Serena si stacca dagli scaffali e se ne va anche lei. Solo la sente, mentre gli passa accanto e fa: Ecco, bravo, ora ci tocca pure andare in farmacia.
Ma non c' cattiveria nella sua voce, o comunque meno di prima. O forse  solo Sandro che vuole prenderla cos, per sentirsi meglio mentre escono dall'autogrill e salgono sulla jeep, con Ferro che sta gi l incazzato perch adesso nei bagni tutto  automatico, e l'acqua dal rubinetto esce quando gli pare a lei, e lo sciacquone scatta da solo appena ti muovi e ti fa prendere un colpo. E non ci sono pi i numeri di telefono delle zoccole scritti sui muri, e anzi non ci sono pi nemmeno i muri, ora ci sono queste pareti di legno liscio e scuro e le poche scritte sopra sono tutte di finocchi, e Ferro  schifato perch una volta non c'erano, o almeno non lo scrivevano che erano finocchi, dicevano solo che cercavano un maschio e mettevano il numero, e magari dopo se li chiamavi speravano di convincerti, ma intanto a leggere i messaggi ti immaginavi una bella fica. Una volta un uomo poteva sognare. Ora invece lo scrivono proprio: Gay cerca compagnia, Ragazzo cerca pisello per notte di fuoco. In che mondo viviamo, in che mondo schifoso viviamo. E posa sul cruscotto un foglio, dove si  segnato i numeri di un paio di trans.
Su, rimettete la musica, mi ci vuole un po' di sentimento! dice mentre la jeep traballa tornando sull'autostrada. E invece della musica l'auto si riempie di silenzio. Ferro si volta dietro, e gli occhi di tutti guardano quelli di tutti gli altri, ma nessuno parla, nessuno si  ricordato di comprare le pile.
E allora il vecchio parte con una scarica di offese a Dio e alla Madonna e a diversi santi che qualcuno forse neanche esiste, accostandoli a varie specie animali che strisciano nel fango e portano le malattie.
Serena non ci prova nemmeno a dirgli di stare zitto, e i ragazzi restano con gli occhi spalancati a imparare queste bestemmie nuove e spaventose. Solo Sandro a un certo punto dice basta, perch in fondo  un catechista e deve fare quello che si scandalizza. Chiede a Ferro di smettere, e indica col dito qualcosa l sopra, che  il tetto della jeep ma anche il cielo pi in alto.
Ma cosa cazzo vuoi, lasciami sfogare.
La prego di sfogarsi in qualche altro modo, invece di bestemmiare.
E perch, senn Dio si offende? Te pensi veramente che c' uno lass con la barba bianca che ci rimane male se lo mando affanculo? Te ci credi per davvero che lass c' uno cos?
Sandro non risponde subito, per un po' sente solo il rumore delle ruote sulla strada e l'attenzione di tutti addosso. Cio, ecco, io credo che ci sia qualcosa di superiore.
Vabb, facile fa Ferro. Superiore a te, capirai che sforzo.

Viva il campeggio
Attenzione signore e signori passeggeri, abbiamo un annuncio importante dice il signor Sandro quando arriviamo al casello. Paga con degli spiccioli che ci sono nel posacenere, anche se la mamma da qua dietro gli sventola un foglietto da cinque euro, poi ripartiamo e ci sono dei cartelli e dietro quelli una grande curva e dopo ancora c' un fiume e delle case vecchie fatte di sasso. E Sandro con la voce strana come se parlasse alla radio dice: Signore e signori, l'annuncio importante  che siamo appena arrivati nella ridente cittadina di... Pontremoli!.
E allora io e Zot ci guardiamo, alziamo le braccia e urliamo: Yeeeeeeeeeeeeee!.
Mi volto verso la mamma, le poso una mano sulla gamba e la stringo, e anche lei mi stringe forte e tutta quanta, e intanto Ferro dice: Ma cosa c' da essere allegri, siamo arrivati nel buco del culo del mondo, e ci abbiamo pure messo mezza giornata.
In effetti dovevamo essere qui dopo pranzo, invece adesso ci infiliamo tra le strade e le case del paese e gi il sole sparisce dietro a tutto, perch sono quasi le sei. Ma non  colpa nostra,  che dall'autogrill siamo tornati sull'autostrada, e dopo cinque minuti c'erano tutte queste auto ferme davanti, e allora ci siamo fermati anche noi e siamo rimasti cos per tre ore.
Sandro ha spento il motore, Ferro ha detto delle parolacce, la mamma invece  rimasta zitta ma sentivo che si agitava e teneva le mani sulle gambe e le strusciava forte su e gi come per asciugarle ma non erano bagnate per niente. Zot invece ha chiesto a Sandro se potevamo approfittare di questo tempo per ripassare i dieci comandamenti, i sette peccati capitali, le tre virt teologali e le altre domande che ci poteva fare il vescovo prima della cresima. Nessuno gli ha risposto e allora  partito da solo coi comandamenti, tutti dritti e appiccicati come se non fossero dieci ma uno solo lunghissimo e impossibile da obbedirgli: Io sono il Signore Dio tuo non avrai altro Dio al di fuori di me non pronunciare il nome di Dio invano....
A quel punto Ferro si  aggrappato alla portiera e ha pronunciato il nome di Dio un sacco di volte, quasi sempre invano, poi  sceso dalla macchina ed  andato a parlare con un signore appoggiato a un camion fermo l davanti. E dopo un po', mentre Zot ripeteva la lista dei peccati e delle virt, uno per uno siamo scesi anche noi, poi siamo risaliti, siamo scesi ancora e alla fine siamo tornati sulla jeep di corsa perch le macchine ricominciavano a muoversi e piano ci siamo mossi anche noi.
Avevamo fame e sete e a me scappava la pip, ma mi sono scordata tutto quando siamo passati davanti al punto dove era cominciata quella fila lunghissima. Il coso di metallo che divide in due l'autostrada era tutto spaccato e c'era proprio un buco, e il camionista di prima aveva spiegato a Ferro che una macchina nell'altra direzione aveva picchiato contro qualcosa, era volata dalla nostra parte e aveva preso in pieno un'altra auto. C'erano ancora tantissimi pezzetti di vetro e roba rotta sul bordo della strada, la polizia e dei signori vestiti di arancione e macchie strane e grandi e scure sull'asfalto. Siamo passati piano e Zot ha detto: San Cristoforo protettore degli automobilisti, ci saranno dei feriti?, e Ferro gli ha risposto che probabilmente di feriti non ce n'era, pi facile che fossero tutti morti.
Poi la strada si  allargata e abbiamo ricominciato a viaggiare veloci, e Ferro ha detto: Oh, finalmente. Tre ore di vita sprecate in fila, se non ci fermavamo all'autogrill passavamo prima dell'incidente e stavamo gi a Pontremoli da un pezzo.
La mamma allora gli ha detto che all'autogrill ci si era voluto fermare lui, e lui ha risposto: S, ma dovevamo solo prendere le pile e via, invece siete andati in giro a guardare le stronzate e le pile ve le siete pure scordate. Se partivamo prima, l'incidente ce lo lasciavamo alle spalle e ora stavamo gi a Pontremoli.
S ho detto io, oppure quella macchina dall'altra parte volava addosso a noi.
Perch insomma, secondo me  cos, e mi sa che avevo ragione perch per un po' nessuno ha parlato . Ho messo una mano nella tasca dei jeans e ho toccato l'osso che mi ha regalato Luca, l'ho ringraziato e l'ho carezzato col dito, e anche se quell'incidente era proprio brutto e mi dispiace un sacco, quando lo tocco mi viene sempre da sorridere.
E sorrido pi forte ora, che lasciamo la jeep in una piazza grossa e quadrata e scendiamo tutti per vedere finalmente com' questa famosa Pontremoli. E sar perch la piazza  grande e io vedo solo tanto grigio confuso intorno, ma mi sembra che cos vuota non sia nemmeno Forte dei Marmi d'inverno. Per non importa, non sono venuta qui per fare amicizia con un sacco di gente, io adesso voglio solo vedere le statue del Popolo della Luna, e fra poco le vedo per davvero. Voglio salire di corsa per questa strada, dove il cartello dice che in cima c' il castello del Piagnaro con dentro il museo, voglio entrarci e voglio che quelle statue antiche ci spieghino come mai Luca ci ha fatti venire qui, e voglio che sia una cosa bella che ci fa capire tante altre cose cos belle che tutto diventa chiaro, anche la roba pi scura che  successa, e io e la mamma ci abbracciamo forte e un po' piangiamo, ma solo un attimo perch poi si ride e siamo felici, e lei torna a lavoro e il marted si mangia la pizza sul mare, e io faccio la cresima, finisco le medie e mi crescono le tette, e mi metto dei vestiti che le tette un po' si vedono, e dopo la gente magari mi guarda per quelle invece che per i capelli bianchi e gli occhi trasparenti, e non mi tengono pi lontana e anzi vogliono starmi vicino, e si parla e si scherza e si sta come si dovrebbe stare quando si sta bene.
Ecco,  questo che voglio.
E invece non voglio quello che succede veramente. Che ci fermiamo davanti alla porta del castello, la porta  chiusa e c' questo foglio appeso e scolorito, Sandro lo legge per me e dice che il museo non  mica qua dentro, ci sono dei lavori e allora l'hanno spostato in paese, in un posto del comune che sta in centro.
Ma dove di preciso non si sa, e neppure meno di preciso, e in giro non c' nessuno per chiederlo. Torniamo nella piazza quadrata e l c' un signore che legge i manifesti coi nomi di chi  morto. Dove stanno le statue stele non lo sa, ma sa dov' il comune,  in un'altra piazza pi piccola e per andarci passiamo sotto una cosa che per me  solo una tettoia scura e per  una fila di archi, perch mentre passiamo Zot dice che questi archi sono bellissimi. E dopo quelli c' il palazzo del comune e l c' un portone con una signora appoggiata, le chiediamo delle statue stele e lei ci dice che ci sono ma non sa dove perch non  il suo lavoro. Allora entriamo in un bar che c' l accanto ma non ha l'insegna e non l'avevamo nemmeno visto, Ferro per lo sapeva che c'era perch dice che accanto a ogni municipio c' sempre un bar, senn i dipendenti del comune non sanno dove stare tutto il giorno.
E infatti il bar c', ma dentro c' solo una signora di l dal banco che lava dei bicchieri, e il posto  cos vuoto che mi domando chi pu averli sporcati quei bicchieri. Per mi interessa di pi dove stanno le statue, e la signora lo sa, sono in uno spazio del comune proprio qui di fianco.  una specie di cantina, passate il palazzo e dopo c' una scala che scende sottoterra. Per vi dovete sbrigare eh, perch fra poco chiude, dovete correre.
Ringraziamo e corriamo alla porta, ma restiamo un attimo sulla soglia perch l fuori passa uno su una Vespa truccata che fa casino e suona il clacson e corre via, e la signora dal banco gli urla Ciao Silvano, e a noi invece dice che non dobbiamo avere fretta, possiamo prendercela comoda e bere qualcosa: Silvano  il guardiano del museo, se va a casa vuol dire che ha chiuso.
E allora smettiamo di sorridere e ringraziare, e solamente restiamo cos. Poi io chiedo se posso fare la pip e vado in bagno e la faccio, e il bagno odora di petali di rose e di medicine, e quando torno fuori sono tutti l zitti sulla strada, nessuno dice nulla e secondo me non hanno detto nulla nemmeno mentre ero in bagno, hanno solo ascoltato il vento che passa fra gli alberi e il fiume che scivola sui sassi.
Ragazzi, mi dispiace dice la mamma dopo un po'. E con la mano mi fa un segno che non vedo ma che forse  per farmi andare da lei, poi mi prende e mi stringe forte. Mi spiace tanto Luna, veramente tanto.
Non ti preoccupare mamma, non...
Mi dispiace un casino. Ci siamo venuti a Pontremoli, hai visto, ci abbiamo provato. Mi dispiace un sacco.
Anche a me dice il signor Sandro da dietro.  triste ragazzi, ma a volte le cose non vanno come vogliamo noi.
Lo so dico. Per davvero per me non c' problema. Anzi, sinceramente io sono pi contenta cos.
E mi sembra la cosa pi normale del mondo, ma forse  normale solo per me perch la mamma smette di stringermi, continua a tenermi le braccia ma si stacca un po' e mi guarda. Ma come Luna, sei pi contenta cos?
S mamma, molto pi contenta. E anche Zot, vero Zot?
Zot non risponde. Mi d sempre ragione, per adesso no. Cio, ci prova, cerca di fare s con la testa ma vedo solo i suoi capelli che vanno di qua e di l senza senso.
Bimba, oh fa Ferro, ma ti sei rincoglionita?
Ma no, ma no dice Sandro. Non capite, questo  un magnifico esempio di accettazione cristiana. La vita terrena ci impone a volte amarezze e delusioni, ma l'animo cristiano le sa accettare con serenit e le vive come prove della sua fede. Sono ammirato Luna, e sono anche un po' fiero del lavoro che abbiamo fatto insieme.
Grazie signor Sandro, per non capisco. Cio,  chiaro che io sono felice, semmai pensavo che era un problema per voi.
Ma per noi no davvero fa la mamma. Se non importa a te, figurati a noi!
Oh, ma allora evviva! dico. Al museo ci andiamo domattina, e io sono superfelice che passiamo la notte qui,  proprio una cosa troppo bella!
E mi viene quasi da saltare per la felicit. Ma gli altri restano tutti fermi e zitti e allora smetto anch'io.
Aspetta un attimo Luna fa la mamma. Aspetta, non... noi non restiamo a dormire, noi ora torniamo a casa.
Eh? Ma come facciamo mamma, non le abbiamo mica viste le statue.
Lo so, ma veniamo un'altra volta. Uno di questi giorni torniamo.
Certo, e poi dopo non torniamo pi!
Non insistere Luna, uno di questi giorni torniamo, punto e basta.
Ma ormai siamo qui. E sai che bello dormire qua fra le montagne.  tipo... tipo un campeggio!
S, viva il campeggio! fa Zot.
Non ci siamo mai andate mamma. Con Luca lo dicevamo sempre e per non l'abbiamo fatto mai. Anche quando  andato in Francia gli abbiamo detto che non era giusto che noi invece stavamo sempre a casa, e lui te lo ricordi cosa ci ha detto? Ha detto che quest'estate andavamo in campeggio tutti insieme, te lo ricordi mamma, te lo ricordi?
S, ma adesso, ora non... ma con Luca, andavamo in campeggio con lui.
Ma Luca in campeggio non ci porta pi mamma, e allora bisogna che ci portiamo da sole. Il campeggio lo facciamo io e te, di mamma, io e te.
Anch'io dice Zot. E per cautelarci in caso di calamit, ho portato pure la tenda!
Parla e intanto io alzo le braccia, le alza anche lui e cominciamo a saltare, e saltando ci avviciniamo, e non lo so se l'ultimo passo lo faccio io o lui, ma le braccia si incrociano e alla fine ci abbracciamo. E Zot smette subito di saltare, mi dice due o tre parole all'orecchio ma non le capisco, forse una  il mio nome ma non sono sicura. Perch dopo un attimo mi stacco e vado ad abbracciare la mamma, e anche lei resta ferma e per va bene cos. Salto io per tutte e due, per tutti e tre, e anche per il signor Sandro e Ferro, che ora che ci penso non gli abbiamo nemmeno chiesto cosa ne pensano. Ma non serve mica, ci sono cose cos meravigliose che non ha senso chiedere, ha senso solamente saltare.

Io non sono un cuoco
I nove piani di scale per arrivare a casa di Marino sono troppo pochi, Rambo va su e vorrebbe che fossero novanta, o novecento, vorrebbe che non finissero mai. Perch anche se si ammazza di esercizi specifici, i suoi quadricipiti non sono per niente scolpiti. Anzi, per qualche motivo impossibile sono pi toniche le cosce di Marino, che considera il biliardino uno sport e sta fermo a letto da quasi un mese.
Quelle gambe magre ma forti, il calore di quella pelle liscia, che ha toccato senza volerlo e che ancora sente sulle dita, come quando per sbaglio tocchi l'ortica e continua a bruciare, e pi ti gratti e peggio .
Intanto Rambo arriva al nono piano, si guarda alle spalle e perlustra gli angoli scuri del pianerottolo, ma non c' nessuno. Prende le chiavi, apre la porta ed entra in casa di Marino, dove c' tutta la roba da mangiare comprata insieme a Sandro, quando pensavano di venire a stare qua.  passato pochissimo ma sembra un'altra epoca, un'epoca tranquilla e felice. Cio, forse non proprio felice, per certo pi di adesso che il fruttivendolo maledetto li tiene d'occhio, e ancora meglio era prima, quando lui e Sandro non sapevano nemmeno della mamma di Marino nel freezer. Perch la vita  cos, ogni giorno un calcio in culo o nei denti, e i pi dolorosi sono quelli che prendi quando ti rilassi e pensi che tutto va bene.
Ecco perch Rambo apre la porta ed entra senza accendere la luce, zitto e attentissimo lungo la parete, accucciato e scattoso.  pronto a rispondere al fuoco col fuoco, e se dietro le tende o il divano c' appostata una squadra scelta di vigili al servizio dello zio di Marino, a Rambo dispiace per loro e per le povere famiglie che li aspettano inutilmente a casa.
Ma in salotto non c' nessuno e in cucina nemmeno, solo l'odore vecchio di sigaretta e il rumore del freezer, che forse  una sua impressione ma gli sembra fortissimo nelle orecchie. Niente pericoli, Rambo deve solo prendere un po' di roba da mangiare, ficcarla in un sacchetto e tornare alla Casa dei Fantasmi. Eppure non  mica contento. Un bell'agguato adesso ci starebbe bene, un'imboscata lo obbligherebbe ad azzerare il resto, corpo e mente si concentrano come frecce appuntite contro il nemico, niente pi spazio per altri pensieri inutili e schifosi tipo le gambe nude di un uomo, la pelle, i peli che la coprono.
No, tutte scemenze che gli girano intorno alla testa tipo una giostra dove non vorrebbe salire mai. Perch Rambo non  che desidera gli altri uomini, certo che no, lui desidera solo essere come loro. Muscoloso, tonico,  cos che si merita di essere con tutto l'esercizio che fa.  un discorso di giustizia insomma, di impegno e del premio che l'impegno merita, e lui  un uomo che in certi valori crede ancora, tutto qua. E allora quando pensa a questi corpi nudi, ai muscoli che si gonfiano, al calore che da questi muscoli si sprigiona, ecco, Rambo pensa alla giustizia.
La giustizia gli occupa tutta la testa e non pu pensare ad altro, ed  solo per questo che non riesce a trovare una ragione decente per il fatto che i corpi che pi gli fanno effetto, quelli che proprio lo attirano, sono esili e pallidi e delicati. Non dovrebbe essere cos, anzi non deve esserlo, Rambo non ci deve pensare, sarebbe meglio avere in testa qualsiasi altra cosa e non questa.
Ecco perch, mentre fa per uscire di casa col sacchetto pieno di roba, Rambo  un po' contento di alzare gli occhi alla porta e trovare l dritta e immobile nel buio una figura nera che lo fissa. Lascia cadere il sacchetto, accende la luce con uno schiaffo al muro, e sulla porta vede il sorriso storto del fruttivendolo maledetto che prova a entrare.
Allora Rambo spegne di nuovo la luce, prende il sacchetto e gli va incontro, petto contro petto lo spinge fuori e questo corpo a corpo non gli fa nessun effetto, nessun fremito sotto la pelle, solo lo scontro primitivo fra esseri umani. E va bene cos.
Fammi entrare, cane di Caino, fammi entrare!
Rambo lo spinge sul pianerottolo, si chiude la porta dietro e gira la chiave.
Basta! dice. Non c' nessuno in casa, adesso ha veramente rotto le palle.
Ma perch, io...
Franco, adesso basta, mi dispiace ma io non la posso aiutare.
E invece s, cane di Caino, fammi entrare in casa. Un minuto solo.
Ma la signora non c', glielo giuro, non c'!
Il signor Franco lo guarda, guarda la porta dietro di lui. Fammi controllare in giro, cos sto tranquillo.
Guardi, non c' nulla da controllare, non...
Senti, bimbo, parliamoci chiaro dice, e pianta di nuovo gli occhi in quelli di Rambo, guarda che l'ho capito cosa succede l dentro, sai?
Rambo resta un attimo cos, si regge forte al sacchetto della spesa ma trema tanto che la plastica comincia a fare rumore. Perch, scusi, cosa c' da capire?
Come mai la tenete nascosta? chiede Franco.
E Rambo vorrebbe rispondere che  stato Marino,  quel deficiente che l'ha nascosta. Lui non sapeva nulla, non c'entra nulla.
Guarda bimbo che non c' niente di male, eh.
Ah no?
Ma no! Te magari mi vedi cos e pensi che sono un vecchio bigotto, ma ormai  il ventunesimo secolo, sai quanti uomini si piacciono e vanno a vivere insieme? Anche mio nipote  come te, sta a Milano con un cuoco, che ci posso fare?
Ma io... ma no! Ma cosa cazzo dice, mi sta dando del finocchio?
No, certo che no, ci mancherebbe. Omosessuale si dice, giusto? Oppure gay.
Ma io ti spacco il muso, stronzo! Cosa cazzo vuoi da me!
Ma non c' nulla di male,  una cosa che si vede e non ha senso nasconderla.
Ma cosa cazzo si vede? fa Rambo, e si agita, e scuote le braccia cos tanto che dal sacchetto comincia a cadere roba. Questa  la mimetica dei par, quella vera che usano in battaglia. E gli anfibi, e i capelli a zero... cosa cazzo si vede, cosa cazzo dice!
Eh, anche il fidanzato di mio nipote si veste cos, preciso identico.
S ma quello  un cuoco, un cuoco frocio! Io non sono frocio, a me cucinare mi fa schifo, non so farmi nemmeno un piatto di spaghetti!
Sicuro? Sicuro che non sei venuto a stare qui insieme al tuo amichetto?
Ma no! Ma che schifo! Io vivo a casa mia coi miei genitori!
Ah. Allora la spesa nel sacchetto non  per voi.
No! No che non  per noi.
Ma bene dice Franco, bene bene, bene bene bene. E pi lo dice e meno suona come una cosa che va bene davvero. Insomma per, se te non vivi qua e il figlio della Lidia  all'ospedale, questa spesa che portate sempre per chi ?
Rambo aspetta un attimo, guarda il sacchetto, guarda la provola e il pezzo di prosciutto che sono caduti per terra. Cio, s,  per me. Per non l'ho portata qua,  roba che ho preso qua per portarla via.
Ma certo, come no, tu vai a fare la spesa nelle case della gente.
S. Cio no,  roba per Marino. Fra poco lo dimettono e...
Certo, lo dimettono dall'ospedale e la sua mamma se ne frega,  andata via per i fatti suoi e tanti saluti, vero? Io a questa cazzata non ci credo. Fammi entrare a controllare.
No dice Rambo. E si piazza davanti alla porta.
Ma scusa, se non c' niente che non va cosa ti costa? Io entro e guardo da tutte le parti, due minuti soli, cos mi metto il cuore in pace e non vengo pi a rompere le palle.
No, mi dispiace ma non glielo posso permettere. Questa  propriet privata, gi prima quando stava sulla porta era quasi violazione di domicilio, sa?
Ah, capisco fa Franco. E vabb, mi tocca aspettare che il mio amico Ferdinando stacca dal lavoro. Perch col capo dei vigili posso entrare, giusto?
No! Non pu lo stesso, Mussolini non c' pi, ci sono delle leggi, la propriet privata  privata e...
E Rambo smette di parlare, solo fissa Franco, gli occhi a fessura, i denti stretti. Qua c' da fare qualcosa, e subito anche. Ma cosa non lo sa.
Senta, io ora devo andare via, ho degli impegni.
Anch'io, ho il negozio che mi aspetta dice Franco. E torna a sorridere. Va all'ascensore, preme il bottone, le porte si aprono subito e lui fa segno a Rambo di entrare per primo.
No grazie, preferisco fare le scale.
Ah, certo fa Franco alzando le mani. Entra nell'ascensore, le porte cominciano a richiudersi. Anche mio nipote fa sempre le scale. Rassodano tantissimo i glutei.

Panda Italia '90
Rambo guida con le mani strette addosso al volante come se fosse un collo da spezzare, ma dopo una curva a destra deve allentare la presa perch uno schiocco della plastica gli fa capire che lo sta spezzando davvero. Non sarebbe un gran danno, ma ora come ora ha gi troppi problemi e non  il caso di inventarsene altri, deve guardarsi intorno e soprattutto dietro, che non lo segua nessuno, e arrivare dritto e intero alla Casa dei Fantasmi. Proprio stasera che ha prestato la jeep a Sandro si  scatenato l'inferno, e gli tocca attraversarlo su questa scatoletta di tonno aperta male.
Fiat Panda edizione speciale per il mondiale in Italia del 1990, bianca con una striscina tricolore che taglia in due la carrozzeria, cerchi di plastica fatti a rombi bianchi e neri come palloni e sullo sportello la mascotte di Italia '90, che era una specie di stecco a cubetti bianchi rossi e verdi e si chiamava Ciao e faceva veramente vomitare. Ma tutta la macchina fa schifo, i progettisti assassini che l'hanno inventata sono stati bravi a catturare nelle sue linee l'anima di quel mondiale di merda, che dopo tanto tempo si giocava in Italia e allora dovevamo vincere per forza, ma come sempre quando tutto  organizzato e basta fare le cose con ordine e pulite e senza cazzate, l'Italia ha fatto una figura tristissima. Perch noi siamo bravi solo coi miracoli, col colpo della disperazione, quando non c' proprio pi niente da fare e allora scatta l'estro di un ultimo schizzo ispirato e sciaguratamente grandioso. Se invece tutto  semplice e basta andare dritti e portare a casa il risultato, affondiamo nella nostra devastante incapacit di essere decenti, di essere costanti, di essere medi.
E questa cosa a Rambo l'ha sempre fatto incazzare, e per stasera no, stasera  proprio a questa abilit nella disperazione che si aggrappa, perch se c' un momento disperato  questo qua, con lui che guida una scatoletta puzzolente di fumo, e nell'aria balla la cenere di anni e anni di sigarette succhiate dalla mamma di Marino, che sta avvolta in due coperte sul sedile dietro.
 una follia, Rambo lo sa, ci pensa e sente un brivido gelido lungo la schiena che un po'  per la paura, un po' perch in effetti la mamma di Marino congelata butta aria fredda come quegli affari di plastica che si mettono nella borsa frigo quando vai a fare le gite. Ma quei cosi finiscono presto, apri la borsa e ti prepari a bere una Coca fresca e scopri che ormai  un brodo, e cos succeder alla signora Lidia, che Rambo quando l'ha presa era durissima e anzi non veniva via perch il culo si era incollato al fondo del freezer, ma adesso piano piano si scioglier, e il casino sar ancora pi grande.
E per cosa doveva fare? Ha chiamato Sandro, ha chiamato Marino, il telefono suonava ma nessuna voce amica a dargli una mano. Rambo continuava a chiamare, ma nulla. Sandro  impegnato a fare lo scemo con una e se ne frega, Marino  fermo a letto o magari dorme con le medicine che gli ha dato lui prima di uscire, che per sbaglio gliene ha date troppe ma insomma, meglio troppe che troppo poche, almeno non sente i dolori e dorme. Perch Rambo  cos, pensa agli altri, nella battaglia copre le spalle agli amici e li salva, poi per quando l'aiuto serve a lui non c' nessuno.
 tornato su,  entrato nell'appartamento e non sapeva cosa fare, sapeva solo che bisognava agire, perch il tempo passava e ogni minuto il capo dei vigili poteva staccare dal lavoro e venire quass con Franco, e allora era finita. Per Marino ma anche per lui e per Sandro, complici di questa schifezza, tutti con la merda fino al collo. Proprio ora che le cose sembravano andare meglio, che avevano una casa e una pensione fissa per andare avanti. Rambo ci pensava e girava le stanze dell'appartamento, non grandi ma comode, perfette per loro tre. E ogni rumore, ogni scatto dell'ascensore, lo facevano tremare. Poi  passato dal salotto e ha visto le chiavi dell'auto, ancora col portachiavi di stoffa originale della Fiat, insieme a uno con la faccia di Padre Pio e sopra scritto NON CORRERE, PENSA A ME. E lui invece di pensare a Padre Pio ha pensato alla Fiat Panda Italia '90 della mamma di Marino, sempre parcheggiata l sotto con quei cerchi schifosi a forma di pallone. Ha preso le chiavi, ha preso la vecchia,  sceso gi per le scale tremando a ogni rampa,  entrato in macchina, ha girato la chiave e via.
E adesso pesta sull'acceleratore, lo pianta nella gomma l sotto e l'auto vibra tutta, e l'aria calda entra dai bocchettoni anche se lui vuole quella fredda, e velocizza lo scongelamento della vecchia. Che forse  solo una sua idea, ma a Rambo sembra gi di sentire un odore di roba marcia. Allora apre il finestrino e sputa e si butta nelle stradine verso la Casa dei Fantasmi, in fuga dal pericolo e in fuga dalla morte. Solo che tutti e due stasera viaggiano in macchina con Rambo, molto pi comodi di lui.

Come mai esistono le scimmie
Ma qua ci sono i sassi dice Ferro a Sandro ora che la jeep esce dalla strada, rallenta in questo spiazzo e la ghiaia fa un rumore croccante sotto le ruote. O genio, vuoi montare la tenda sui sassi?
No Ferro, no. Ci fermiamo a prendere qualcosa da mangiare e basta. Perch magari prima di dormire  bello mangiare qualcosa, no?
Ah, questo  sicuro. Mi volevi mandare a letto senza cena, genio?
Lo so io dove la manderei fa Sandro, un po' coperto dal motore che poi spegne in mezzo a questo piazzale tutto bianco di sassi, davanti a una chiesa che  fatta di sassi anche lei ma pi grandi, uno sopra l'altro fino al tetto lass che  di sasso pure lui, e pi mi avvicino e pi sembra vecchissima e costruita da persone che non avevano tanta voglia di perdere tempo con le rifiniture, gli serviva una chiesa per pregarci dentro e un buco squadrato per entrarci, e sopra quello un altro buco pi o meno a forma di croce per far passare la luce, punto e basta.
E accanto alla chiesa c' la strada, che secondo me quando l'hanno tirata su non c'era mica, e sicuramente non c'era quella cosa luminosa di l dalla via, che a me sembra solo una striscia di luce confusa nel buio della sera e invece gli altri ci leggono qualcosa, perch il signor Sandro attraversa la strada e poi si ferma l in mezzo e ci chiede come vogliamo i panini.
Io dico formaggio, Zot pure, poi dice: Anzi, formaggio e cotto. Ferro lo vuole pecorino e acciughe, tante acciughe, e allora Zot dice che ci ha ripensato e vorrebbe cotto e formaggio e acciughe. Alla mamma invece va bene tutto, basta che il pane non sia quello nero integrale. Sandro intanto  l in mezzo alla strada buia e dice che  tardi e bisogna prendere quel che  rimasto, e allora la mamma: Vabb, prendi quello che ti pare, tanto so gi che farai un casino. E Sandro serio: Hai ragione Serena, faccio un casino sicuro perch gi mi sono scordato tutto, vieni con me cos mi aiuti. Lei non risponde subito, poi dice che a quel punto ci pu andare lei da sola, e lui risponde che no, ci vanno insieme, e riparte verso l'unica luce nel buio.
La mamma resta ferma e io le dico che sarebbe bello se va, perch lei sa che tipo di formaggio mi piace, siccome a me non  che mi piacciono tutti tutti. E poi io mentre vanno al negozio vorrei vedere la chiesa com' fatta dentro.
Scegli mamma, o vai a prendere i panini oppure vieni con me a visitare questa chiesa dico. Magari ci sono dei dipinti, delle immagini sacre, studiamo le colonne e i simboli..., e non ho nemmeno finito di parlare che la mamma parte, attraversa la strada e sparisce finalmente dietro al signor Sandro.
E io e Zot entriamo in chiesa. Faccio un passo, due, e succede quello che succede sempre quando entro in un posto chiuso e pieno di buio: un attimo e mi sento tranquillissima. Non c' la luce a farmi chiudere gli occhi, la pelle non brucia, riesco a vedere bene o comunque meglio che mai. Entro in questa chiesa vecchissima e buia con poche candele accese lungo i muri e un odore di umido che toglie il respiro, e sento che sto proprio nel mio posto. E questa cosa mi fa incazzare tantissimo.
Perch io non sono mica contenta, io voglio stare al sole e alla luce e con l'aria addosso che mi scuote i vestiti. Io voglio il profumo del mare e il rumore delle onde e i gabbiani che mi volano vicini e fanno quel verso strano, voglio i piedi scalzi e l'acqua che li bagna e poi scappa, li bagna e poi scappa. Io voglio sentirmi al mio posto in quel posto l, invece che in questo buco buio.
Qua dentro posso tenere gli occhi aperti e rilassati, la testa non mi fa male, non sento bruciore e la luce non mi abbaglia, ma chi cavolo l'ha detto che sentirsi bene  quando non senti niente?  come dire che divertirsi  quando non ti stanchi, che essere felici  quando non ti succede nulla di brutto. E lo so che tanti vivono cos, ma allora vuol dire che quelli l sono scemi. E pi mi sento al mio posto qua dentro e pi mi sale la rabbia, e infatti mi rigiro subito, vado verso il portone e faccio per uscire. Ma appena mi giro vedo quella cosa squadrata e grigia nell'angolo in fondo, e mi scordo tutto quanto. Vado l e resto ferma davanti a questa pietra gigantesca e ruvida, la guardo e lei coi suoi occhi tondi guarda me, e divento di sasso come lei. Perch il cartello qui accanto  scritto piccolissimo e non riesco a leggere, ma non serve. Lo so da me, che sto davanti a una statua del Popolo della Luna.
 qui, appoggiata al muro della chiesa. Allungo una mano e la tocco.  fredda e durissima, ci struscio le dita ed  ruvida e liscia, come l'osso di balena che mi ha regalato Luca. La guardo negli occhi, che sono due cerchietti profondi, e giuro che lei guarda me, e infatti anche se mi sento scema apro la bocca e sottovoce le dico Ciao. E ci rimango pure un po' male che non mi risponde.
Poi i passi di Zot, che corre qui e si ferma accanto a me.
 lei?
Faccio di s.
Ma che ci fa qui?
Gli indico il cartello l sotto, lui si piega, lo studia e comincia a leggere a voce alta che questa statua  antichissima, un guerriero scolpito dal misterioso Popolo della Luna tremila anni fa.  stata ritrovata qua in chiesa, anzi, era proprio un pezzo della chiesa: l'avevano usata insieme ai sassi per tirare su i muri.
La guardo e penso a questo posto tremila anni fa, ai boschi dove vivevano delle persone misteriose che non hanno lasciato nulla, neanche un pezzetto di una casa o una scritta, perch non hanno avuto il tempo di imparare a scrivere e nemmeno di darsi un nome. Solo passavano le giornate a lavorare queste pietre giganti, per farle piatte e lisce e dargli la forma di uomini e donne come loro, come noi, e piantarle dritte nei boschi in dei punti precisi, per dei motivi che noi non sappiamo ma che sono magici di sicuro. E mi chiedo come hanno fatto poi le persone che hanno costruito questa chiesa a trattarla come un sasso o un mattone. Non  possibile, non ci credo, questa statua la vedi, la senti, e subito ti viene da rispettarla, da ammirarla con tutto il...
Ma che  questa merda? dice Ferro avvicinandosi.
 una statua stele rispondo, pi secca che posso.
Mah, a me sembra uno spastico.
Ma nonno fa Zot, hai di fronte a te un antico guerriero dello scomparso Popolo della Luna, erano uomini valorosi e forti e...
E per forza sono scomparsi, se si facevano difendere da questi spastici.
Zot prova a rispondergli altre cose, ma io no. Io vorrei solo che Ferro andasse a farsi un giro da un'altra parte, dove c' qualcosa che gli interessa di pi. Invece resta qua a prendere in giro la statua, a dire che  uguale a un bimbo di Firenze che andava al mare quando lui faceva il bagnino, e i genitori insistevano che era normale e invece era scemo, e ogni volta che provava a fare il bagno Ferro doveva tuffarsi a salvarlo perch andava subito a fondo come questo pezzo di sasso qua. Io gli dico che non  un pezzo di sasso, e lui dice certo che  un pezzo di sasso, e comincia a batterci col pugno come per bussarci sopra.
E allora sono contenta che dal portone della chiesa entrano la mamma e Sandro, con un sacchetto per i panini e un altro dove mi sa che ci sono le cose da bere. E insieme entra questa cosa strana e incredibile che  una risata della mamma, strana perch nella chiesa rimbomba tutta, ma anche perch era tanto tanto tempo che non la sentivo pi.
Ma nel negozio non c'era luce dice Sandro, sembrava pecorino.
E lei: S, come no, proprio uguale!.
Ma era buio in quel cacchio di negozio, non si vedeva nulla.
Ma che, si vedeva benissimo che era un pezzo di lardo. E cos ora ti mangi un panino pieno di lardo.
Ma a me il lardo mi fa schifo!
La mamma ride ancora pi forte, arrivano da noi e allora abbassano la voce e poi stanno proprio zitti, resta solo il rumore scricchiolato dei sacchetti di plastica. Ma sono contenta che la mamma rideva, e anche che Ferro ha smesso di parlare male della statua. Per dura poco, il tempo di farli abituare alla penombra qua dentro, poi Sandro dice: Ma cos' questa statua? Somiglia tantissimo al Panizzi!.
Il Panizzi chi? chiedo io, ma non so se voglio saperlo.
Era il preside del liceo quando ci andavo io. Era uno di Carrara, veniva sempre con un cappotto di pelle nero lungo fino ai piedi, sembrava Dracula.
S, lo conosco! fa la mamma. Ce l'avevo anch'io il preside Panizzi!
Be', certo, eravamo allo stesso liceo.
Eh?
Certo Serena, stesso anno, io ero in B e te in C.
Ero in C, s, ma te come lo sai?
Perch c'ero! Siamo andati alla stessa scuola per cinque anni. Abbiamo anche fatto la gita insieme a Recanati, alla casa natale di Leopardi.
S, quella me la ricordo dice la mamma, e si stacca un attimo per studiare Sandro, come se ce l'avesse davanti per la prima volta. Di te per non mi ricordo zero, sai?
Eh, lo vedo. Sei carina, mi fa molto piacere. Cinque anni eh, cinque.
Ma  passato tanto tempo, forse sei cambiato un sacco e non ti riconosco.
No no no, non sono cambiato per nulla,  solo che stavamo in due mondi diversi. Te eri lass in cima, la pi bella della scuola, io purtroppo ero fra gli sfigati in fondo. Per cavolo, almeno di vista, almeno ora che te l'ho detto... cavolo.
Non ci resti male, signor Sandro, e non si preoccupi dice Zot. Qua con noi pu sentirsi tra amici, anche io e Luna siamo fra gli sfigati della scuola.
Parla per te dico. Io non sono sfigata, io sto per conto mio.
Ma infatti dice Sandro. Anch'io. Ero un ribelle, ero diverso, ci tenevo proprio a non mischiarmi con la massa dei vincenti come la tua mamma.
No no fa lei. Ti piacerebbe, ma te eri proprio sfigatissimo e basta.
Ma se non ti ricordi nemmeno che c'ero.
Appunto. Un ribelle lo notavo, i ribelli sono fichi. Te invece eri sicuramente uno sfigato.
Per un po' il signor Sandro non parla, fa solo di s con la testa, poi: Lo so Serena, lo so. Eppure pensa che un giorno al liceo te hai fatto una cosa che io me la ricordo ancora come una delle pi belle della mia vita. Pensa un po', dice cos, e nient'altro. Si avvicina alla statua e comincia a studiarla.
Ma cio, ma quando, cosa ho fatto?
Nulla, nulla, sono troppo sfigato per parlare con te, meglio se me la tengo per me.
Di, su, dimmelo.
Il signor Sandro scuote la testa, si infila le mani in tasca e si piega a guardare la pietra, il disegno fatto a colpi di sasso su sasso, poi i piedi, le mani, gli occhi tondi lass che rispondono allo sguardo.
Per questo qua somiglia veramente tantissimo al Panizzi.
Mi racconti cosa ho fatto? Ma quando, a scuola? In gita?
Proprio uguale identico al Panizzi. Ragazzi, mi dispiace che non ho una foto perch  proprio lui.
E allora ci si mette Ferro, che si  seduto su una panca e non diceva nulla. Mah, secondo me somiglia a un bimbo di Firenze di quando facevo il bagnino. Anche quelle gambette secche aveva, precise.
Eppure nonnino mio pensa che questo intrepido guerriero qua ha tremila anni. Non ti pare incredibile?
Certo, e infatti quella cosa l che dicevano delle giraffe  proprio una grandissima stronzata.
Quale cosa delle giraffe?
Quella l che dicono alla televisione, che alle giraffe gli  venuto il collo lungo perch quelle che nascevano col collo lungo campavano meglio, e allora dopo sono nate tutte cos.
L'evoluzionismo nonno. L'evoluzionismo, teorizzato dal professor Charles Darwin.
Non lo so come si chiama, so solo che  una cazzata. Ma come faceva la gente a crederci? Una volta credevano proprio a tutto.
Ma ci credono ancora nonno! Cio,  una cosa vera,  una delle scoperte pi importanti della storia mondiale dell'universo.
Ma falla finita. Basta che apri gli occhi e lo vedi subito che non  vero nulla. Guarda questa statua qua, quanto  vecchia?
Tremila anni.
Ecco, e somiglia a un bimbo che veniva al mare da me. E somiglia pure al preside di questi due qua. In tremila anni non siamo cambiati proprio per niente, e come mai?
Cio, ma in che senso domanda il signor Sandro.
Nel senso che a un certo punto dalle scimmie siamo arrivati noi, giusto?  cos che dice quella storia l, c'erano le scimmie e poi hanno cominciato a perdere i peli e a tirarsi su con la schiena e poi sono arrivati gli uomini, no? E allora come mai poi ci siamo fermati? Questo qua  identico a noi cazzo, non siamo cambiati nemmeno un po'.
S, vabb Ferro, ma ci vuole pi tempo per cambiare.
Pi tempo? Non l'hai sentito il bimbo? Questa roba qua ha tremila anni. E poi le giraffe, come mai il collo delle giraffe non diventa sempre pi lungo? Come mai a un certo punto si  fermato?
Vabb fa Sandro. Non  che si pu andare avanti all'infinito, non...
 tutta una favola gente, una favola scema che uno ci crede perch non ha voglia di pensarci troppo e allora dice ma s, chissenefrega, sar vero. E invece  una cazzata. Via. Prima c'erano i pesci, poi i pesci di colpo escono dall'acqua e vanno sulla riva perch le pinne davanti diventano braccia, e smettono di respirare l'acqua e respirano l'aria, gli spuntano le gambe e vanno a farsi un giretto... via, gente, vi sembra possibile?
Sandro guarda Zot, Zot forse guarda me, ma io e la mamma siamo rimaste zitte all'inizio, figuriamoci adesso. E allora Ferro resta solo a spiegarci come funziona la vita nell'universo, e la sua voce  sempre pi forte e rimbomba fra i muri di sasso della chiesa. Sar per questo che sembra cos seria.
E come mai i dinosauri che erano fortissimi non ci sono pi, e invece sono rimaste le pulci, gli scarafaggi, le zecche, i topi di fogna, eh? E guardate questi due qua, e sventola il braccio verso me e Zot. Tanto lo sapevo che finiva cos, io non volevo entrarci in questa storia, volevo solo stare tranquilla e guardare la statua del Popolo della Luna. E invece. Questi due, se fosse vera quella cosa della selezione sarebbero durati cinque minuti, sei al massimo. Invece eccoli qua, vanno in giro e stasera dormono pure in tenda e si divertono, e magari qualcuno li prende per il culo, s, ma capirai, loro se ne fregano e vanno dritti per la loro strada. Perch tanto va tutto come vuole il destino, l'evoluzione  una cazzata. Forti o deboli, giusti o sbagliati, tutto succede come succede perch deve succedere cos.
S dico, ma allora io e Zot siamo come le pulci e le zecche?
Esatto fa Ferro. Proprio cos. Ecco, lo vedete che la bimba ha capito? E ora basta discorsi che mi si secca la gola, me l'avete preso il vino?
Il signor Sandro guarda la mamma, la mamma forse guarda lui e tirano fuori due bottiglie grandi, d'acqua naturale. Ferro allarga le braccia e si vede che sta per offendere qualche santo, poi si ricorda dov' e allora prima esce dalla chiesa.
Arriva di corsa al portone, ma l si blocca di colpo e si volta di nuovo verso di noi. E con dietro la luce della notte diventa una figura scura e dritta che ci fissa.
Ah, e un'altra cosa. Se noi veniamo dalle scimmie, come mai esistono ancora, le scimmie?

I partigiani sono morti per noi
Se la sera davano un film dell'orrore la mamma di Marino lo guardava sempre, e siccome in casa c'era una tv sola non avevano scelta. Anzi, ce l'avevano, nel senso che Marino stava in camera, ascoltava i Bon Jovi e si portava avanti coi compiti. C'erano per delle volte che la mamma voleva compagnia, e allora gli diceva: Smettila di ascoltare quei finocchi coi capelli da femmina. Lui rispondeva che i Bon Jovi non erano finocchi e anzi ogni volta che uscivano di casa dovevano scappare perch c'erano centomila donne pronte a saltargli addosso, e lei rispondeva: E certo che scappano, perch sono finocchi. Falla finita di sognare Marino, vieni qui e guardiamo un po' di vita vera. Marino obbediva e si metteva a sedere accanto a lei e guardavano quelle storie di castelli maledetti, zombi e vampiri e mummie egizie tornate per vendicarsi di persone a caso, nel buio del salotto pieno di fumo di sigaretta che sembrava la nebbia spettrale di quei film l.
E tutto gli faceva paura, anche quando non succedeva nulla, anche quando c'era una scena di felicit. Anzi, l era peggio, perch Marino sapeva che quelle persone felici stavano per precipitare nell'orrore, poi l'orrore arrivava e lui si tappava gli occhi, ma non serviva a nulla perch c'era una musica tremenda che lo terrorizzava anche di pi.
Poi il film finiva, e per Marino cominciava una notte da incubo. Sdraiato in camera al buio, di colpo le cose intorno a lui diventavano sinistre e spaventose. Una maglietta bianca sulla sedia ondeggiava come uno spettro, la collezione dei Puffi sullo scaffale sembrava fatta di piccoli mostri blu e malefici, pure i Bon Jovi dal poster appeso all'armadio lo fissavano come demoni coi capelli cotonati.
E allora figuriamoci come si sente adesso, tutto solo nel buio della sera, sdraiato su un letto muffoso dentro la Casa dei Fantasmi. Che lui non voleva restarci, voleva tornare a casa sua insieme a Rambo, e invece Rambo c' andato e l'ha lasciato qua, gli ha dato la pillola per i dolori e quella per dormire e ciao. Tra l'altro all'ospedale gliene davano solo mezza e mezza, ma Rambo ha detto che non ha senso, che se bastava mezza pillola allora nella scatola le mettevano cos, ammezzate. Quindi gliele ha fatte ingollare, e adesso Marino non sente i dolori e non sente niente, a parte un sonno pesante che gli chiude gli occhi e insieme una paura tremenda che glieli tiene aperti. E nella lotta fra i due resta immobile a fissare le ombre del bosco l fuori che entrano dalla finestrella, spinte dalla luce della luna piena.
Strane e lunghe, si stendono sul pavimento sporco fino alla parete, e l si drizzano e salgono fino al soffitto, affilate e minacciose e nerissime. Marino si volta a guardarle, ombre scure che si muovono appena nella brezza della sera, le fissa e sente gli occhi che si chiudono, sente che scivola nelle sabbie del sonno. Ma poi qualcosa lo chiama, un bisbiglio o una scintilla, si guarda intorno e il cuore gli si pianta in gola.
Cinque figure dritte ai piedi del letto, immobili e maligne. Cinque uomini armati di fucili, vestiti di stracci e con gli occhi stretti e luccicanti, puntati addosso a lui.
Oh dice quello pi alto, e la sua voce  profonda e distante, arriva dal fondo della notte, dal centro della spirale misteriosa del destino. Ciao, coglione.
Chi siete? chiede Marino con la voce che trema. Non mi fate del male, vi prego.
Lo sai bene chi siamo.
No, io... veramente no. Siete i padroni di casa? Io non ci volevo venire, giuro,  colpa di Rambo. Io volevo andare a casa mia, ho un appartamento a Querceta, ai grattacieli. Un attico, modestamente.
Cosa sono i grattacieli di Querceta? chiede un'altra ombra, con un fazzoletto bianco al collo. Io sono di Querceta e non li ho mai sentiti dire.
Ma come no, sono famosi.  una vita che ci sono, sar dagli anni Sessanta.
Ah, ecco perch non li conosco, noi siamo morti nel '44.
E il silenzio. O una specie di silenzio, coperto dal cuore di Marino, che adesso gli batte nelle orecchie cos forte che quasi lo butta gi dal letto.
E di Marino, su, ancora non hai capito chi siamo.
No, mi spiace ma no. Siete amici di mamma? Di Franco del frutta e verdura?
No, non siamo amici di nessuno. Noi siamo i cinque partigiani dice serio quello pi alto. E fissa Marino con un occhio che gli esce troppo dall'orbita.
Ma come, quali partigiani.
I cinque partigiani tragicamente uccisi.
Eh? In che senso?
Senti, come si chiama questa casa?
La Casa dei Fantasmi.
Ecco, bravo. Questa  la casa, e i fantasmi siamo noi. Bene?
Marino annuisce, per non tanto convinto. Ma quei partigiani impiccati?
Fanno di s con le teste, lenti, una volta sola e tutti insieme.
Ma... ma io sapevo che erano quattro uomini e una donna. Come mai voi siete tutti maschi?
Io sono una donna! dice quello col fazzoletto bianco al collo.
Marino lo guarda, lo studia bene. Ah s?
S, stronzo.
Scusi. Forse sono i canoni della bellezza che sono cambiati. E poi la guerra, le sofferenze... insomma, mi fido.
Il fantasma col fazzoletto fa un passo avanti, di scatto. Quello accanto lo ferma.
Ma guarda questo stronzo. Noi veniamo a salvarlo e lui ci tratta cos.
A salvarmi?
S, anche se non te lo meriti.
Ma a salvarmi da cosa? Oddio, che succede!
Stai calmo e ascolta. Tu lo sai come siamo morti, giusto?
Certo, impiccati agli alberi l fuori.
Esatto. Stavamo nascosti qua, ci era arrivata la voce che un commando tedesco ci stava cercando e bisognava scappare, ma pioveva forte e abbiamo deciso di restare un'altra notte. Ci riposavamo un po', poi all'alba tutti in piedi e via sui monti. Solo che i tedeschi sono arrivati proprio quella notte, e l'alba non l'abbiamo vista mai.
Il fantasma col fazzoletto che dovrebbe essere una donna dice cos, poi abbassano la testa tutti e cinque e restano zitti, alla luce della luna che li fa brillare di un bagliore freddo, come il ghiaccio sull'erba nelle mattine d'inverno. Poi quello pi alto riparte: Insomma, te non devi fare il nostro errore. Noi abbiamo aspettato un'altra notte, ma un'altra notte non c'era. E non c' nemmeno per te, Marino.
Eh? Ma in che senso, scusate, ma cosa vogliono da me i tedeschi?
Macch tedeschi! La guerra  finita, i tedeschi ora hanno altro da fare, sono l che lavorano a tutta forza e ci fanno un culo cos. Cosa gliene frega di te ai tedeschi.
Ecco, infatti, ma allora che problema c'?
C' che non hai pi tempo Marino, devi muoverti. E domani sar troppo tardi.
Ma cosa posso fare, non lo vedete come sono ridotto?
Basta scuse. Per quarant'anni sei stato bene, e cosa hai combinato? Niente di niente. E allora ci devi pensare adesso che stai messo male. Liberati dei pesi morti Marino, oppure ti portano a fondo con loro. Quel che  morto non esiste pi, buttalo via Marino, buttalo via.
Parlate voi che siete morti nel '44 e state ancora qua.
Senti scemo fa quello che dice di essere una donna, guarda che noi siamo morti per te. Ci siamo sacrificati per dare un futuro libero alle generazioni dopo di noi. E sinceramente, a vedere quello che combinate con tutta questa libert, io non lo so mica se lo rifarei.
Gli altri si guardano e fanno di s pure loro. Ci siamo sacrificati per voi, e voi passate i giorni a rimbecillirvi coi telefonini i computer la televisione. Era meglio buttarci in un buco e aspettare la fine della guerra e vaffanculo.
Marino li guarda, ma loro non lo guardano pi. Tengono gli occhi bassi e sospirano, non hanno pi voglia di parlare, non hanno voglia di niente.
Sentite, vi chiedo scusa. Non l'abbiamo fatto apposta. Non  colpa nostra. Quando eravate giovani voi internet non c'era, non c'erano i telefonini e i videogiochi e nulla di nulla. Magari se c'erano li usavate anche voi come noi giovani di oggi.
Ma quale giovane, Marino. Te non sei pi un giovane, te dovresti essere un uomo e non sei nemmeno quello. Te non sei proprio nulla. Sei arrivato a quarant'anni e ancora devi cominciare a vivere. Ma se stanotte non ti dai subito una mossa, la tua corsa finisce prima di partire. Capito?
S. Cio, no. Cio, non lo so. Ma...
Ma niente, Marino. Noi ti abbiamo avvertito, ora fai quello che ti pare. Per ricordati che non c' tempo da perdere. Stanotte o mai pi. Stanotte o mai pi.
Queste ultime parole arrivano con l'eco, come se venissero da pi lontano. La luce tremolante della luna cala, i cinque profili si fanno sempre pi sfumati e sembrano diventare una cosa sola con la parete dietro, finch davanti agli occhi di Marino resta solo il muro. Anzi, davanti agli occhi di Marino non c' niente, perch ha gli occhi chiusi.
Li spalanca solo adesso, quando sente questa stretta forte che lo scuote. E su di s, proprio addosso, ha un altro fantasma. Bianco come gli altri, con gli occhi fuori dalle orbite anche lui, con le stesse parole in bocca: Marino, svegliati, non c' tempo da perdere, bisogna darci una mossa!.
Marino si tira su come pu, sorride e cerca di mettere a fuoco il suo amico Rambo. Lo so, me l'avete gi detto.
Eh? Ma quando.
Adesso, sono tre ore che me lo dite.
... Vabb, comunque ora ascoltami bene.  successo un casino, ho chiamato te e non mi hai risposto, ho chiamato Sandro e non mi ha risposto, allora ho dovuto decidere da solo. Ho dovuto Marino. E ho portato qui la tua mamma.
Ma davvero? Che bello Rambo, e dov'? Perch non viene a salutarmi?
Rambo lo guarda, e storce la bocca.  morta Marino, no?
S, certo, ma pensavo che... boh, come sono venuti i partigiani, ecco...
 di l, in cucina. Scusami ma non potevo fare altro, da casa tua doveva sparire. Ma deve sparire anche di qua. C' da muoversi subito, mi dispiace amico mio, ma dobbiamo per forza.
Lo so Rambo, dobbiamo, e subito anche. Lo dobbiamo ai partigiani.
Rambo si scosta dal letto, ma continua a fissare il suo amico. La sua faccia, l'espressione che ci si disegna sopra.
A volte niente  pi inquietante di un sorriso.

I funghi della Transilvania
George continua a camminare nell'oscurit, si guarda intorno e non vede nulla,  disperato e non sa cosa fare. Ormai ha smesso di cercare i funghi, ora cerca solo di trovare i suoi amici e la strada, per non sa da che parte andare e allora si ferma un attimo. Ed  in quel momento che lo sente. Sembra un sospiro, ma forse sono parole dette sottovoce. Ma da chi? E cosa dice? George non lo sa, e non lo vuole sapere, vuole solo scappare. Subito comincia a correre, ma gira a caso in questa foresta intricatissima, e si sente sempre pi stanco, e quel sospiro malefico  sempre pi vicino, sempre pi vicino...
La faccia del signor Sandro si piega in dei modi stranissimi e paurosi mentre racconta, con la torcia puntata sotto il mento. Intorno  tutto buio, c' solo questa luce che gli storce il viso e la sua ombra gigantesca l dietro, sul telo della tenda, ancora pi spaventosa per il fatto che il telo dovrebbe essere teso e dritto e invece  proprio moscio e ogni momento sembra che ci cada addosso.
La tenda di Ferro  vecchissima, e non  nemmeno sua veramente. L'hanno lasciata dei turisti tedeschi tanti anni fa: avevano provato a campeggiare in spiaggia di notte ma  vietato, e Ferro  andato a dirgli che dovevano andare via, ma siccome era buio e non si sa mai chi incontri, lui per sicurezza c' andato con un remo in braccio. Li ha svegliati con un paio di colpi sulla tenda, e loro sono scappati via cos com'erano e non si sono pi rivisti. I colpi di remo invece si vedono ancora, sono due o tre buchi su un lato, e qualche buco pi piccolo l'hanno fatto i topi.
Per insomma, floscia e bucata ma la tenda regge, e noi siamo qua seduti in cerchio mentre il signor Sandro ci racconta di questo povero George, che era andato a cercare i funghi coi suoi amici e per si  perso in un bosco spaventoso.
E all'improvviso, dall'alto di un castagno sente un rumore diverso e sinistro, alza la testa e vede un grande pipistrello che vola in cerchio su di lui e scende in picchiata per colpirlo. Allora George gli lancia addosso il cestino dei funghi, che tanto era senza funghi, corre in mezzo agli alberi e ogni passo  nel buio e nel mistero, e George  disperato perch sa che gli Appennini sono montagne infide e pericolose e chiss cosa si nasconde a ogni passo in quel...
Gli Appennini? fa Zot, con la voce che trema. Scusi, signor Sandro, ma non ci trovavamo in Transilvania?
S, scusa, ho detto Appennini? Volevo dire Transilvania. Ma insomma...
E dal nulla sentiamo anche noi un rumore strano come George, sembra un lavandino che c' finita qualche schifezza e l'acqua un po' va gi e un po' torna su. Ma non  un lavandino,  Ferro sdraiato in fondo alla tenda che cerca di parlare.
Ci vengono... certi porcini... grossi come gambe di tavolino.
Dove nonno, in Transilvania?
No, no, sugli Appennini.
Ma qua non siamo sugli Appennini, siamo in Transilvania.
Ferro non dice altro, alza un braccio e lo sventola a caso, poi gli casca di nuovo floscio sul fianco, lui sbuffa e forse si addormenta, e la tenda si riempie del suo fiato velenoso. Perch siccome non gli hanno comprato il vino e a lui l'acqua gli sta antipatica, il panino con pecorino e acciughe l'ha mangiato con mezza bottiglia di Morte Secca che si  portato per la gita, e adesso il suo respiro mi fa girare la testa.
Comunque, George corre per questo bosco maledetto della Transilvania, davanti a lui gli alberi si attorcigliano e i rami sembrano braccia secche di scheletri che lo vogliono catturare, e l dietro il pipistrello lo insegue ancora, e intorno sente lamenti e rumori di catene, sempre pi vicini. Ma proprio quando pensa che sia arrivata la sua ora, George finisce in un punto dove gli alberi sono pi radi, e da l vede il cielo, e lass splende la luna. Una luna piena e gigantesca, proprio come stanotte ragazzi, e allora George si ferma e sente una forza che gli brucia sotto la pelle, sente i peli che cominciano a crescere, tantissimi e duri sul corpo, sente la faccia che si deforma e si allunga, sente le unghie che cadono e al loro posto vengono fuori artigli lunghi e affilatissimi, alza la testa alla luna e fa partire uno spaventoso ululato... AAAUUUUUUUUUUHHH!
Ma allora  una storia di lupi mannari! fa Zot col poco respiro che gli rimane. All'inizio aveva tutte le caratteristiche di una storia di fantasmi.
 anche una storia di vampiri dico io. Con quel pipistrello gigante.
Eh fa Ferro buttato l in fondo, pi che altro  una storia di merda.
Il signor Sandro non gli risponde, fa solo: Vabb, allora non vi dico come va a finire, si toglie la torcia da sotto il viso e la spegne, e di colpo nella tenda  buio tantissimo. Io e Zot vorremmo che la riaccendesse, che andasse avanti per sapere che succede, ma forse  meglio di no perch magari  troppo pauroso. Allora rimaniamo zitti, e ci pensa la mamma a chiudere i discorsi: Pi che altro, non era una storia da raccontare a dei ragazzi che stanno per passare la notte in mezzo a un bosco. Poi fa per alzarsi. E comunque io ora sono stanca e vado a dormire. Ragazzi, voi siete sempre convinti che volete stare qua dentro questo affare puzzolente?
Non rispondiamo subito, ma appena io dico di s si unisce anche Zot. Ci dormiamo solo noi due, i grandi si buttano nel retro della jeep qua accanto, che c' spazio e ci stanno quasi bene. E a me questa cosa di dormire in tenda mi piaceva tanto e mi piace ancora, ma piano piano nel buio comincio a vedere le ombre degli alberi che si muovono sopra il telo, e un po' di paura me la fanno.
E comunque questo bosco  meraviglioso, abbiamo fatto proprio bene a venirci. Siamo usciti dal piazzale della chiesa e c'era un cartello con una freccia che diceva SELVA DI FILETTO - AREA PIC-NIC. E noi non siamo qui per un pic-nic, ma insomma i panini ce li avevamo, poi dove c' un pic-nic c' anche spazio, e allora siamo venuti qua. E mentre venivamo Zot ha aperto la guida della Lunigiana,  arrivato alla pagina di questa selva e ha controllato, poi ha detto: Santa Caterina da Siena!, mi ha preso un braccio e me l'ha stretto cos forte che mi frizzava la pelle, poi ha letto anche a me:
La selva di Filetto  la miniera d'oro delle statue stele. In questo bosco antichissimo sono stati rinvenuti molti esemplari, alcuni ancora eretti nella loro posizione originale dove il Popolo della Luna ha voluto collocarli, forse a protezione di questo bosco millenario, luogo magico gi nella preistoria quando le trib vi si riunivano nella notte per riti e culti pagani.
Cos diceva la guida, e allora nessuno ha aggiunto altro, pure la mamma ha smesso di protestare. Tanto era chiaro che dovevamo passare la notte qua.
Solo che adesso, dopo la storia del signor Sandro, un po' di paura questo bosco me la fa, e mentre lui e la mamma si alzano e fanno per lasciarci soli sono contenta di vedere Ferro che russa pesante, e anche a volerlo svegliare sarebbe impossibile trascinarlo fuori dalla tenda.
Ci state lo stesso ragazzi? chiede la mamma.
S, ci stringiamo un po'.
Luna, vuoi che rimango anch'io?
No, davvero mamma, c' Ferro, non serve.
Bene. Ma io sto qua a un passo eh, se c' qualcosa sono qua.
Va bene, ma non serve.
E domani andiamo a vedere il museo delle statue della luna, ok?
S mamma, evviva. Ma ci pensi che praticamente stavano tutte qua? Il Popolo della Luna le aveva messe tutte qua dove siamo noi.
Precisamente fa Zot, e chiss quante ce ne sono ancora da scoprire. E lo stavo per dire anch'io. Mi giro verso di lui e ci facciamo di s per un pezzo. Ci ferma solo la mamma, che si china e mi d un bacio, poi ne d uno anche a Zot, che l per l scatta indietro perch non lo sa mica cosa gli vuole dare la mamma, magari uno schiaffo o uno sputo. Lei lo bacia sulla guancia e a Zot scappa una risata emozionata e storta, poi sta tutto zitto.
Buonanotte ragazzi, che il Signore sia con voi ci saluta Sandro.
Buonanotte dico. Domani per ce lo racconta come va a finire la storia di George?
Sandro ride e fa di s, poi chiude la cerniera della tenda e lui e la mamma sono solo due ombre lunghissime che vanno alla jeep. E noi restiamo qua nel silenzio.
Cio, silenzio, c' Ferro che russa e ogni tanto biascica qualcosa che forse sono parole ma somigliano di pi a robe rotte che rotolano dentro uno scatolone. Io mi sdraio a pancia in su e Zot si sdraia accanto a me, e ci mettiamo a guardare la luce della luna che diventa rossa sul telo sgonfio e bucato della tenda. Prendo la coperta, e qui sotto si sta molto meglio. Sdraiati per terra, sopra di noi la coperta, poi la tenda, poi gli alberi del bosco che comincia proprio davanti a noi, poi la luna lass tutta piena.
Zot, secondo te come va a finire? chiedo sottovoce.
Come va a finire cosa, l'avventura di George o la nostra in Lunigiana?
Quella di George.
Ah no, quella purtroppo non lo so. Forse essendo diventato un lupo pu scappare pi veloce, o l'istinto gli d l'ardore necessario per combattere o... non saprei, le possibilit sono molteplici.
E la nostra? La nostra invece come va a finire?
Eh, be', la nostra chi lo sa Luna, la nostra chi lo sa.
E restiamo cos, nel silenzio della notte, coi grilli intorno che suonano la loro canzone per far innamorare le femmine. E come far la femmina dentro tanta musica a capire chi la suona meglio,  un rumore unico e sempre uguale da tutte le parti, e secondo me il grillo femmina a un certo punto si stufa di ascoltare e sceglie a caso, salta sul primo grillo che trova e va bene cos.
E addosso alla musica dei grilli salta pure Ferro, che russa e copre tutto e solo ogni tanto smette, e quando smette fa dei rumori con la bocca che a volte sembrano parole.
Per a un certo punto diventano parole per davvero, le capisco, e le capisce pure Zot perch mi stringe il braccio sotto la coperta. E stiamo senza respiro ad ascoltare questa voce storta che non sembra nemmeno sua.  pi profonda, come se arrivasse da lontano, sale e scende tutta strana. Ma ancora pi strano  quello che dice: Il castagno... sotto il castagno... subito... ti aspetto sotto il castagno a V.
Giuro, ha detto cos.

Lass sono tutti felici
Un rumore debole, grattato, va avanti da quando sono partiti dalla Casa dei Fantasmi, e per un attimo Rambo ha pensato che venisse da dentro il sacco sul sedile accanto. Forse un lamento, forse le unghie della mamma di Marino che si scongelava, ricominciava a muoversi e grattava la plastica per liberarsi. Non  cos, chiaro che non  cos,  assurdo averci pensato anche un solo secondo. Ma insomma, quando guidi con una morta accanto  dura mantenere i pensieri secchi e lucidi.
Comunque la ragione del rumore  semplice, sono le ruote della Panda che sotto il peso del carico strusciano contro la carrozzeria. Glielo spiega Marino, mezzo sdraiato sul sedile dietro, con la voce sofferente ma precisa.  cos da quando Rambo  arrivato con la vecchia alla Casa dei Fantasmi. Lungo la strada aveva pensato mille modi per chiarire la situazione al suo amico, per fargli capire che dovevano muoversi, che non c'era alternativa e non c'era tempo e bisognava fare subito qualcosa. Per Marino era gi convinto che bisognava fare qualcosa, anzi, aveva pure progettato benissimo cosa.
Infatti ha mandato Rambo a prendere dei sacchi neri e delle corde, e le bozze di cemento fuori dalla gelateria Ice Dream.
Quali bozze di cemento.
Quelle che reggono gli ombrelloni.
Ma che ci facciamo.
Servono dei pesi, e all'Ice Dream hanno quelle pi pesanti. Sono pesanti anche quelle del bar davanti all'edicola, ma l  troppo in centro e possono vederti. L'Ice Dream  il compromesso perfetto tra pesantezza e rischio. Prendine quattro.
Ok, anche cinque.
Esagerato, quattro vanno bene. Ma ora vai.
E Rambo  andato, e in effetti davanti alla gelateria c'era il deserto, e le bozze erano pesantissime. Le ha caricate nel bagagliaio della Panda ed  tornato alla Casa dei Fantasmi, ha finito di rovinarsi la schiena portando prima Marino e poi la sua mamma in spalla, li ha sistemati sulla Panda e sono partiti. Ed  cominciato questo rumore tremendo che per non  lei che gratta il sacco, sono le ruote che toccano il parafango di questa macchina di merda, in questa notte di merda che Rambo proprio non sa come andr a finire. Fortuna che sa tutto Marino, pratico e chiaro in modo spaventoso, a parte ogni tanto qualche discorso sui partigiani che Rambo non capisce, ma adesso non  il momento di capire.
Andiamo al Bagno Italia. C' l'accesso al mare, arriviamo subito in spiaggia e prendiamo il pattno pi vicino all'acqua.
Ok. Speriamo di trovare un pattno pronto coi remi.
C' pieno di pattni adesso,  cominciata la stagione delle seppie, ne troviamo quanti ne vogliamo. Scegliamo il pi vicino alla riva.
E avanti cos, fino al viale a mare, che nelle notti d'estate  pieno di luci e rumori e le macchine corrono e sono cos tante che se bevi un po' i mille fari di passaggio diventano un unico fiume luccicante che ti porta via verso la vita, verso le possibilit e il futuro. Ora invece, un mese dopo, c' solo la Panda Italia '90 che lo attraversa a fatica e nient'altro, e su questa lunghissima striscia di asfalto contornata di bagni chiusi e ristoranti chiusi e locali chiusi ci sono solo loro due. O tre, se conta anche la mamma di Marino, ma forse non conta.
Sei sicuro che il mare  la cosa migliore?
S dice Marino.
Ma non  meglio se per esempio... boh, scusa, non te la prendere, ma non  meglio se magari la bruciamo?
No. Non esagerare. La mamma deve sparire, ma col massimo della dignit. Darle fuoco  fuori discussione.
Hai ragione, ma insomma, metti che c' una mareggiata forte e la riporta a terra.
Con questi blocchi di cemento non  possibile. Si pianta sul fondo, e piano piano la sabbia la ricopre. Se ci pensi  una sepoltura in tutto e per tutto, in fondo al blu invece che sottoterra fra i vermi. Vedi, la mamma amava due cose, stare al mare e tenere me lontano dai problemi. Marino lo dice, poi fa segno in alto col dito e sorride. Sai Rambo, sento che la mamma lass  felice in questo momento. E io pure. E anche i partigiani.

Il sesso delle meduse
Se vuoi dormire da sola ti lascio la macchina e sto qua fuori. Davvero eh, non c' problema dice Sandro mentre apre il portellone dietro della jeep.
E sempre si stupisce di questo buco magico che  la bocca, tipo il cappello a cilindro di un mago che possono uscirci conigli, fiori, colombe. Anche dalla bocca pu uscire qualsiasi cosa, tranne quello che pensi veramente.
Per Serena non risponde, sale sulla jeep e basta, e allora sale anche lui ma solo per alzare i sedili che sono fatti apposta per lasciare spazio a vanghe, forche, mitragliatori, casse di munizioni e qualsiasi altro arnese possa tornare utile al padrone di una camionetta del genere. Oppure per farci sdraiare loro due, se questa donna meravigliosa coi capelli che ballano alla luce della luna rispondesse che no, non le dispiace se anche lui dorme l dentro. Solo che nulla, lei stende un telo e ci si mette a sedere e resta a guardarsi intorno, la lamiera della carrozzeria, i finestroni laterali e le finestrelle sul tetto che inquadrano le stelle. Poi gli occhi di Serena planano su di lui, e anche se occhi cos magnifici ti dicono cento milioni di cose tutte insieme e tutte spaventosamente profonde, in realt Serena non gli dice niente di niente. E allora Sandro cerca di sorridere, sventola la mano, scende dalla jeep e fa per richiudere il portellone.
Ma dove cavolo vai.
Boh, qua fuori. O nella tenda coi ragazzi.
Nella tenda non c' spazio.
Vero. E allora qua fuori per terra. Non  un problema, non fa tanto freddo.
Certo, come no dice Serena. Si stende, incrocia le braccia dietro la testa, lo guarda da l in fondo a tanta bellezza. Ma dove vuoi andare, vieni qui.
Sandro ingolla a vuoto un paio di volte, fa di s e cerca di non sorridere cos tanto come gli viene. Vai Sandro, vai Sandrino che questa notte  la tua notte. Lei ti ha detto che dorme con te, ti ha detto vieni qui, con quella voce l che scalda come i termosifoni in casa della zia Gilda e dello zio Athos, che lui era stato in guerra in Russia e aveva patito cos tanto freddo che non lo voleva patire mai pi, e allora tenevano i termosifoni a palla tutto l'anno. In casa loro la frutta andava a male in cinque minuti, e una volta avevano preso un pesce rosso che  morto quasi subito, bollito a fuoco lento nella sua boccia. Ecco,  cos che lo scalda la voce di questa femmina pazzesca, che  chiaramente la donna della sua vita, e sta l distesa alla luce della luna invitandolo ad andare da lei. Una donna che fino all'altro giorno aveva per lui solo calci e cazzotti, e adesso invece accetta di dormirci insieme. Cio, non proprio insieme, ma molto vicini. E Sandro deve restare calmo e muoversi bene. Passo dopo passo Sandrino, passo dopo passo.
Entra nell'auto e si chiude il portellone dietro, ed  come scacciare via il resto del mondo. Vattene universo, vai a fare casino da un'altra parte, stanotte lasciaci soli.
Sandro si sdraia accanto a Serena, e vorrebbe dire subito qualcosa di intelligente ma non gli viene. Allora cerca qualcosa che magari non sia tanto intelligente ma copra comunque questo silenzio, e per non gli viene nemmeno quello. E per fortuna alla fine ci pensa lei.
Senti, ora per me la racconti bene, eh.
Cosa ti racconto, scusa.
La storia di prima, non me la puoi iniziare cos e poi basta, dimmi com' andata.
Ah, ma nulla, in realt la inventavo l per l. Forse finisce che lui diventa un lupo mannaro e ammazza il pipistrello, oppure ritrova la strada e si salva, oppure...
Ma no, chi se ne frega di quella storia l, io dico la cosa a scuola.
...
Di, quella cosa di prima in chiesa, quella che ho fatto al liceo e che hai detto che  uno dei momenti pi belli della tua vita. Ma che roba era? Io non me la ricordo.
Be', te non ti ricordavi nemmeno che c'ero, a scuola.
No, non  che non mi ricordo di te, io sono convinta che te al liceo non c'eri.
Cosa? dice Sandro, e cerca un tono offeso ma gli scappa da ridere. Cio, te non solo non ti ricordi di me, ma vuoi cancellare cinque anni della mia vita.
Ma no,  solo che proprio non...
No ma cancellali pure eh. Anzi, mi fai un piacere, cinque anni di merda.
Ah s?
S, andava tutto al contrario di quello che volevo io. Volevo che le ragazze mi saltavano addosso e invece, appunto, non mi vedevate nemmeno, e in compenso mi saltavano addosso i maschi, per menarmi.
Menarti? E perch.
Perch non ero come loro. Io ero un ribelle, ero punk.
Ah, ma aspetta! Ma eri quel tipo con la cresta rossa dritta sulla testa e la spilla infilata nell'orecchio?
No, quello era il Bindi.
Ecco, vedi, lui me lo ricordo. Era molto fico. Anche te avevi la cresta?
No, io non... io avevo i capelli lunghi. Cio, un po' lunghi. E avevo il giubbotto di pelle con le spillette sopra.
Mah, secondo me non eri un ribelle. Senn ti notavo. A me i ribelli mi sono sempre piaciuti, purtroppo.
Eh no, a te piacevano i ribelli finti, tipo il tuo fidanzatino Fiori. Facile vestirsi tutto stracciato e suonare la chitarra per la strada quando pap  notaio e torni a casa e c' la filippina che ti scalda la cena. Lo sai che fine ha fatto il Fiori? La fine di tutti quelli l, sta in giacca e cravatta pure a colazione, e organizza le cene dei Lions. Capito che grande ribelle il tuo amico?
Sandro finisce tutto carico,  un argomento che lo fa incazzare e ha proprio alzato la voce. E Serena resta zitta. Un silenzio che dura un attimo, ma basta per mettergli paura. Scemo, doveva solo parlare e farla parlare, due battute simpatiche, un sorriso, e avvicinarsi piano piano. Invece si  fatto prendere la mano pensando a quella merda del Fiori, che una volta davanti a tutti gli ha staccato una spilla dei Dead Kennedys dallo zaino, ci ha sputato sopra e poi ce l'ha rimessa e gli ha detto: Vai, domani te ne lavo un'altra. E ancora oggi, dopo pi di vent'anni, quello stronzo continua a rovinargli la vita mettendogli in bocca parole velenose che hanno allontanato Serena.
Per no, per fortuna  solo un attimo, poi lei riprende a parlare: Lo so che  ricco e triste, ma lo sai cos' triste veramente? Che ci sono stata insieme un anno e l'ho lasciato proprio quando ho scoperto questa cosa, che era ricco. Dimmi te se non sono scema.
No Serena, non sei scema, hai fatto bene. Magari potevi avere un sacco di soldi, ma sai che vita deprimente che facevi.
Eh, invece guarda qua com', tutta allegria lo dice e si tira su col busto, si avvicina al finestrino e guarda fuori, verso la notte e verso la tenda in mezzo a tutta quella notte. Che dev'essere tranquilla e a posto, perch dopo un momento si stacca da l e torna a sdraiarsi accanto a lui. E forse  solo una sua idea, ma gli sembra che adesso Serena stia un po' pi vicina, con una mano sul tappetino che quasi lo tocca.
Insomma, basta, raccontami questa cosa che ho fatto al liceo e ti  piaciuta tanto.
S. Cio, ma nulla di che,  una cosa che magari te non ci hai fatto neanche caso.
Sicuramente, per ormai la voglio sapere. Si aggiusta sul fianco e si avvicina ancora di un millimetro, che sar poco ma Sandro lo sente tutto sulla pelle.
E forse  per questo che non sa da dove partire. Respira forte, fino a sentire male ai polmoni, ma insieme all'aria ha respirato anche il profumo di Serena, e allora comincia a raccontare tutto carico.
Era la festa di fine anno, quando eravamo in quinta. In quel locale sul viale a mare che adesso  tutti appartamenti.
La Caravella.
Brava, proprio lei! Te stavi l in mezzo alla pista e ballavi con tutti intorno che provavano a ballare insieme a te.
Ah fa Serena, secca. Sta zitta un attimo a guardarlo, poi: E uno di questi sfigati eri te.
No, io stavo coi miei amici in un angolo, vicino ai bagni.
E che facevi?
Ma non  importante cosa facevo io. Non me lo ricordo. Sicuramente parlavamo male di quelli che ci passavano davanti, e della musica commerciale che mettevano.
Bella seratina.
Oh, altro da fare non c'era. Anche perch non ci considerava nessuno. E comunque te ballavi e ballavi, e intorno c'erano tutti i maschi della scuola che provavano a fare colpo. Gente di una tristezza impossibile. E a un certo punto... a un certo punto uno  svenuto l sulla pista,  cascato per terra.
Cosa? Ma io non l'ho mica visto, non me ne sono accorta.
Come no, te sei stata la prima a correre, sei andata l e...
No, guarda, vabb che sono scema ma questo me lo ricorderei. Se uno sveniva davanti a me figurati se me lo scordavo.
No, ma infatti non  proprio svenuto svenuto. Forse  solo scivolato, ma te sei corsa l e l'hai preso al volo, perch senn... senn boh, magari picchiava la testa e...
Mah, a parte che non mi sembra una roba cos fantastica, poi secondo me non  proprio successa.
Ma come no!  successa davanti ai miei occhi, me la ricordo come se fosse ora.
Ah s? E com'ero vestita io?
Sandro non risponde subito, guarda Serena, la fissa con tutta la forza come per vedere attraverso il tempo. Non pu sbagliare, deve stare calmo e non sbagliare.
Allora, avevi dei pantaloni militari come ora, una maglietta sotto e una camicia, non mi ricordo se militare anche quella o di jeans.
Eh, capirai che sforzo, sono sempre vestita cos.
Vabb, non  colpa mia, per vedi che me lo ricordo.
E invece no dice Serena. Ma lo dice strano. Con un tono diverso, e infatti Sandro lo sente, smette di studiare i suoi fianchi e torna su agli occhi, che nel buio brillano di una luce che non gli piace pi.
Ma come no.
No, non ero vestita cos. Quella sera avevo il pigiama e i calzini di spugna.
Ma no, non  vero, figurati se sei venuta alla festa in pigiama.
Appunto, io alla festa non ci sono proprio venuta, sono rimasta a casa.
Cosa? Ma no, non  possibile, quell'anno c'eri. O forse era l'anno prima...
Mai andata. Quegli sfigati gi li dovevo vedere a scuola, figurati se avevo voglia di rivederli la sera. Poi il preside annunciava la vincitrice di Miss Liceo, e tutti gli anni ero io, ti pare che mi interessava salire sul palco e... no, mi spiace, ti  andata male. Che fra l'altro sei proprio scemo. Cio, ti piacevo tanto e non ti sei accorto che non c'ero mai a quelle feste?
Sandro la guarda, non risponde di s n di no. Pensa alla risposta giusta, che ovviamente non esiste. Alla fine alza le mani, abbassa lo sguardo. Non lo so Serena, non ci sono mai andato nemmeno io.
Un attimo infinito di silenzio. Poi: Ecco. E allora perch dici queste stronzate?. Serena scatta su seduta, lo fissa e forse fa quasi per alzarsi, ma poi resta l. Sai, al liceo hai fatto una cosa bellissima che non me la scorder mai nella vita, e poi mi inventi questa scemenza della festa di fine anno. Ma che senso ha, mi prendi per il culo? Eh? Ti diverti?
Sandro non risponde, non dice nulla, solo la guarda.  un imbecille e lo sa da s. Questa storia del ballo inventata l per l proprio non aveva senso, era nata per finire male, ma gliel'ha raccontata lo stesso per evitare di dire le cose come stavano. Ecco il suo problema, che per lui le cose come stanno sono sempre poche e misere, per questo prova a tirarci su altra roba intorno e la accumula sperando di fare una figura un po' meno triste. Ma poi la roba intorno crolla e resta solo lei, la squallida verit, tutta impolverata da questo casino.
Ma adesso no, adesso non pu finire cos. Sandro si sente strano, gli manca il respiro, si siede con le spalle al finestrino e di colpo gli esce dalla bocca una roba pazzesca e spaventosa, come in quel documentario dove c'era uno che era andato in Costa Rica, aveva mangiato un frutto nella foresta e dentro c'era una specie di larva, e l'insetto gli  cresciuto nel corpo e un giorno dal nulla lui ha sentito qualcosa in gola, ha aperto la bocca e gli  uscito uno scarafaggio gigante.
Ecco, adesso Sandro fa uguale. Solo che dalla bocca gli esce questa roba assurda che si chiama verit.
Senti Serena dice cercando di guardarla negli occhi. Sono uno scemo, ma tanto lo sapevi gi, quindi, ti prego, non ti arrabbiare. La storia del ballo me la sono inventata,  vero, ma solo per dirti un giorno preciso, una cosa bellissima che hai fatto una volta. E invece te non eri cos, te eri bella sempre.  troppo facile fare una cosa bella una volta ogni tanto. Prendi i serial killer, quando li beccano poi i vicini alla tv dicono sempre che non ci possono credere, che erano persone cos gentili, una volta gli hanno prestato il latte, una volta hanno fatto scendere un gatto da un tetto. Una volta, s, poi il giorno dopo hanno aperto della gente con la motosega. Anche al liceo, sai quanti ne incontravo il pomeriggio per la strada, da soli, che mi salutavano e sorridevano. Poi la mattina dopo a scuola in mezzo agli altri mi prendevano per il culo o mi disegnavano i cazzi e le svastiche sulla Vespa. Te invece no Serena. Te eri diversa, perch eri sempre uguale, eri sempre te in ogni momento che ti guardavo. E ti guardavo un sacco eh. Una volta volevo anche comprarmi una macchina fotografica superpiccola che vendevano su un giornale, dicevano che era quella che usavano le spie, per farti delle foto. Non mi vergogno. Cio, s, un po' s, per te lo dico, ci ho pensato, non l'ho comprata solo perch diceva che ci voleva un mese per averla, stavamo a maggio e la scuola finiva. E comunque io ti volevo fare le foto, ma non perch eri bella. Cio, eri bella, eri bellissima, e ora pure. Anzi,  assurdo ma sei ancora pi bella adesso,  cos e lo sai e non dire di no. E per insomma, non era per quello che volevo farti le foto. Non volevo fotografarti il culo o le tette e toccarmi la notte. Cio, magari anche s, per non era il motivo numero uno. Il motivo  che volevo fotografare com'eri quando arrivavi a scuola, com'eri quando uscivi di classe, quando il preside ti diceva che dovevi portare la fascia di Miss Liceo e non gli rispondevi nemmeno. Io volevo fare una foto a com'eri te stessa, sempre e solo come volevi, da tutte le parti e con tutti, senza preoccuparti se non c'entravi nulla col resto, anzi senza accorgertene proprio, e andavi dritta a regalare questa bellezza alla gente intorno, che  scema e cretina e deficiente, ma ti giuro che di questa bellezza se ne accorgeva. Io volevo fare una foto a questo, perch una foto fa durare per sempre una cosa che invece  un attimo e non la trovi pi. E io infatti una cosa cos non l'ho rivista mai pi, per anni e anni piatti e tutti uguali. Fino all'altro inverno, che sono tornato a scuola e ho conosciuto Luca. Ecco, Luca era cos, uguale a te, e io non ho una lira ma se ce l'avessi scommetterei tutto che pure Luna quando cresce  cos, si capisce gi adesso. Due figlioli splendidi, senza babbo e senza niente, li hai tirati su da sola e sono venuti cos. E invece cosa ho fatto io, boh, non ho fatto un cazzo. Non posso neanche dire che non sono riuscito a fare quello che volevo nella vita, perch non ci ho nemmeno provato, ho solo rimandato tutto. Ma proprio tutto eh. Sul comodino ho una lettera scritta da un bimbo delle elementari, l'ho trovata un giorno in pineta, era attaccata a un palloncino che ha fatto un viaggio pazzesco e poi  finito l, e chiedeva solo di rispondere con una cartolina. Ma dopo quel viaggio lunghissimo il palloncino ha avuto la sfiga di finire da me, che l'ho portato a casa e ho detto Domani compro una cartolina e gliela mando, poi domani  diventato domani l'altro, poi il giorno dopo... e sono passati nove anni Serena, nove! Cosa ci voleva a prendere una cartolina, a scrivere Ciao e vaffanculo e spedirla? E invece no, ho rimandato e basta, sempre pi in l, come tutto quanto, fino a un giorno che  troppo tardi e non puoi pi provare, puoi solo pensarci e scuotere la testa. Ti guardi intorno e non hai nulla di quello che volevi, e non sai nemmeno cos' che volevi, e forse infatti io non voglio proprio nulla. Anzi, no, io ora lo so cosa voglio, Serena. Io voglio te.
Ecco, Sandro l'ha detto, e ora ha finito le parole e anche il fiato, gli restano solo i battiti del cuore fitti e impazziti. Quella cosa strana che sentiva in gola adesso non c' pi, respira meglio, come se quelle parole uscendo gli avessero portato via tanta roba incastrata e di traverso. Si sdraia su un fianco, le spalle a Serena, voltato dall'altra parte. E non dice nulla, solo silenzio, pesantissimo dopo tutte quelle parole, solo silenzio e i grilli l fuori. E il rumore dei vestiti di Serena mentre anche lei si stende. Forse vuole dormire, forse fa finta come lui. Boh. Non importa.
Importa solo che  andata male, Sandro ci ha sperato ma  andata male. Succede, quando si prova a fare qualcosa. E ora pu solo sforzarsi di stare immobile sdraiato accanto a Serena, e pianta gli occhi nella carrozzeria dell'auto, tanto forte che rischia di ammaccarla, cos poi Rambo si incazza.
Che poi Rambo sar gi incazzato, perch stasera l'ha chiamato dieci volte e gli ha mandato un messaggio con scritto Chiama, qui  un casino, ma Sandro non ha risposto e non l'ha richiamato. Perch lui non  un amico, lui  una merda che pensa solo a se stesso e a quello che vuole lui. O a quello che voleva, e ora sa che non lo pu avere. E allora magari  meglio se esce subito da questa jeep maledetta e telefona a Rambo e sente cosa succede, e...
E per niente di tutto questo. Perch sono discorsi, e i discorsi sono aria, e si sperdono tutti appena Sandro sente questa cosa che  leggera e delicata e insieme per vera come solo le cose che si toccano. Anzi, che lo toccano. Una carezza forse, sul braccio, una mano che lo sfiora. La mano di Serena. E Sandro diventa un sasso. Un sasso bollente e con gli occhi spalancati, che cerca di guardare dietro ma senza voltarsi, senza muoversi, perch i sassi mica si muovono. E poi magari  solo un caso, magari Serena sta gi dormendo e si  mossa nel sonno. S,  cos per forza. Per continua a sentirla, lo carezza, lo tocca, e Sandro comincia a credere che forse un po' lo chiama. E allora, se  questa mano favolosa a chiamarlo, pure un sasso risponde. Sandro si gira di scatto, e Serena  proprio l, i suoi occhi scintillanti si abbassano, la sua bocca splendida, quella specie di sorriso che non  un sorriso perch Serena ce l'ha sempre fisso sulle labbra, adesso trema e cambia in qualcosa di nuovo e meno sicuro, che Sandro prova a guardarlo ma non lo vede pi, perch la bocca di Serena ora  troppo vicina,  addosso alla sua, come lei  addosso a lui, o lui a lei, pelle su pelle che si cerca, si struscia cos forte che diventa una cosa sola e salata e caldissima e viva.
Si baciano, poi lei gli morde il labbro di sotto, poi torna con la lingua dentro la bocca di Sandro, che la bacia e insieme non sa bene cosa fa, perch le sue labbra sono su quelle di lei, e intanto le dita sfiorano i suoi fianchi, e la gamba di Serena preme fra le sue... e di colpo la vita di Sandro diventa interessantissima in pi posti insieme, dopo anni di giorni tutti identici e senza niente dentro a smuoverli, adesso da tutte le parti ci sono occasioni importanti che chiedono la sua attenzione. Ogni tanto lei si stacca e dice qualcosa, ma forse non sono parole,  un respiro caldissimo e insieme una specie di lamento nell'orecchio di Sandro, che scivola con la bocca fino al collo di lei, per baciarlo e leccarlo ma soprattutto per aprire gli occhi e guardare, guardare tutta questa donna meravigliosa, anche se la luce  debole e la sua meraviglia gliela accenna e basta. E magari a una donna questa penombra piace, crea un'atmosfera soffusa e romantica, ma a Sandro no. Lui vorrebbe il sole pieno di mezzogiorno che brucia le formiche sulla strada, vorrebbe avere uno di quei fari che usano le navi per fare segnali alla costa da miglia di distanza, montato qua sopra e puntato dritto su Serena. Perch non ha mai messo le mani addosso a una donna cos stupenda, forse non ci ha mai messo nemmeno gli occhi, e allora vorrebbe vederla benissimo. Ogni profilo, ogni punto liscio e perfetto che sente con le mani, vorrebbe poterlo riprendere con una telecamera e riguardarselo all'infinito, sedersi su un divano e passare la vita davanti allo schermo e morire l con gli occhi aperti, come la mamma di Marino.
Ecco, esatto, a questo pensa Sandro. Mentre scorre con una mano il cotone della camicia militare e arriva fino al morbido dei fianchi di Serena, mentre passa sotto la camicia e comincia a risalire, Sandro pensa alla mamma di Marino morta sul divano. Come quando aveva vent'anni, e gli avevano detto che per non godere subito e durare un po' di pi doveva pensare a cose tremende, tipo gente morta o arti spezzati o cani e gatti spiaccicati o il bagno di un ospizio a fine giornata. E vabb che all'epoca aveva vent'anni, ora ne ha il doppio e la storia dovrebbe essere diversa, ma a fare la differenza ci dovrebbe stare tanta esperienza in mezzo che cambia tutto, invece l'esperienza non c' stata, e allora Sandro deve ancora pensare alla signora Lidia morta mentre le sue mani risalgono la schiena di Serena, che si piega e trema. Sente le gambe di lei che si aprono e si accostano alle sue, e in un attimo la prende e adesso Serena non sta pi su un fianco ma sopra di lui, ed  vero che hanno tutti e due i pantaloni, ma quei due strati finissimi di jeans e di roba militare praticamente non esistono, l'uccello di Sandro l sotto lo sa e non capisce pi nulla. Anche perch Serena adesso gli carezza il collo con le mani piegandosi in avanti, e Sandro sente i seni che gli sfiorano il petto da sotto la camicia, lei si muove col bacino, su e gi, su e gi, e lui prova a pensare ancora alla mamma di Marino morta e secca e con la pelle che si stacca dalle ossa marce. Ma la pelle di Serena, il profumo di Serena e i piccoli suoni che fa con la bocca sono cos caldi che pure la mamma di Marino nel freezer diventa sensuale e arrapante.
E allora a Sandro diventa chiaro che c' poco da fare, stringe i denti e si aggrappa con tutte e due le mani al culo di Serena, la palpa e la spinge avanti e indietro, avanti e indietro, e a questo punto non  pi possibile resistere, non  pi possibile tenersi. Sandro rischia di romperselo, di spezzarlo in due, allora stacca le mani dai fianchi di Serena e si promette di tornarci in un attimo, giusto il tempo di sbottonarsi i jeans e...
E intanto Serena, con un sospiro nell'orecchio, gli chiede se c' una coperta. Perch Sandro  a duemila gradi per la situazione, ma in effetti  umido e i finestrini della jeep fanno passare tutti gli spifferi. Per una coperta non c', c' solo un telo cerato l in fondo, che Rambo tiene in caso di tsunami e cataclismi vari. Glielo dice, e Serena prova ad arrivarci restando seduta su di lui, inarca la schiena nella bellezza illegale dei suoi fianchi, ancora pi assurda sotto questi pantaloni militari pensati per andare in guerra o a caccia o a sopravvivere nei boschi, non certo per contenere uno splendore del genere. Sposta le sacche e tasta fra la roba, con un movimento lungo e strusciato che Sandro sente tutto addosso, lo sente bene, lo sente troppo. E allora per non chiudere subito questo momento che dovrebbe durare per sempre, tuffa di nuovo i pensieri nelle cose pi tremende del mondo.
Si immagina la mamma di Marino che fa l'amore col fruttivendolo nel retro del negozio, ma adesso c' anche lui in mezzo, e diventa una specie di triangolo orripilante. La signora Lidia per di pi  morta, e mentre Sandro e il fruttivendolo se la fanno le cascano gli occhi, e dai buchi vengono fuori dei vermi e dei ragni giganti e...
Ma anche se Sandro ha visto milioni di film horror, anche se  bravissimo a inventarsi robe brutte, niente di quello che gli viene in mente pu fare a gara con la cosa che succede davvero: quando Serena prende finalmente la cerata, se la mette sulle spalle e torna dritta su di lui, qualcosa cade gi dal telo e picchia forte per terra, sull'alluminio della jeep.
Sandro se ne frega e ricomincia a palparla, mentre Serena prende quella roba e fa per toglierla di mezzo. Per non la butta via, la guarda un attimo e si struscia sempre pi lenta, poi proprio smette di muoversi.
E di colpo Sandro non vede pi il suo corpo, il suo culo, le sue gambe disegnate sotto i pantaloni militari. No, tutto  coperto dagli occhi di Serena, che stanno addosso a lui, secchi come due martellate.
E questo che cazzo  dice.
Sandro si tira su col busto e guarda. E una mano invisibile gli entra in gola dalla bocca spalancata, si infila in quel tubo che porta l'aria ai polmoni e gli ruba tutto il respiro che ha.
Che cazzo ! dice Serena, e alza quell'affare, lo sventola come se volesse sbatterglielo in testa. E gli farebbe molto male, perch il legno  pesante e pieno di schegge.  il legno della statua stele che aveva provato a scolpire lui, coi braccialetti appiccicati, e insieme ci sono ancora il seghetto e gli altri attrezzi che Rambo ha usato per farne una meglio. Una roba vecchia,  dell'altro giorno ma a lui sembra di un altro secolo, di un altro Sandro che non esiste pi.
Cerca un modo per spiegarlo a Serena, per farle capire che non  niente, deve solo buttarla via e non pensarci, tornare ad amarlo e a strusciarsi per sempre come un attimo fa. E per  tutto finito, tutto, e solo Sandro non l'ha ancora capito. Gli occhi di Serena invece s, e pure l'aria intorno, pure i grilli fuori che hanno smesso di cantare. Pure l'uccello di Sandro, che si  lasciato morire e adesso sta l senza vita, molle come una medusa spiaccicata sui terribili scogli del destino.

Casca il mondo
Ecco, ora l'hai sentito?
No, che ha detto?
Non lo so, mi sembrava dice Zot sottovoce, poi torniamo ad ascoltare Ferro che dorme.  un'ora che stiamo qua seduti davanti a lui, o magari non proprio un'ora ma insomma, anche dieci minuti sono tanti se li passi a sentire un signore anziano che russa, e i suoni che manda a volte sembrano respiri di uno che sta per soffocare e a volte un'auto rotta che non parte. Per prima, fra tutti questi rumori, Ferro ha detto qualcosa. L'abbiamo sentito benissimo, ha detto Il castagno... sotto il castagno... subito... ti aspetto sotto il castagno a V. E magari qualcuno pu pensare Vabb, tanta gente parla nel sonno, succede, ma si vede che quel qualcuno non stava qui nella tenda, perch senn sentiva la voce di Ferro cos profonda e pulita e diversissima dalla sua normale, e gli venivano i brividi come sono venuti a noi.
Non  la sua voce, parla sotto ispirazione! ha detto Zot. Perch ai tempi di Tages e di tutto quel passato l bellissimo, quando la gente ascoltava la natura e i fulmini e il volo degli uccelli, succedeva che qualcuno a un certo punto si ubriacava o impazziva, e cominciava a parlare con una voce strana e diceva cose stranissime, e oggi lo manderebbero subito al manicomio ma a quei tempi invece lo stavano ad ascoltare, perch le sue parole erano messaggi dall'Aldil e bisognava dargli retta.
E noi uguale. Stiamo qui seduti zitti con la torcia in mano, pronti a sentire un'altra volta la voce che ha parlato dalla bocca di Ferro, se magari ha qualcosa da aggiungere.
Ecco, ecco! fa di nuovo Zot. Sentito? Ha detto castagna, stavolta l'ho sentito benissimo. O forse campagna, per era una parola, sono sicuro. Ci pieghiamo su Ferro, ma c' solo il rumore di macchina rotta e la puzza della Morte Secca che mi fa bruciare gli occhi. La tenda  piena di questo odore, e se penso che viene dallo stomaco di Ferro non respiro pi, cerco di alzarmi ma la tenda  bassa, picchio la testa nel telo e trema tutto quanto.
Attenta Luna, ti sei fatta male?
No, non mi sono fatta niente. Per qua dentro non ci posso stare pi. Le gambe mi frizzano sotto la pelle, proprio non vogliono stare ferme. E nemmeno io.
Zot, basta, tanto Ferro non dice pi nulla. Andiamo.
Ma dove.
L'hai sentita la voce, dobbiamo andare sotto il castagno a V. E ha detto subito.
S, ma in primo luogo che cos' un castagno a V? E poi come lo troviamo, in una selva ricolma di castagni?
Non lo so, per se stiamo qua non lo troviamo di sicuro. Dobbiamo andare.
Lo dico, e mentre lo dico mi ascolto e mi convinco. Cerco la cerniera della tenda, passo le mani sul telo ma non la trovo, mi sembrava qua sotto e invece no. Allora comincio a tastare ovunque sempre pi forte, sempre pi a caso, mi sento rinchiusa, mi sento stretta in questa gabbia di plastica che puzza di muffa e di grappa. Poi Zot si alza e sento il rumore della zip che si apre,  un attimo e finalmente metto la testa fuori, nel mondo vero, senza puzza senza tetti e con una luna piena lass che cos grossa io non l'ho vista mai.
Andiamo Zot?
In tutta onest, Luna, non mi sembra un'idea prudente.
Nemmeno a me, chiaro. Per siamo qui, aspettavamo un segno e il segno  arrivato, l'ho sentito bene e l'hai sentito anche te. E allora se non vieni ti saluto, perch io invece vado, ed esco dalla tenda.
Mi tiro su il cappuccio della felpa e parto, e le stelle lass sono cos forti che friggono nel cielo. In realt non  che le vedo bene una per una, vedo una luce unica spalmata sul nero, ma la mamma e Luca mi hanno sempre detto che invece sono come tanti puntini luminosi, e questa cosa dev'essere bella ma secondo me  ancora pi bella come la vedo io, una cosa sola e immensa e magica.
Poi un rumore mi stacca dal cielo lass,  Zot che inciampa e traballa ma alla fine arriva da me, col cappotto e la sciarpa. Aspetta Luna, vengo anch'io!
Lo guardo e mi viene da sorridere. Ma non per com' vestito,  che sono contenta che non mi lascia sola. Gli faccio segno di parlare piano perch la jeep  l a un passo, e se ci sentono magari la mamma non ci lascia andare. Invece  meglio se resta tranquilla l dentro insieme al signor Sandro, e forse dormono ma io spero di no, spero che parlano, che si spiegano, che si conoscono. E non lo so se poi succede qualcosa tipo che diventano fidanzati, anche se non credo perch la mamma un fidanzato non ce l'ha avuto mai, per insomma, prima quando eravamo in chiesa la mamma  entrata e ho sentito il rumore stranissimo di lei che rideva, e quel rumore non lo sentivo da tanto tanto tempo. E allora  meglio se resta sulla jeep col signor Sandro, e quel rumore impara a farlo pi spesso.
Solo che mi avvicino alla macchina, e da l dentro viene un rumore diverso e fortissimo.  sempre la mamma, per non ride. Anzi, urla proprio. E lo so che non si fa, ma mi appoggio al fondo della jeep e Zot uguale, e ci mettiamo ad ascoltare.
E l per l mi diverte anche un po', tipo che siamo due spie che ascoltano dei discorsi supersegreti nel cuore della notte. Guardo Zot e gli faccio segno di stare in silenzio, e lui uguale a me, e dobbiamo stringere la bocca perch ci scappa da ridere.
Poi sento quello che dicono l dentro, e ridere non  una cosa che esiste pi.
Ma no Serena, figurati se li seguivo! Me l'hanno detto loro al catechismo, lo sai quanto chiacchiera Zot. Mi ha raccontato tutte quelle storie delle cose che porta il mare, dei messaggi sulla riva, di Luni, dei maghi etruschi, delle statue di Pontremoli...
E allora ti  venuta in mente questa schifezza qua dice la mamma, e gli sventola davanti una roba scura che per non vedo. Ma perch, cosa cazzo volevi!
Niente Serena, niente di male, giuro! Volevo solo farli venire a Pontremoli.
Ma a te che te ne fregava se venivano a Pontremoli chiede la mamma. E Sandro le dice che gliene fregava perch voleva venirci con noi, e con lei.
 per quello che hai messo i braccialetti coi nomi?
E Sandro non parla, ma forse fa di s con la testa. Nemmeno la mamma parla, e questo silenzio mi fa male alle orecchie. Respiro e sento una cosa dentro, come in auto su una strada di montagna, che da un attimo all'altro devi scendere perch ti viene da vomitare.
Sei malato Sandro, lo sai vero? Guarda qua, gli hai fatto pure gli occhi, la bocca... hai quarant'anni, lo sai? La gente lavora a quarant'anni, la gente ha una famiglia. Te invece guarda cosa fai, pure le manine gli hai fatto. Sei molto malato Sandro. Malato di mente, malato di tutto. Te non devi mica stare in giro, a te ti devono rinchiudere.
Serena, giuro, non volevo fare nulla di male,  cominciato tutto per caso. Con quell'osso che io te lo giuro, non l'ho fatto apposta.
Quale osso.
Quello di balena, che ha trovato Luna. Che poi  di cinghiale. Gliel'avevo portato all'ospedale, era un regalo, per dormiva. Gliel'ho lasciato l e dopo glielo volevo dire che era un regalo mio, ma poi sei arrivata te, e hai cominciato a picchiarmi, e...
Chiaro, quindi  colpa mia!
No! Certo che no. Per insomma, io non volevo,  successo per caso.
Come no, e per caso hai preso un pezzo di legno e ci hai fatto questa statuetta, per caso ci hai messo i braccialetti coi nomi sopra e gliel'hai fatta trovare sul mare, vero? Ma ti rendi conto di quanto sei stronzo? Sono due ragazzini, ci credono tantissimo, cosa ti hanno fatto di male?
Nulla! E infatti io gli voglio bene, e infatti...
Sono cos ingenui, sono un po' strani magari, ma che c' di male a essere strani? Nulla, il male  che nel mondo ci sono delle merde come te che se ne approfittano.
Ma io non volevo, io...
E allora perch cazzo hai inventato tutta questa cazzata, eh, cosa cazzo volevi!
Nulla, io... io volevo, ecco, io Serena volevo te. L'ho fatto perch ti dovevo vedere, ti dovevo parlare. Perch volevo stare con te. L'ho fatto per noi.
Sandro dice cos, e la mamma non risponde subito. Passa un secondo, forse due, poi la sua voce arriva come una valanga: Per noi? Ma vaffanculo, cosa cazzo vuoi da me, e cosa vuoi dai miei bimbi? Lasciaci in pace Sandro, lasciaci in pace, sparisci per sempre e vaffanculo!.
Sandro cerca di dire qualcosa, ma le parole escono a pezzi e poi non escono pi. E io resto attaccata alla jeep, le gambe mi tremano, l'orecchio schiacciato al vetro, gli occhi che di l dalle lacrime fissano solo Zot, e Zot fissa solo me.
Ma per forza, non possiamo guardare altro, non c' pi niente, il mondo intorno  crollato pezzo dopo pezzo e smette di esistere. Tutto si spacca e si sbriciola, la terra si apre e sparisce e non mi regge pi, mi sento cadere nel nulla e fra un attimo anch'io divento nulla, mi sperdo in questo vortice insieme a tutto il resto, come le cose che girano e girano nel mare, e vanno di qua e di l e dove finiscono ci finiscono solo per caso e senza senso.
E allora va bene cos, va bene cadere e sparire per sempre, come sono spariti per sempre gli etruschi e la citt di Luni, com' sparito Tages e pure mio fratello. Mi sento cadere e mi viene da aggrapparmi. Stringo forte la maniglia dietro della jeep, e tiro, e il portellone si apre.
Non volevo, o forse s, non lo so. Ma di sicuro non voglio guardare dentro, non voglio che mi vedono. La mia bocca si apre, ma non esce nulla. Le labbra si storcono e tremano. Perch non ho niente da dire, niente, dovevo solo lasciarmi cadere, invece sono qua e mi sento scemissima e solissima, e la mamma apre le braccia, si alza e vuole abbracciarmi, ma io no. Che tanto gli abbracci sono solo una cosa che ti stringe e ti tiene ferma qui pronta per la prossima cattiveria, la prossima bugia.
La mamma dice qualcosa ma non la sento, tutti dicono qualcosa ma sono voci sempre pi deboli, sempre pi lontane l dietro, mentre stringo il cappuccio della felpa e corro, corro con tutta la forza che ho e anche dell'altra che non so da dove viene. Corro verso il buio, che tanto il mio posto  quello, anche se non mi piace e non vorrei,  l che devo stare. Dove non si vede nulla e nulla esiste. Nemmeno io.

Il buio davanti
Scappo, scappo fortissimo, dove metto i piedi non lo vedo, e nemmeno dove vado. Ma non me ne frega niente. Quando scappi non importa dove vai, importa solo che vai lontano. Dalla jeep, dalle cose schifose che ho sentito, da Sandro che mi vuole dire che non l'ha fatto apposta e dalla mamma che mi vuol dire che mi vuole bene anche se sono scema. Li sento laggi che mi chiamano ma io non rispondo, io scappo e basta.
Metto un piede in una buca, sto per cadere e mi fa malissimo la caviglia, ma non ci penso. Come non penso a respirare, non penso al cuore che batte cos forte da spingermi gli occhi in fuori. Solo stringo i denti e scappo in questo campo buio e bagnato, e non voglio fermarmi mai.
E per mi viene quasi da piantarmi, appena il campo finisce e di colpo mi trovo davanti un enorme muro nero.
Il bosco comincia cos, dal nulla, un milione di alberi fittissimi, fusti e rami che si attorcigliano e diventano una cosa sola e prepotente, che copre il cielo e si mangia le stelle e pure la luna, e davvero mi sembra di correre addosso a un muro.
Ma va bene cos, se  un muro voglio correrci contro e spiaccicarmi, e se invece  una roba tipo un buco nero va bene lo stesso, cos mi risucchia e mi spedisce in un altro posto nell'universo che chiss dov', ma almeno  lontano dalle statue stele, dalle giornate a studiare la spazzatura sulla riva del mare, da Tages, dalla voce di Ferro che dorme, dall'osso di balena, da quella statuetta di legno cos brutta che a crederci bisogna proprio essere i pi cretini degli scemi, bisogna essere malati di mente, bisogna essere me.
E allora invece di fermarmi corro ancora pi veloce, arrivo al nero del bosco e ci salto dentro. Chiudo gli occhi e con una mano mi tappo il naso, come se invece di saltare mi tuffassi, e quando tocco terra ecco che galleggio nel nero e non esiste pi niente. Solo le mie gambe che continuano a correre e le braccia davanti per schivare i tronchi, anche se certe volte non ci riesco bene e ci struscio contro e via.
Voglio vivere qua in mezzo, voglio starci per sempre e non uscire pi. Cos nasce la leggenda della ragazza fantasma che ogni tanto si vede vagare nelle notti di luna piena, e se qualcuno mi incontra davvero scappa via terrorizzato, e poi racconter L'ho vista, giuro, l'ho vista,  tutta bianca, coi capelli bianchi e gli occhi trasparenti,  proprio un fantasma!. Perch in fondo  questo che sono, un fantasma che non  ancora morto. Non ho poteri magici, non posso prevedere il futuro o parlare con l'Aldil. E la mamma e la signora Gemma e tutti quanti a dirmi che sono una creatura unica, che sono speciale. Ma non  vero, io non sono speciale, io sono solo strana, sono venuta male, e il resto sono tutte bugie.
Ai grandi gli piace proprio, raccontare le bugie. Come la storia di Babbo Natale, che ci ho creduto fino alla prima media, e dopo ho creduto a Tages, al Popolo della Luna, al mare che mi porta i regali... E vabb, colpa mia che sono scema, ma perch i grandi si divertono a raccontare tutte queste cazzate?
Continuo a pensarci, continuo a correre, ogni tanto un ramo mi prende i capelli, ogni tanto picchio contro un castagno, ma non mi fa male. O forse s, non lo so, non importa.
Anche Luca, anche il mio fratellone favoloso, quante scemenze mi ha inventato. Sono cresciuta coi suoi occhi, con la sua voce che mi raccontava il mondo. Ed era tutto una meraviglia, miracoli e magie che succedevano ogni secondo davanti a noi: le montagne sono dei giganti buoni e per severi, con la pelle fatta di sasso e gli alberi che ci crescono sopra dritti e fitti come peli, e mandano l'acqua fino al mare che  nostro padre, il mare che ci parla e ci chiama e ci abbraccia con le correnti e le onde... Invece no, non  vero nulla. I monti sono sassi e basta, il mare non mi porta nessun regalo,  solo una vasca da bagno gigantesca piena di sporco e sacchetti di plastica e veleni scaricati dentro, e gli alberi sono questi cosi qua marci e puzzolenti di muffa e funghi che sfioro mentre continuo a correre, col cuore che mi esce dalle orecchie e dal cervello. E infatti io adesso a tutte queste cose non ci credo pi, e non voglio smettere di correre, non voglio fermarmi in nessun posto di questo mondo schifoso, e...
E poi sbatto dritta contro un castagno, che  gigante ma giuro non l'avevo visto per niente. Ci picchio con la spalla e per fortuna solo un pezzetto di testa, l'orecchio e la tempia, e cado per terra nell'odore di umido e pozzanghere. Mi rialzo reggendomi al fusto, l'orecchio mi brucia e fa male, ma fra poco ricomincio a correre, fra poco...
Poi di colpo mi arriva addosso un rumore fortissimo, proprio sopra di me, e nel silenzio del bosco mi fa morire di paura. Sembra uno scoppio, o tanti scoppi uno dietro l'altro, sono due ali nere che sbattono, e un grido acuto. Un pipistrello, ma proprio enorme. E siccome sono cretina, per un attimo mi torna in mente il vampiro della Transilvania o degli Appennini che raccontava Sandro prima, e mi viene da coprirmi il collo. Ma non  un vampiro,  un pipistrello normale, e invece di attaccarmi vola via senza avermi nemmeno visto.
I pipistrelli ci vedono pochissimo, viaggiano un po' a caso nel buio. E io uguale, come i pipistrelli, come le talpe, come quei vermi bianchi che vivono in fondo alle caverne... proprio una bella compagnia.
Le sento che mi camminano addosso tutte quelle bestie, e mi vengono i brividi. Per un attimo dopo sento un'altra cosa, con le orecchie, e dal nulla mi viene da essere contenta.
Ah! Un vampiro! SOS, SOS!, un grido tremolante e disperato.
Sorrido, strizzo gli occhi per vedere ma non vedo, urlo: Zot!.
Luna! Sei te Luna? O San Genesio di Brescello, grazie! Luna, dove sei? grida. Ma io sono gi da lui.
Ciao Zot.
Luna, sei tu?
Rispondo di s. Dovrei dirgli Certo che sono io, chi vuoi che sia?. Solo che quasi stavo per chiederglielo anch'io, se era lui, e allora rispondo solo s. E Zot mi abbraccia. Giuro. Fortissimo, con una forza che secondo me non ce l'ha mica nelle braccia, eppure quasi non respiro, come se ci fosse qualcun altro che abbraccia me e lui insieme. E per non  cos, basta con le scemenze,  solo Zot che  felice di avermi trovato, e io sono felice che sia qui. Per adesso se lo scorda che torno dai grandi insieme a lui.
Non ci pensare nemmeno Zot, io non vengo dico. E lui mi chiede dove.
Alla jeep, io non ci torno. Resto qua,  inutile che insisti.
Zot si stacca, mi guarda, anche se nel buio non ci vediamo. Luna, scusa, ma secondo te il mio desiderio  di tornare l?
S. Cio, boh, penso di s.
E pensi male. Tu sei scappata, ma sono scappato anch'io. Quel che  successo ferisce me quanto te, sai? Forse non ricordi, ma pure io credevo a... a tutto. E dunque figurati se  mia intenzione tornare alla jeep. Non vuoi tornarci tu che hai tua mamma, perch mai dovrei io che non ho nessuno.
Be', non  vero, tu hai Ferro.
Non ci farei troppo conto. Ieri gli ho chiesto se a Natale possiamo fare un bel cenone, e lui mi ha detto che se prima di Natale non sono venuti a riprendermi mi lascia a un cassonetto.
Restiamo zitti per un attimo, solo il rumore dei respiri, poi insieme cominciamo a camminare e andiamo avanti. Cio, ci voltiamo verso un punto a caso nel buio, decidiamo che quello l  il davanti, e gli andiamo incontro.
S Zot, per... insomma, io ci sono rimasta pi male di te, perch pensavo che era mio fratello che mi voleva parlare, capito?
E lo stesso  per me! Se tuo fratello ti parlava, magari anche il mio un giorno poteva dirmi qualcosa, no?
Ma tu hai un fratello?
E chi lo sa. Un fratello, una sorella... tutto  possibile. Lo sanno solo i miei genitori. Ma non glielo posso chiedere, perch non conosco nemmeno loro. Mi vergogno ad ammetterlo, Luna, ma talvolta quasi spero che siano morti, perch se invece sono vivi, allora vuol dire che di me non gli importa proprio niente.
Ma no Zot, cosa dici, non  vero. Il tuo babbo violinista non sa nemmeno che  il tuo babbo, e alla tua mamma chiss cosa le hanno fatto, lo sai come sono cattivi i nobili.
Luna, per piacere dice Zot. Smette di camminare, smetto anch'io. Per piacere, almeno tu non raccontarmi fandonie. Altrimenti ha ragione il signor Sandro e andiamo avanti con le bugie.
No, ma non  una bugia,  la verit. Te l'ha detto quella suora, no?
Luna, sai qual  la verit?  che i miei genitori non so chi sono e dove stanno, so solo che quando sono nato mi hanno portato dalle suore. Poi le suore mi hanno portato in Italia con altri ragazzi, e quando sono tornati a casa si sono scordati di me. Capito Luna? Questa  la verit. Tu almeno tuo fratello l'hai conosciuto, e vi siete voluti bene per tanti anni, e hai una mamma che ti vuole un bene immenso anche lei. Mi dispiace per quello che  successo, ne sono addolorato, per ecco, io ti ascolto sempre e ti capisco Luna, ma ogni tanto prova anche tu a capire me.
Dice. E la voce  sua, ma le parole non c'entrano proprio niente con Zot. Tanto che in questo buio mi viene quasi il dubbio che magari non  lui. Per  lui, lo sento, solo che non so che dire, non so che fare. L'unica cosa  che mi viene da piangere, per me, ma per lui anche di pi. E non voglio che vede che piango, e allora stavolta lo abbraccio io, e lui abbraccia me, e l'unica cosa che mi riesce dire : Scusa Zot, scusa.
Non devi scusarti, Luna. Per ti prego di ricordare che non  sempre il mondo contro di te, non sei sempre sola. Anzi, tu sola non sei proprio mai. Io s.
Nemmeno te Zot, nemmeno te sei solo.
Lo so dice, e mi abbraccia pi forte ancora. Adesso no.
Restiamo cos, e io piango e rido e faccio di s, e anche se non lo vedo lo so che Zot fa uguale. Non serve guardarci, non serve parlare.  un silenzio totale come il buio, e mi fa strano non sentire niente, neanche il vento nelle foglie, neanche le voci dei grandi che ci chiamano. Forse sono andati a cercarci dalla parte sbagliata, o forse questo bosco  cos fitto che oltre alla luce non entrano neppure i rumori del mondo l fuori. E allora  proprio il posto perfetto per noi.
Adesso per che facciamo? chiede Zot.
Adesso... adesso propongo che da oggi in poi noi due crediamo solo a quello che vediamo. Ok?
Sacrosanto. Solo che qua non si vede nulla dice Zot. E stiamo zitti un altro po', a guardarci intorno nel buio buissimo del bosco.
Che per non  mica pi cos buio. Non come quando mi sono tuffata qua dentro.  strano, mi sembrava tanto buio anche nella tenda, poi sono uscita e ho capito che il buio vero era l nel campo, poi sono arrivata qua davanti e in confronto il campo stava sotto una pioggia di luce. E adesso anche questo buio mi lascia vedere qualcosa. Forse  cos che funziona, forse non  possibile stare nel buio vero, il buio ti sta sempre e solo davanti, poi ci arrivi e scopri che non  buio come pensavi. Fai un passo e non  pi l, si  spostato appena, e aspetta che tu ci arrivi per sparire ancora.
Infatti adesso spalanco gli occhi e riconosco qualcosa intorno. Ombre, strisce pi scure, foglie. E laggi in fondo una cosa diversa e tremolante, che non  buio e nemmeno scuro: quella  proprio una luce.
Ma cos'! fa Zot. La sua mano stringe la mia, e lentamente andiamo. Anche se non  facile arrivarci, gli alberi sono sempre pi fitti, e in mezzo ci sono delle specie di fili che sono rovi e hanno le spine, qualcuna mi si impiglia nella felpa ma tirando si stacca. La luce si avvicina, e quando mancano pochi passi vediamo che  tonda e viene dall'alto, come un faro che dal cielo illumina un punto preciso. Perch di colpo il fitto dei castagni non c' pi, e l in mezzo si apre uno spiazzo con un albero tutto solo, sotto la luce che fa brillare la terra intorno e la sua testa gigante. Anzi, le due teste, perch i tronchi sono due, nascono attaccati ma salgono uno di qua e uno di l, ognuno storto dalla sua parte, e insieme formano una gigantesca, incredibile V.
Ges, Giuseppe e Maria fa Zot. E restiamo cos, piantati per terra, pi immobili di quell'albero scuro e impossibile. E solo dopo un po' riesco a dire: No, non ci credo. Perch cavolo, io non ci voglio credere.
Nemmeno io Luna. Per lo vedo. Dimmi per piacere che tu non lo vedi.
Invece s. Non bene, ma lo vedo.
Zot sbuffa, e sbuffo anch'io: proprio ora che avevamo fatto tanta fatica per non credere pi a nulla, ecco il castagno a V che diceva la voce di Ferro, il posto dove dovevamo venire subito. Ma perch? Chi ci aspetta l nel buio sotto quell'albero? Cosa c'entra questo bosco, e soprattutto cosa c'entriamo noi?  il Popolo della Luna che ci deve parlare, o magari  proprio Tages? E cosa vogliono, cosa...
Non lo so e forse non lo voglio sapere, mi sforzo di pensare che invece  tutta una scemenza e ora io e Zot dovremmo solo continuare per la nostra strada senza considerarlo. Ma una strada noi non ce l'abbiamo, e poi anche se non voglio mi spunta il pensiero che, insomma, magari l sotto mi aspetta Luca. Non so come, non so perch, ma controllare  tanto facile, il castagno sta proprio l, e allora non  che lo decido, non  che lo voglio, per mi muovo.
Vado avanti e Zot con me, usciamo dal bosco e ci fermiamo nella luce intorno all'albero, ma l sotto  buio e non si vede niente. Un altro paio di passi, strizzo gli occhi, e proprio l in mezzo ai tronchi spunta qualcosa. Anzi, qualcuno, una figura scura. Una persona l in piedi che ci aspetta.
Zot la vede un po' meglio, mi dice che ha la testa strana, grande e tonda in cima. Forse  un cappello, o forse... Si blocca, gli viene una specie di grido e si tappa la bocca, e fra le dita dice: Ossignore, il Popolo della Luna!.
Che  assurdo, ma insomma, la testa  quella l, tonda e fatta a mezza luna. Apro la bocca, non esce nulla. Respiro ancora, riprovo e riesco a dire: Salve.
La figura non risponde, non si muove. Resta l e ci fissa.
Io... io sono Luna. E lui  Zot. Ci stavi aspettando?
Ancora niente. Solo il vento fa tremare le foglie, che per in confronto a noi due sembrano ferme e tranquille. Facciamo un altro passo, anzi due.
Ci dobbiamo avvicinare ancora? chiede Zot. Non a me, alla persona l. O forse preferisce stare per conto suo? Se s lo capiamo eh, ci mancherebbe...
Ma ancora silenzio, ancora niente. E allora basta, cavolo, io vado. Vado e non lo so che succede, ma non importa. Perch magari  uno spirito del Popolo della Luna, magari  Tages spuntato da sottoterra, ma Luca non  di sicuro. Il mio fratellone era molto pi alto, molto pi forte e bello. E soprattutto Luca avrebbe aperto le braccia e sarebbe corso da me e ci saremmo stretti fortissimo. E allora, se non  lui, chissenefrega degli altri. Vado l e basta. Zot mi grida di fermarmi, ma non si ferma neanche lui. E arriviamo davanti alla persona che ci aspetta sotto il castagno. Ma non si muove, non parla. Non  nemmeno una persona.
Ma cos' chiedo.  una statua?
Perch  una roba dura, squadrata e piatta. E cavolo, forse  proprio una statua stele. Rimasta qua a proteggere il bosco, tutta sola per migliaia di anni. Fino a stanotte che l'abbiamo scoperta noi.
No dice Zot.  un'insegna.
Ma come un'insegna. Mi piego, la guardo, sopra c' una scritta ma non la vedo bene.
Zot legge: ROSTICCERIA PIZZERIA SAPORI DELLA LUNA, 500 METRI. E c' una freccia. Cio, c'era una freccia, ma sopra ci hanno disegnato un pisello.
Ah dico. Questo e basta, altro non riesco.
Un'insegna. Solo un'insegna. Un'insegna di merda di una rosticceria di merda che sta a 500 metri da questo castagno di merda nato male e cresciuto a forma di V.
Mi siedo. Di colpo mi accorgo di quanto mi tremano le gambe. Dal nulla sono stanchissima, non posso pi stare in piedi un secondo. Mi metto per terra con la schiena appoggiata a questa insegna maledetta.
Stai bene Luna?
S. Per sono stanca.
Anch'io fa Zot, si regge alla statua finta e si siede accanto a me. E sento freddo, l'umidit  terribile, e ho anche un pochino di fame.
Restiamo cos, fianco a fianco, gli occhi dritti davanti, ficcati nel bosco pieno di castagni e pipistrelli e tanto buio, ma nient'altro. E ci restiamo un bel po'. Non so quanto, ma abbastanza per far venire freddo anche a me.
Sai Luna fa Zot alla fine, tutto stretto nel cappotto. Se dipendesse da me resterei qua per sempre.  freddo e non abbiamo da mangiare, e chiss quest'inverno quando arriva la neve come facciamo. Ma insomma, io qua ci sto benissimo. Per i grandi, l alla jeep, come faranno loro senza di noi?
Non dico nulla, ma un po' ci stavo pensando anch'io.
Ammettiamolo, da soli sono spacciati. La tua mamma ora cominciava a stare meglio, senza di te temo che si richiuder in casa e addio.
Vero. E anche Ferro, senza di te come fa?
Dici che gli manco?
Ma scherzi Zot? Gli manchi tantissimo. Non  uno che te lo dice, per s.
Penso anch'io, sai? E anche il signor Sandro.
S, ma di lui non mi importa.
Nemmeno a me. Per considera che lui  quello messo peggio di tutti.
Faccio di s, e non diciamo altro. Seduti e infreddoliti, appoggiati all'insegna di una rosticceria con un pisello disegnato al posto della freccia. Solo un orfano radioattivo e una ragazza tutta bianca, che credono a tutto. Anzi, ci credevano. E invece la verit  questa qua, senza il mare che ti regala le cose e popoli misteriosi che ti chiamano, senza poteri magici degli etruschi e senza fratelli che ti parlano dall'Aldil.
Mi aggrappo all'insegna, mi alzo, e Zot pure. Non sappiamo dove andare, non sappiamo nemmeno dove siamo. Anzi, dove siamo si sa: siamo vicini a una rosticceria.
Sai Zot dico, mentre cominciamo a seguire la freccia. Mi sa che il problema non sono le bugie. Il problema  la verit, che fa proprio schifo.

Chi manda le onde
Che sogno stupendo ragazzi dice Ferro tutto storto sul sedile davanti. Maremma Cane, che sogno stupendo.
Mentre la macchina segue le curve fra gli alberi e i campi, Zot gli ha chiesto se per caso sapeva qualcosa di un castagno a forma di V. Ferro  rimasto un attimo zitto, poi si  voltato di scatto: Certo, certo! Me lo sono anche sognato stanotte! Negli anni Sessanta trombavo una che si chiamava Giovanna, che era sposata con uno che aveva un forno in cima ai monti a Giustagnana. Lui la notte stava a fare il pane e noi ci trovavamo in un bosco che c' subito prima del paese, proprio sotto un castagno fatto a V. C'era uno spiazzo e ci sdraiavamo l, anzi, a volte non ci sdraiavamo nemmeno, perch lei era parecchio assatanata e appena arrivava me lo prendeva e...
Ferro lo interrompe la mamma. Per piacere.
Oh, ma me l'hanno chiesto loro. Ragazzi, che notti scatenate sotto quell'albero, e che sogno stupendo ieri notte. Si vede che tutti quei castagni me l'hanno rimessa in testa. Maremma Cane, la Giovanna era gi zoccola nella realt, pensate un po' nel sogno che lavori faceva.
Zot fa di s, senza sorridere e senza niente, poi si gira dietro a spostare un pezzo di tenda che quando l'auto frena gli picchia sulla testa. A montarla ci abbiamo messo delle ore, per smontarla cinque minuti. Sandro e la mamma hanno rianimato Ferro e l'hanno tirato fuori, poi hanno strappato la tenda da terra e l'hanno buttata nel portabagagli cos com'era. Ma va bene, l'importante era andare via, subito. Chi se ne frega se adesso sembra un mucchio di spazzatura con dei pezzi di erba e di foglie, e a ogni curva rotola di qua e di l e fa un rumore di roba rotta. Io lo ascolto con la fronte appoggiata al finestrino, e tutti i sassi e le buche mi fanno vibrare la testa e magari mi aiutano a pensare un po' meno.
Comunque voi due siete proprio scemi insiste Ferro. Come cazzo si fa a perdersi in un boschetto di castagni?
Io non rispondo, Zot nemmeno. Ci pensa Sandro, che finora  rimasto zitto.
Invece pu succedere dice con la voce tutta a pezzetti, come uno che a ogni parola si aspetta di essere mandato a quel paese, e si stupisce che invece lo fanno arrivare a quella dopo. Succede a tutti di perdersi, ma non  un male. Solo quando ti perdi puoi trovare le cose pi belle. Anch'io mi sono perso in un bosco sui monti, e quel giorno ho trovato il porcino pi grande delle Alpi Apuane.
Ma falla finita dice Ferro. Il porcino pi grande l'hanno trovato due pensionati di Seravezza, c'era pure l'articolo sul Tirreno.
Non  vero! Dicono che l'hanno trovato loro ma l'ho trovato io, giuro.
Ma almeno non giurare fa la mamma. Almeno non giurare.
E invece te lo giuro Serena, te lo giuro su Dio.
Signor Sandro, non si giura su Dio lo rimprovera Zot.  peccato.  nominare il nome di Dio invano. Proprio lei che  un catechista.
Un attimo di nulla, poi io dico: S, se non  una bugia pure questa cosa del catechista.
Non lo dico a lui, perch con Sandro io non ci parlo. Lo dico all'aria dentro la jeep. Ma Sandro guida e non risponde, e questo silenzio basta e avanza.
E comunque non mi importa nulla. Chi se ne frega se  catechista o no, se si chiama davvero Sandro o  un nome inventato, se  vero che si  perso nel bosco e ha trovato quel fungo gigante. A me importa solo che anch'io mi sono persa nel bosco, ma a parte l'insegna di una rosticceria non ho trovato niente.
Per non ci voglio pensare, schiaccio la testa pi forte contro il vetro e la strada la scuote e la confonde. Vorrei solo chiudere gli occhi e dormire, sognare qualcosa di bello o almeno non sognare niente. E anche se non ci credo zero, alla fine mi sa che ci riesco.
No, andiamo a casa e basta, che mi scoppia la testa.
Ferro dice cos, ma non so a chi risponde e come mai. Apro gli occhi e siamo fermi, mi stacco dal finestrino e capisco che ho perso tanti discorsi ma anche tanta strada. Perch  ancora buio e non vedo niente, ma l'aria non sa pi di foglie e terra, sento il profumo del sale, della sabbia fresca e di legno verniciato. E allora siamo arrivati al mare.
Basta Sandro, portaci a casa dice la mamma, pi stanca che arrabbiata.
S, certo, solo un secondo che prendo le chiavi e andiamo.
Ferro chiede dove cavolo sono le chiavi di casa sua, Sandro gli risponde che le hanno Rambo e Marino, qua sul mare. E Ferro si incazza perch dovevano stare di guardia alla casa, cosa ci fanno in spiaggia a quest'ora?
Sandro resta un attimo cos, con lo sportello mezzo aperto, poi dice solo che torna subito, scende e via.
Noi restiamo qua, zitti e fermi sulla jeep, e dalla portiera di Sandro entra l'aria salata e insieme il rumore calmo delle onde che rotolano sulla riva. E allora giuro che quasi non me ne accorgo, per apro il mio sportello e scendo anch'io.
Possiamo andare sulla spiaggia anche noi mamma? E non lo so cosa mi risponde, se s o no o se magari non mi ha nemmeno sentita, perch lo chiedo e gi parto.
Non vedo quasi niente, ma con la mano tocco le foglie degli oleandri, le palline dei pitosfori e le braccia dure delle palme in fila, e quando non ci saranno pi vuol dire che l c' il passaggio al mare. Ma non lo trovo, e invece sento una mano dietro la schiena che ormai conosco bene.  Zot che mi fa andare avanti ancora un pezzetto, poi mi dice Adesso, e ci infiliamo in un passaggio che odora di sabbia e insieme di sigarette vecchie e pip.  buio e stretto, quasi come ieri notte quando ci siamo persi in mezzo ai castagni nella selva di Filetto. Per in fondo a quel bosco abbiamo trovato solo l'insegna di una rosticceria con un pisello disegnato sopra, qua invece facciamo una decina di passi e succede questa cosa meravigliosa: il tunnel di colpo finisce, e in fondo a quel tubo buio e stretto il mondo si apre e si scoperchia, e non esistono pi muri o tetti o cose dure fatte per bloccarti lo sguardo, siamo sulla spiaggia e intorno a noi ci sono solo il cielo e il mare, e mi sembra di essere come quegli astronauti che vanno nello spazio e galleggiano liberi nel vuoto. Solo che io sono ancora pi libera, io non ho quella tuta bianca gigantesca e quel casco in testa che sembra una boccia per i pesci rossi. Anzi, tolgo pure le scarpe, cammino sul fresco della sabbia e comincio a correre verso la riva, anche se non vedo niente, ma appunto tutto  libero e fatto per correre dove vuoi, verso il cielo con la luce spalmata delle stelle e verso il mare, che  dello stesso colore e riflette quella luce facendola ballare su e gi sulle onde.
Luna! Aspettami Luna, aspetta!, la voce della mamma arriva insieme a Zot e a una nuvola di parolacce dalla bocca di Ferro. E io mi fermo, ma non perch li aspetto,  solo che sono arrivata all'acqua, al nero del mare da dove ogni tanto sale una striscia bianca che  l'orlo delle onde lente e tranquille, una per una qui a toccarmi i piedi.
Ma c' un'altra cosa bianca un po' pi in l nell'acqua, si scuote e traballa, e Sandro le urla di venire a riva.
Ma che cazzo ci fanno sul pattno a quest'ora fa Ferro.
Erano... sono andati, s, sono andati a pescare le seppie dice Sandro.
E tornano ora che  il momento buono? Le seppie si prendono all'alba.
Ferro lo dice, e Zot mi tocca un braccio e indica qualcosa alle nostre spalle, io mi giro e laggi in fondo al cielo comincia davvero una specie di luce, con sotto il disegno scuro dei monti in fila come tanti triangoli neri e appuntiti. Non  che proprio li vedo, ma Luca me lo diceva sempre. Mi diceva che le montagne all'alba sembrano i denti nella bocca di un pescecane, e come il pescecane i monti laggi sono i primi a svegliarsi la mattina. Anzi, il pescecane non si sveglia, lui proprio non dorme mai, perch per respirare deve muoversi di continuo e far entrare l'acqua nelle branchie, se si ferma muore. E allora magari solo un pochino, ecco, ma il pescecane va sempre avanti.
Cos mi diceva Luca, e io lo ascoltavo e un po' lo vedevo anch'io questo mondo incredibile e meraviglioso. E ora che il mio fratellone non c' pi, torno con gli occhi al mare e alle onde leggere, col loro rumore fatto di mille suoni diversi mescolati insieme, e fra tutti mi sembra di sentire anche lui, che ancora mi racconta le sue storie fantastiche di l dalle onde.
Adesso per la voce che sento dal mare  diversa, urlata e senza nulla di profondo da dire, solo: Stai fermo scemo, stai....
E subito dopo succede qualcosa che io non vedo ma gli altri s, perch dalla riva gridano tutti, e Ferro fa: No, non gli dare il fianco all'onda, non gli....
Poi un tonfo nell'acqua, una voce che urla Aiuto, un'altra che fa un suono strano, si spezza e sparisce. Come sparisce la mamma, che mi stava accanto ma di colpo non c' pi. Sta l davanti, con la camicia militare che sventola e l'acqua scura fino ai fianchi, un attimo prima di tuffarsi.
Ma che fai, matta! urla Ferro, e anche lui corre nel mare, alzando la sabbia e un polverone di bestemmie. E dietro si tuffa un altro, che siccome Zot  ancora qua vicino a me  per forza Sandro. Ma di preciso non lo vedo, vedo solo le luci sull'acqua davanti a noi che tremano e poi scappano via come le rane lungo un fosso quando ti sentono arrivare.
E io qua sulla riva non so cosa devo fare, e allora faccio come il pescecane: vado avanti. La sabbia  sempre pi bagnata, poi un'onda pi forte mi abbraccia i piedi, e quando torna indietro si porta in mare pure me. Sento proprio che mi prende e mi accompagna, con un abbraccio cos strano che per un attimo mi spaventa: mi aspettavo di congelare, di morire di freddo, e invece giuro che non l'avevo mai sentito nella vita, il mare caldo come adesso.
Mi arriva ai fianchi, tolgo la felpa e la butto verso riva, e l c' Zot che mi dice di tornare su, che sono pazza e che cos mi prendo un altro malanno. Poi non lo sento pi, perch respiro forte, trattengo il fiato e mi tuffo.
E il mare  caldo e scivoloso e morbido. Sar che quest'estate il bagno non l'ho fatto mai, ma non me lo ricordavo cos buono e liscio e amico mio. Nuoto e mi sfiora la pelle e mi fa sorridere, tipo il solletico, tipo una carezza. Poi torno su, e sento il signor Marino l in fondo che con dei pezzetti di voce dice: Signore mio, pensavo di morire, grazie Signore mio, giuro che stavo per morire. Ferro risponde che non sarebbe stata una grande perdita, mentre Zot dalla spiaggia continua a dirmi che cos finisco all'ospedale un'altra volta.
Ma non  freddo dico.  caldissimo!
S, certo, come no! Vieni fuori Luna, vieni fuori perlamordiddio!
E va bene, vengo sbuffo, e torno a riva. E in effetti appena esco dall'acqua l'aria  gelida e mi fa tremare. Aiutami Zot, non ho pi forza, sono stanchissima.
Ecco, lo vedi? Sono i sintomi dell'ipotermia! Hai tremori? Fammi vedere se sei pallida, poi si accorge che questo sintomo con me funziona poco, e allora sta zitto. Solo mi prende la mano e cerca di aiutarmi a uscire, ma io gli prendo il braccio e spingo indietro con tutta la forza che ho, e Zot cade in mare insieme a me, cappotto e sciarpa e tutto quanto. E mentre cade urla, finisce sotto, torna su e urla ancora, agita le braccia e prova a togliersi la sciarpa pesantissima e stretta come un boa intorno al collo. Quando ci riesce inizia ad agitarsi meno, poi si ferma proprio e si guarda intorno sperso. E nell'affanno mi fa: Luna, scusa, ma come mai  cos calda?.
Io rido, non dico nulla e rido, poi lo prendo per il cappotto e nuotiamo verso gli altri, mentre il pattno tutto solo se ne torna a riva traballando sulle onde.
A noi invece le onde ci fanno andare su e gi, su e gi, e stiamo cos a mollo nel mare di fine settembre, col sole che spunta e la luna piena che resta ancora un po' l a guardare che succede, e la cosa pi assurda di tutte  che mi sembra normalissimo. Stiamo qua, solo le teste fuori, i piedi sulla sabbia morbida del fondo con dei pezzetti pi duri ogni tanto che sono le conchiglie, i paguri e i granchi e tutta la vita che vive l sotto, e adesso  l che guarda i nostri piedi giganti e pensa Ma cosa fanno questi scemi, cosa gli  venuto in mente stamani?. E si scostano e si allontanano, perch per loro appunto  strano. Ma per noi no, noi stiamo qua a mollo nell'acqua calda, e spero che anche gli altri ci stiano come me, perch io ci sto proprio bene.
Il signor Marino per mica tanto. Rambo e Sandro lo tengono per le braccia e lui dice che gli fa male la schiena e deve andare a riva. Ma prima la devo ringraziare dice alla mamma. Lei mi ha salvato la vita.
Esagerato. E poi  anche merito di Ferro.
Certo, s, grazie a tutti e due, grazie di cuore.
Di nulla fa Ferro. Sono un bagnino, ce l'ho nel sangue. Anche perch se aspettavi quei finocchi dei tuoi amici...
Ora basta! dice Rambo. Anzi urla, ma proprio forte. Finocchio non me lo pu dire, questo non lo accetto!
Calmati bimbo. E invece lo accetti, perch  quello che sei.
No! dice Rambo, che grida e d proprio dei pugni all'acqua. Ma non  arrabbiato, non vuole picchiare nessuno.  pi come uno che ha appena finito di picchiarsi, e si  fatto tanto male. Non lo accetto perch non  vero niente! Ma perch dite cos? Io vado a caccia, mi piacciono i rally, mi piacciono le armi, come faccio a essere finocchio io? So cambiare le ruote ai camion io, so fare un sacco di lavori manuali.
S, lo so io che lavori manuali sai fare te dice Ferro. E forse Rambo vorrebbe rispondere ancora, o saltargli addosso o chiss cosa, ma il signor Marino fa un verso come un lamento, dice che gli gira la testa e deve andare a riva. Allora Rambo lo prende in braccio, chiede a Sandro cosa fa e lui gli dice che li raggiunge subito, ma intanto resta qua con noi.
Certo, lasciaci soli un'altra volta, bravo fa Rambo, camminando all'indietro nell'acqua con Marino abbracciato. Ecco, solo perch io non mi riduco cos per una donna, solo perch ho un po' di orgoglio, allora devo essere finocchio? E allora sapete cosa vi dico? Allora s, io sono finocchio. Piuttosto che essere cos squallido, allora sono finocchio!
S dice Ferro. Abbiamo capito, ma lo sapevamo gi.
Non aggiunge altro, e nemmeno Rambo, a parte pezzetti di parole tutti rotti e solo per s, che si perdono in mezzo alle onde e finiscono a riva insieme a loro.
E noi restiamo qui, nell'acqua. Prima stavamo fra i boschi in cima ai monti,  passato un attimo e ora eccoci a mollo nel mare. In quest'acqua calda che  stranissima e bella, mi sfiora la pelle e mi fa sorridere. Anzi, mi viene proprio da ridere, e per non voglio. Perch sono arrabbiata, quindi stringo la bocca e questa risata cerco di tenermela dentro senza farla sentire a nessuno. E invece, dopo un attimo, sentiamo questo urlo tremendo.
Ci guardiamo intorno per capire che succede, tutti tranne Sandro che appunto urla e saltella e cerca di alzare un piede per vedere cos' successo. Ma con l'acqua fino al collo  dura, pu solo saltellare e lamentarsi. Che dolore, che dolore!
Ma cos'hai? chiede la mamma.
Sandro non risponde, fa solo un rumore tutto storto con la bocca chiusa. E per io lo so cos' successo.
Una raganella! dico. Sandro con gli occhi spalancati fa di s, e ancora saltella.
Ferro ride, e la mamma pure, e allora finalmente posso ridere anch'io, e rido fortissimo per questa cosa qua che il signor Sandro, con tutto il mare che c', ha messo il piede proprio su una raganella.
Che  un pesce piccolo e scuro che se ne sta tutto il tempo sotto la sabbia, e l'unica cosa che spunta dal fondo sono le spine sulla sua schiena. Tre spine nere e velenose, che se uno ci passa sopra si fa proprio male.
Ahia, come brucia, come brucia, cazzo!
Ma  mortale? chiede Zot. San Cristoforo benedetto, io l'avevo detto che alla fine di questa avventura qualcuno pagava con la vita, l'avevo detto!
Bravo bimbo, avevi ragione fa Ferro, e ride insieme a me.
Ma non ridete, brucia un sacco! Sandro parla coi denti stretti per il dolore.
E certo che ti brucia, se stai nell'acqua dice Ferro. Devi metterci qualcosa di caldo. Ci vorrebbe la sabbia bollente, quella  perfetta. Solo che adesso  fredda.
E allora?
E allora ti attacchi.
Oppure la pip dice la mamma. La pip va bene, no? Con le meduse si usa la pip.
Giusto fa Ferro, anche la pip va bene.
Allora io alzo le braccia al cielo e urlo: S! Facciamo la pip addosso a Sandro, di!.
E lui: Ah! Proprio te Luna! Non mi parli nemmeno, e mi vuoi fare la pip addosso?.
S! E anche subito che mi scappa! dico. Mi vergogno ma lo dico, poi per mi fermo perch appunto mi ricordo che con Sandro non ci parlo.
Va bene fa la mamma, tutti a fare la pip addosso a Sandro, di!
Signori, vi prego dice Zot, col cappotto gonfissimo d'acqua che gli si avvolge intorno alla bocca. Sinceramente mi pare che stiamo oltrepassando i limiti del buongusto.
Ha ragione il bimbo dice Ferro. Anche perch io non lo tiro fuori davanti a questo qua, che dopo si innamora e chiss che fa.
Scherzate, scherzate fa Sandro, sempre con quella voce strozzata dal dolore.
Vabb, senti dice la mamma. La sabbia calda non c', la pip addosso non la vuoi, almeno vai a riva e inventati qualcosa.
S, ora vado dice Sandro. E per non si muove.
Su, che aspetti? Vai, no? Vai a riva e guarda, magari ti  rimasta la spina dentro.
S, fra un attimo vado, ora no.
Ma perch no?
Perch ho paura che se vado poi non mi volete pi. Che abbiamo fatto questa bella gita e per, siccome  finita com' finita, ora non ci vediamo pi.
Sandro dice cos, e per un attimo nessuno parla. Poi la mamma fa: Mah, chi lo sa. Secondo me questa cosa qui la pu decidere solo Luna.
E anche se non li vedo bene, sento che tutti ora mi guardano.
E io non dico niente, perch non so che dire, perch sto cos bene in quest'acqua calda che non mi riesce di avercela col signor Sandro e con nessuno al mondo. E invece non  giusto, invece dovrebbero arrivare tutti gli di etruschi e del Popolo della Luna messi insieme, e scaricare addosso a Sandro la pioggia di fuoco e le cavallette assassine e ogni maledizione divina che esiste. Poi mi viene in mente che in fondo qualcosa  arrivato,  arrivata la maledizione della raganella. Guardo Sandro e lui  l che aspetta che io dica qualcosa, cerca di stare zitto e fermo ma in realt gli scappano dei rumori di sofferenza dalla bocca e ogni tanto saltella sulla gamba. Mi viene ancora da ridere, mi viene da stare bene, e allora sto proprio zitta.
E per fortuna ci pensa Zot a dire qualcosa. Una cosa che, come sempre, non c'entra nulla: Ma scusate, adesso la raganella muore?.
Eh?
Mi domandavo, la raganella  come le api, che quando pungono si stacca il pungiglione e muoiono?
Bimbo fa Ferro, ma te se non muore qualcuno non sei contento eh.
S. Cio, no. Per insomma, mi pare probabile. Che poi mi chiedo, ma la raganella non poteva scappare? Non ha visto il piede gigante del signor Sandro che arrivava?
E allora Ferro comincia a raccontargli di una volta che l'ha punto una razza, e sar anche una storia bellissima ma adesso io non la ascolto. Non posso. Perch questa cosa della raganella che non ha visto Sandro, dal nulla mi fa ricordare un'altra cosa di Luca che, giuro, non mi era pi venuta in mente da quando  successa.
Sar stato l'anno scorso, d'estate. Camminavamo sulla spiaggia io e lui, e siamo arrivati fino a dove la sabbia per un po' smette e c' la foce del fiume Versilia, con l'acqua che dalle Alpi Apuane scivola in mare. Nella foce c'erano dei pesci grandissimi, io vedevo solo le ombre scure dei dorsi ma stavano proprio l, fermi nella corrente col muso verso i monti.
E noi da dietro gli siamo arrivati a un passo, e mi sembrava stranissimo perch i pesci e tutti gli animali sanno una cosa sola sugli uomini, e cio che quando ci vedono  meglio scappare. Ma quei pesci non scappavano, stavano l col muso alla corrente, e Luca mi ha detto che i pesci stanno sempre cos. Perch la corrente gli porta i pezzetti di roba e i pesci pi piccoli da mangiare, ma anche i legni, i sacchi di plastica e i pesci pi grossi da evitare. Insomma, vivono cos, sempre con gli occhi alle cose in arrivo. E quello che succede dietro di loro, anche a un passo, non lo considerano proprio.
Vedi Luna, noi siamo qui, siamo vicinissimi e li guardiamo, per per loro non esistiamo.
Ma scusa, non possono voltarsi a guardare?
Forse s, boh, per non si voltano. Perch la corrente viene di l. Le cose buone e quelle cattive, tutto arriva da l davanti. La vita dei pesci  questa qui Luna, e magari ci pensano che siamo qua dietro, magari gli viene il dubbio. Per stanno alla corrente, e continuano cos, continuano a vivere.
Questa cosa Luca me l'ha detta l'estate scorsa, ma siccome non mi era pi venuta in mente, mi sembra un po' come se me la raccontasse adesso. In questo mattino assurdo che stiamo dentro il mare, tutti con la faccia all'alba l davanti, e la brezza leggera da terra struscia fra le case addormentate e i negozi chiusi e le strade vuote e ci porta l'odore dei cornetti appena fatti che escono dai forni della costa, cos forte che mi sembra di averli in bocca. E respirare  un po' come mangiare.
Penso a quei pesci nella foce e noi appena dietro di loro, intanto Ferro finisce la storia della razza, che non la capisco perch non ascoltavo, poi Sandro dice che deve andare a riva perch non sente pi la gamba, ma mi chiede di nuovo se quando sta meglio pu tornare.
Respiro, guardo un attimo la mamma e rispondo che no, non sono io,  lei che deve decidere. Allora la mamma mi guarda e facciamo la stessa identica cosa, alziamo le braccia al cielo e diciamo: Mah, chi lo sa, stiamo a vedere. E ridiamo, ridiamo tantissimo. Fuori dall'acqua per  freddo e le braccia si gelano, allora le rituffiamo nel mare, in questo abbraccio caldo e favoloso.
Sandro parte zoppicando verso la riva, Ferro lo segue nuotando, e Zot prova a nuotare anche lui ma non  tanto capace, dietro a quello che chiama Nonno e alla fine secondo me  il suo nonno davvero.
E restiamo solo io e la mamma, il sole che sorge, il cielo che si accende tutto e l'acqua che frizza di specchietti di luce.
Luna, andiamo anche noi?
No, di mamma, si sta troppo bene.
S ma non possiamo mica stare qui tutta la vita.
No, ma ci possiamo stare ancora un po'.
E cos facciamo. Stiamo vicine nell'acqua e guardiamo il sole che spunta l davanti.
E cosa c' dietro di noi non lo vediamo, ma qualcosa c'. Tutto il mare gigantesco e la sua acqua che non dorme mai, e le onde che arrivano da sempre e per sempre una dopo l'altra, toccano la riva e sembra che finiscono l, ma invece non finiscono. Solo tornano indietro per farne salire altre e altre e altre, con una spinta che non lo so da dove viene ma c', sta l in fondo e ci manda su e gi, su e gi, in questo abbraccio caldo che non serve voltarsi per sentirlo, ci sta tutto intorno, mentre teniamo gli occhi l davanti, verso quello che ci porta la corrente, verso un giorno nuovo che sembra un enorme regalo impacchettato di arancione, ancora tutto da scartare.

UN MESE DOPO

Rinoceronte
Ivan guarda la pioggia e la pioggia per un attimo guarda lui, poi si spiaccica sul parabrezza e muore. Ma lui se ne frega, lui stringe forte la manopola dell'acceleratore come se volesse spezzare il manubrio, e forse lo vuole spezzare veramente. Perch  proprio quello il suo nemico. Cio, non il manubrio solo,  tutta questa Ape 50 che gli vibra intorno mentre lo porta a casa dopo un'altra mattina infernale a scuola.
Come infernale  stata la sua estate, che gli altri dormivano fino a tardissimo e poi andavano alla piscina comunale o a fare gli scemi in giro, o comunque si divertivano com' giusto quando  estate e hai sedici anni. Ivan invece si alzava alle sei e mezza e alle sette stava gi nel piazzale della Alga Bibite, caricava le cassette dell'acqua e della Coca sul cassone di un'Ape e fino a sera portava da bere alle famiglie di Reggio Emilia, col sudore dappertutto e nella testa un obiettivo solo: comprarsi lo scooter.
Perch gli altri ce l'avevano quasi tutti, e facevano i furbi e davano i passaggi alle ragazze, e per il pap di Ivan gli diceva che era dura e con questa crisi non si potevano permettere niente, e allora lui ha capito che doveva muoversi da solo. Si  fatto un culo cos per tutte le vacanze, e quando a settembre finalmente  andato al concessionario coi soldi per lo scooter, invece si  trovato davanti lei, un'Ape usata che per sembrava proprio nuova. E quest'estate si era divertito a girare con l'Ape, e poi l'inverno dentro la cabinetta si sta al caldo invece che a respirare la nebbia da Villa Cad fino al centro di Reggio. E quando piove poi, ecco, quando piove non ne parliamo nemmeno di quanto stai meglio dentro alla tua Ape.
Insomma, Ivan se l' comprata, e per la prima volta in vita sua ha aspettato l'inizio della scuola come una festa, la festa della sua nuova vita da gran fico motorizzato.
 arrivato al liceo e ha parcheggiato vicinissimo al portone, ha aperto lo sportello ed  sceso davanti agli occhi spalancati della scuola intera, e in attesa dell'applauso generale Ivan  partito verso il cortile, e verso la rovina.
S, la rovina, perch tutti si sono radunati intorno a lui e al suo mezzo come Ivan si aspettava, solo che hanno cominciato a ridere, a indicare la sua splendida Ape e a riempirla di offese. Ma che cazzo  quel coso? Te l'ha prestata tuo nonno? L'hai rubata al bidello? urlavano e facevano le foto coi telefonini, e i pi stronzi si abbracciavano forte, troppo felici di avere un bersaglio cos facile e gigantesco da prendere per il culo.
E quel bersaglio  lui, Ivan, sempre pi devastato mattina dopo mattina, sempre pi depresso e umiliato. La sua ultima speranza era che arrivasse prima o poi un giorno di pioggia, e quel giorno voleva vedere come facevano gli altri, zuppi fradici e infreddoliti, e invece lui nella sua Ape asciutto e contento e finalmente fico, almeno un po'.
Ecco perch stamani, quando ha visto tutta quell'acqua che picchiava gi dal cielo, Ivan era l'unica faccia felice alle finestre gialle di Villa Cad.  sceso di corsa,  saltato sull'Ape ed  arrivato a scuola immaginando il disastro degli altri, sicuro che a fine giornata le ragazze gli chiedevano Ivan scusa, abbiamo fatto male a prenderti in giro, per piacere ci porti a casa?. E lui avrebbe scelto la pi bella, o forse non la pi bella, forse era meglio scegliere quella con le tette pi grosse, cos per la strada poteva guardarle mentre saltavano su e gi.
Solo che alla fine delle lezioni non  venuta nessuna, n bella n brutta. Sono saliti semplicemente sul bus, o i pi viziati sulle auto dei genitori, e Ivan ha dovuto offrire un passaggio al suo unico amico, Maicol. Che gli ha risposto: Grazie Ivan, ma sull'Ape, qua davanti a tutti... mi prendono gi abbastanza per il culo cos....
Ivan ha fatto di s, si  chiuso nella solitudine dell'Ape e ha guardato la sua sconfitta di l dai finestrini appannati. Poi ha messo in moto,  tornato a Villa Cad e ora lascia questo catorcio davanti casa senza chiuderlo, tanto un'Ape non la ruba nessuno.
Entra e pap gli dice che la mamma ritarda, se gli va bene di aspettare cos buttano la pasta una volta sola. Ivan risponde che non ha fame, lancia lo zaino sul divano e fa per andare in camera sua, ma pap gli d una roba strana.
Piatta, fatta a rettangolo, tutta bianca.  una busta di carta, con un francobollo in cima e il suo nome scritto a penna, Ivan Cilloni, e l'indirizzo.
Ma che ?
 una lettera.
Ma per me? E come mai? Non gli era mai arrivata, una lettera di carta.
Boh, se non lo sai te. Viene da Forte dei Marmi.
E Ivan fa di s, ma a Forte dei Marmi non conosce nessuno, a Forte dei Marmi ci vanno in vacanza i calciatori con quelle troie che ci stanno insieme, altro non sa.
Entra in camera sua, si chiude la porta dietro e spera di tenere fuori la pioggia, l'Ape, le risate dei bastardi a scuola, il pensiero di quest'estate passata malissimo, mentre i calciatori non facevano un cazzo e andavano con donne bellissime a Forte dei Marmi e avevano i soldi per comprarsi un milione di Api, e per non se le compravano mica, perch i calciatori magari non sono intelligenti, ma non sono nemmeno scemi.
Lui invece s, lui  un coglione vero, e si butta sul letto come per buttarsi via. Apre la lettera. Strappa la busta, guarda dentro e trova quattro quadrati di cartoncino, quattro cartoline di Forte dei Marmi, in una si vede una spiaggia dall'alto, con la sabbia e tanti tondi colorati che sono gli ombrelloni, sulle altre invece c' un ponte con le luci accese al tramonto e la gente che ci passeggia sopra, e i gabbiani e il mare intorno.
Poi le gira, e dall'altra parte le cartoline sono scritte fitte e un po' storte, con tante scritture diverse. E mentre fuori continua a piovere, Ivan sul letto comincia a leggere.
 Forte dei Marmi, 22 ottobre
 SANDRO - Ciao Ivan, non mi conosci, per ho trovato il tuo biglietto attaccato al palloncino che hai fatto volare via quando eri alle elementari, te lo ricordi? L'ho trovato nella pineta del mio paese, in Versilia, e lo so che sono passati nove anni, ma ti potrei dire che l'ho appena ritrovato, o che ho avuto tanti problemi o che magari l'avevo perso e l'ho ritrovato solo ieri. Per non  vero, e allora non te lo dico. Ti scrivo adesso perch finora non mi sono mai deciso a prendere una cartolina e scriverti. Vedi, ti dico le cose come stanno, se non sono belle mi dispiace ma non ho pi voglia di raccontare storie, e allora forse l'unico modo per raccontare cose belle  cominciare a farle davvero. E infatti comincio oggi, e ti scrivo. Non so se abiti sempre a questo indirizzo, ma lo spero. Nel messaggio dicevi che a chi ti rispondeva poi spedivi un disegno di un rinoceronte, ma sono passati tanti anni e lo capisco se non ne hai pi voglia, non serve, a me basta averti finalmente spedito questa cartolina. Ciao, Sandro.
 SERENA - Io non lo so perch devo scriverti anch'io. Ciao, piacere di conoscerti, ma proprio non c'entro nulla.  Sandro che ci ha messo una vita a risponderti, e ora di colpo ci tiene tantissimo a mandarti queste cartoline. Io gliel'ho spiegato che adesso hai sedici anni e non te ne frega niente, che non te la ricordi nemmeno sta cosa del palloncino, per lui te le voleva spedire e te le spedisce, e ci tiene che ti scrivo pure io anche se non so perch. Ho provato a dirgli di no, ma con questo qua  dura, proprio non la capisce la parola no, e va avanti dritto, e alla fine certe volte conviene dire ok, senti, va bene, e vedere cosa succede. E allora insomma ti ho scritto anch'io. Ciao Ivan, fai il bravo. Anzi, fai come ti pare che  meglio. S.
 FERRO - Bimbo io non lo so chi sei, non me ne frega nulla e a Reggio Emilia non ci conosco nessuno, anche se al Bagno ci veniva una cliente di Reggio Emilia che era una maiala disumana e la mattina ci andavo nelle cabine, ma non c' problema perch sono passati tanti anni e non pu essere la tua mamma. Forse tua nonna. Ma ora non importa. L'unica cosa importante  che stai a casa tua e non vieni qui, che io stavo tanto bene da solo e ora siamo in quattro, e c' pure quello scemo di Sandro che viene qua la sera a scassare le palle. Ciao bimbo, e mi raccomando, stattene a casa tua.
 LUNA e ZOT - Ciao Ivan! Non dare retta a Ferro, se vieni a trovarci noi siamo supercontenti e un posto lo troviamo. Abbiamo anche una tenda che si pu montare nel prato,  bello e ci sono gli alberi e il nonno ha pure tolto le mine. Ti aspettiamo, di, se vieni ti portiamo al mare, abbiamo trovato un canotto strepitoso e ci facciamo un giro insieme. E quel disegno del rinoceronte che sai fare tanto bene, ecco, se ce l'hai sempre noi saremmo curiosi di vederlo, e poi giuriamo che lo appendiamo in camera. Ciao, ti aspettiamo, Luna e Zot.
Ivan legge fino alla fine, poi rilegge tutto un'altra volta, poi gira le cartoline, guarda la spiaggia, il mare, il ponte, le posa sul letto insieme alla busta col suo nome e fissa il soffitto.
E questa cosa del messaggio col palloncino, ecco, lui non se la ricorda mica. Sar vera, s, di cose sceme gliene facevano fare un sacco alle elementari. Quadretti con i maccheroni incollati sopra per la festa della mamma, lettere da scrivere ad altri bimbi di un paese in Calabria gemellato con Reggio Emilia, cazzate cos. Ma il palloncino non se lo ricorda. O forse s, boh, sono passati nove anni, era un bimbo, chi lo sa?
Nessuno, ma Ivan ci pensa lo stesso, e mentre ci pensa si tira su dal letto e prende un foglio che gli hanno dato fuori da scuola con la pubblicit di un posto che fa le pizze. Lo gira e dall'altra parte  vuoto, lo stende sulla coperta, prende un pennarello blu, ce lo posa sopra e comincia a farlo andare di qua e di l.
Intanto con l'altra mano cerca il telefono nella tasca dei pantaloni, controlla se qualcuno gli ha mandato messaggi o qualcosa in generale, ma nulla. Allora per curiosit va a vedere dov' Forte dei Marmi, e la strada per arrivarci, e pensa a tutto il viaggio che ha fatto quel palloncino, dalle scuole elementari Kennedy di Villa Cad su su verso la cima dei monti,  passato di l e poi  sceso fino alla costa, fino a una pineta in riva al mare. Poi Ivan guarda anche la strada normale, quella che devono fare le persone per andarci, sale come un serpente sugli Appennini e poi  tutta discesa fino al piano di l. Andarci a piedi non  possibile, in bici nemmeno, e in scooter chiss che freddo in cima ai monti. Per con l'Ape s, con l'Ape secondo Ivan ci si arriva sicurissimi, basta non avere fretta e partire.
E mentre segue la strada e tutte le pieghe e le curve che prende, col pennarello disegna sulla carta le stesse curve, che a guardarle cos sono una roba fatta a caso e inventata l per l, senza un senso e una direzione, come un palloncino sperso nell'aria.
Ma se ti stacchi dal foglio, ti allontani di un passo e guardi, eccolo di colpo l davanti, il tuo rinoceronte.
...
.
...
FINE.